Orto Botanico, Palermo (Courtesy Manifesta 12)

A Palermo si coltiva il Giardino Planetario

"Manifesta 12" invade il capoluogo con un melting pot creativo

di Francesca Cogoni

Chi giunge a Palermo per la prima volta non può non restare subito rapito dalla singolare bellezza ed eterogeneità dei suoi giardini, delle architetture, del tessuto urbano nel complesso. È il sincretismo uno dei tratti distintivi, se non il tratto distintivo per eccellenza, di questa vibrante città collocata idealmente al crocevia di mondi, culture, etnie e religioni differenti. Coesistenza, melting pot, ibridazione permeano da sempre il capoluogo siciliano: basti pensare alle numerose piante allogene che lo popolano, e che concorrono ad accrescere quel suo fascino un po’ mediterraneo e un po’ esotico, o alle tante popolazioni che l’hanno attraversato, lasciandovi tracce tangibili del loro passaggio.

Perenne emblema di rigenerazione, al di là delle ferite del passato ancora aperte e delle contraddizioni tutt’oggi esistenti, Palermo quest’anno, oltre a rivestire il lodevole ruolo di Capitale italiana della cultura, è anche sede della dodicesima edizione di Manifesta, biennale nomade europea d’arte e cultura contemporanea che ogni due anni ha luogo in una città diversa.

Come una benevola pianta infestante che dona nutrimento anziché sottrarlo, Manifesta 12 ha attecchito a Palermo ‒ l’inaugurazione ufficiale è avvenuta lo scorso 16 giugno, preceduta da una serie di incontri, ricerche e laboratori preliminari ‒ propagandosi sull’intero territorio urbano e coinvolgendo un gran numero di operatori culturali, realtà e associazioni locali.

In oltre venti luoghi peculiari della città, alcuni dei quali aperti per la prima volta al pubblico o  recuperati da uno stato di abbandono, disseminati tra il centro storico e la periferia, dall’antico quartiere della Kalsa (dove ha sede il Teatro Garibaldi, headquarter della biennale) fino alla nota località di Mondello, sono germogliate installazioni, video, performance, interventi urbani e progetti multimediali di oltre 50 artisti e collettivi internazionali che vanno a comporre una rassegna poliedrica e vitale,  inclusiva e aperta, capace di guardare alla complessità del mondo così come alla natura stratificata della città ospitante. 

Non ricorro a caso alla metafora botanica: il titolo di questa edizione della biennale, visitabile fino al prossimo 4 novembre, è “Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza”. Un tema suggestivo e sfaccettato per il quale il team curatoriale ‒ Bregtje van der Haak, giornalista e filmmaker olandese, Andrés Jaque, architetto e ricercatore spagnolo, Ippolito Pestellini Laparelli, architetto di origine siciliana partner dello studio OMA di Rotterdam, e Mirjam Varadinis, curatrice svizzera di arti visive ‒ ha tratto ispirazione, da un lato, dal pensiero del paesaggista-giardiniere Gilles Clément, il quale compara il mondo a un grande “giardino planetario” di cui tutti dobbiamo prenderci cura come fossimo dei giardinieri, e dall’altro dal dipinto Veduta di Palermo (1875) del siciliano Francesco Lojacono, in cui nessun elemento naturale ritratto è autoctono, ponendo in risalto la convivenza di specie di diversa provenienza.

 

In una Palermo che si offre come un grande e accogliente museo-officina aperto, sono tre le sezioni in cui si articola Manifesta 12: “Garden of Flows” è incentrata sulla vita delle piante e sulla botanica in relazione alle risorse del pianeta e al bene comune globale; “Out of Control Room” indaga il ruolo del potere nel regime attuale di flussi globali, fatto di reti invisibili e repentine trasformazioni; infine, “City on Stage” pone in rilievo le diverse anime della vita contemporanea palermitana, tra tradizione e slancio innovatore.

Il consiglio è di iniziare l’esplorazione della biennale partendo da una delle sue sedi più emblematiche, ovvero lo splendido Orto Botanico di Palermo, fondato nel 1789 proprio come laboratorio in cui coltivare, studiare e mescolare differenti specie. Qui, spesso ben nascoste tra le piante rigogliose, troviamo opere come il bizzarro erbario siciliano di piante artificiali del colombiano Alberto Baraya, o come l’orto sperimentale creato da Leone Contini, frutto di una approfondita ricerca attraverso l’Italia per studiare le attività rurali delle diverse comunità di migranti, o ancora l’installazione dell’americano Michael Wang, una riflessione sull’impatto dell’industrializzazione sulla vegetazione.
 

Fallen Fruit, Theatre of the Sun (Courtesy Manifesta 12 and the artist)

 

Spostandoci nel centro storico, il percorso di Manifesta 12 si snoda tra una sequela di magnifici edifici (Palazzo Butera, Palazzo Ajutamicristo, Palazzo Forcella De Seta...), spazi religiosi (la straordinaria Chiesa di Santa Maria dello Spasimo, l’Oratorio della Madonna dei Peccatori Pentiti, la Chiesa SS. Euno e Giuliano...) e contesti espositivi non convenzionali (il Giardino dei Giusti, la Casa del Mutilato, l’Istituto Padre Messina...). Sebbene alcune opere soccombano al cospetto della magnificenza architettonica e decorativa degli spazi ospitanti, sono tanti i lavori degni di nota, capaci di suscitare interesse, stupore e interrogativi: tra gli altri, la variopinta installazione Theatre of the Sun del duo Fallen Fruit, accompagnata da una Public Fruit Map che indica la posizione di centinaia di alberi da frutto in spazi pubblici e privati di Palermo; l’immersiva video installazione Wishing Trees dello svizzero Uriel Orlow, che narra di tre alberi siciliani legati ad avvenimenti e personaggi significativi (come il gigantesco Ficus Macrophylla che si erge accanto all’ex residenza del giudice Giovanni Falcone); il progetto della cubana Tania Bruguera, realizzato in collaborazione con gli attivisti del Movimento No Muos, che porta l’attenzione sulla battaglia della cittadina di Niscemi contro l’installazione di MUOS, un’antenna parabolica che funge da sistema di comunicazione globale gestito dalla Marina degli Stati Uniti, con ripercussioni nocive sulla salute e l’ambiente; i video Whipping Zombie e Lapidi firmati da Yuri Ancarani, efficaci riflessioni sulle differenti disfunzioni della memoria collettiva; l’ironico progetto New Palermo Felicissima dello spagnolo Jordi Colomer, che ha organizzato una processione laica via mare, partendo dalla Caletta Sant’Erasmo e percorrendo la Costa Sud, con la partecipazione di persone appartenenti alle varie comunità cittadine.

 

La formula della processione ha contraddistinto anche la performance collettiva Palermo Procession, ideata dall’artista Marinella Senatore, che nel giorno inaugurale della biennale ha visto sfilare lungo le strade del centro una parata festosa e multiforme, riecheggiante in parte il Festino di Santa Rosalia, patrona della città. Celebrazione, quest’ultima, a cui si è ispirata anche Matilde Cassani per la spettacolare performance Tutto presso i Quattro Canti.
 

Marinella Senatore, Palermo Procession (Courtesy Manifesta 12 and the artist)

 

Ma la linfa vitale di Manifesta 12 si estende ben oltre il centro storico palermitano, fino a toccare zone periferiche e di non facile gestione, attraverso progetti che sottolineano la composita identità cittadina, in bilico tra moti di rinnovamento e questioni irrisolte. Come nel quartiere di edilizia popolare Zen, dove il paesaggista Gilles Clément, in collaborazione con lo studio di progettazione multidisciplinare Coloco, ha pensato di dar vita a un giardino urbano coinvolgendo i residenti in un lavoro comune di cura del territorio; o come l’intervento ambientale intitolato Da quassù è tutta un’altra cosa, con cui il collettivo belga di architetti-designer Rotor ha voluto “salvare” la carcassa di cemento di un edificio abusivo incompiuto nell’area di Pizzo Sella, a nord di Palermo, conosciuta come la “collina del disonore”.

Meritevoli di interesse anche alcuni dei numerosissimi progetti inseriti tra gli eventi collaterali alla biennale: per esempio, la video installazione Protocol no. 90/6 che il duo Masbedo ha concepito appositamente per la Sala delle Capriate dell’Archivio di Stato di Palermo, amplificandone la già suggestiva atmosfera, oppure la curiosa mostra del siberiano Evgeny Antufiev che pervade gli spazi del Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas”.

“Avvicinarsi alla diversità con stupore”, prendendo ancora a prestito le parole di Clément, è ciò che questa edizione di Manifesta invita a fare. E non c’è dubbio che Palermo, il cui sindaco Leoluca Orlando ha chiesto che si rispetti “la mobilità internazionale come diritto umano inviolabile”, sia il posto giusto al momento giusto per una biennale che da oltre vent’anni, attraverso le molteplici forme dell’arte, indaga sulle sfide e problematiche del presente e sui possibili scenari futuri.