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Bianco, nero e cinquanta sfumature di grigio

Il percorso di un giovane artista sorprendente, dalla campagna alle architetture urbane, dalla rabbia all’autocritica. Sempre con la macchina fotografica al collo.

Cult+ Joel Vergeat

Credits: Claudia Quadri - Gioele Di Stefano (lettore: Claudio Ridolfo)

SWISS PHOTO AWARD 2011: quando gli hanno dato il premio nella categoria « fine art », quasi non ci credeva. Se avesse potuto, per il nervosismo sarebbe scappato. E nel 2011, di premi ne ha vinti tre. Ha cambiato nome – identità? – più volte in pochi anni. Se si va sul suo sito con lo smartphone ci si becca degli «smombie» - zombi vittime del cellulare. Invece, questo giovane artista svizzero di talento è una persona molto disponibile. L’abbiamo incontrato a Basilea: The Umbrella Kid. Anzi no: Joel Eschbach. O forse Joel Vergeat?

«Il primo scatto non si scorda mai»

In campagna dov’è cresciuto non c’era molto da fare. Poi ha scoperto lo skateboard. Con gli amici ha cominciato  a cercare posti adatti per fare tricks. Ed è rimasto folgorato da un certo tipo di architettura, dal cemento. Alla ricerca del trick perfetto si è sommata la ricerca dello scatto perfetto. Ne è nata una serie di grande impatto, più volte premiata nel 2011.

«Cemento, cemento e ancora cemento»

Il suo architetto preferito è il giapponese Tadao Ando. E poi lo scultore Dani Karavan, che ha realizzato la White Square di Tel Aviv.  In questa piazza Joel Vergeat ha scattato una delle sue fotografie recenti, ispirata alla parabola biblica del seminatore. I primi viaggi li ha fatti in funzione dello skate, ma appena ha potuto Vergeat ha cominciato a viaggiare per vedere da vicino le grandi architetture di cemento che lo affascinano. Le ha fatte diventare lo sfondo per le sue immagini: con lo stesso rigore formale, vi immette i suoi sentimenti, le sue idee, i suoi messaggi.

«Precisione millimetrica»

Joel Vergeat è autodidatta. Per vivere ha fatto molti mestieri, all’arte dedica il suo tempo libero. Prepara gli scatti per mesi: individua i luoghi, studia i movimenti delle luci e delle ombre. Su grandi sfondi di cemento colloca le figure e gli oggetti. Immagini simboliche, studiate al millimetro. Mentre le costruisce Joel Vergeat fa ordine nei suoi pensieri. Per capirle fino in fondo, chi guarda deve prendersi il tempo di approfondire.

«Black Sabbath sì, Black Sabbath no»

Una volta Joel Vergeat ha detto che i suoi lavori andavano visti con la musica dei Black Sabbath in sottofondo. Era arrabbiato, gli sembrava che una musica forte, urlante, avrebbe amplificato il messaggio che voleva trasmettere. In quel periodo si chiamava ancora Joel Eschbach. Nel frattempo ha cambiato idea e nome. Non vuole più che i suoi lavori vengano associati a certi  testi, a certi simboli. Ma se i toni sono cambiati, il suo dissenso, per esempio nei confronti della pubblicità, è rimasto.

«Com’era la parabola del cammello?»

Una parabola della Bibbia dice che un cammello passa più facilmente per la cruna di un ago di un uomo ricco. Il cammello, in origine era una gomena - la corda per l’ormeggio delle navi – e questo spiega l’associazione con l’ago. Anche se si tratta di un errore di traduzione, il cammello fa il suo effetto… L’artista svizzero Joel Vergeat si ispira spesso a parabole bibliche. E uno dei suoi ultimi lavori, esposto nel 2016 alla Galleria Daeppen di Basilea, è proprio ispirato a questa parabola.

«Contro lo spreco»

Il giovane artista svizzero Joel Vergeat è cresciuto nei negozi dell’usato gestiti dai suoi genitori. Un paradiso per un bambino, dice. In questi negozi ha assimilato il gusto di disporre gli oggetti per creare delle atmosfere. Ma in un brockenhaus, Vergeat ha imparato anche ad apprezzare la cultura del recupero, ad amare gli oggetti vecchi.

«Le versioni originali di Cult+»

Cultplus vi propone anche i servizi in lingua originale, il tedesco nel caso di Joel Vergeat.