(© Balthasar Burkhard)

Balthasar Burkhard: cinquant'anni anni dietro l'obiettivo

Al MASI una mostra ripercorre la sfaccettata carriera del fotografo bernese

di Francesca Cogoni

Quella di Balthasar Burkhard (Berna, 1944-2010) è stata la parabola di un fotografo costantemente teso a scandagliare le molteplici possibilità, artistiche e tecniche, estetiche e concettuali, del mezzo fotografico. Reinvenzione continua e poliedricità sono gli elementi distintivi di una personalità e di una carriera che vengono ora celebrate dal Museo d’arte della Svizzera italiana di Lugano attraverso la mostra monografica Balthasar Burkhard. Dal documento alla fotografia monumentale, visitabile fino al 30 settembre nella sede LAC Lugano Arte e Cultura.

Realizzata in collaborazione con il Folkwang Museum di Essen, il Fotomuseum e la Fotostiftung di Winterthur, l'esposizione ripercorre il multiforme cammino di Burkhard: dagli esordi come fotocronista della scena artistica internazionale fra gli anni Sessanta e Settanta fino alla maturità, segnata da un approccio sperimentale, al crocevia tra arte concettuale e fotografia.

Nonostante Burkhard abbia sempre dichiarato di essere solo un “fotografo”, visitando la mostra al MASI ci si rende immediatamente conto di quanto egli fosse ben più di un semplice fotografo: una figura eclettica e dal talento non comune, che ha dedicato la sua intera esistenza allo studio e alla creazione di opere fotografiche capaci di andare oltre la mera funzione di documento o di raffigurazione della realtà. Muovendosi sempre in bilico tra l'identità artigianale e quella concettuale del mezzo fotografico, infatti, Burkhard si pose in rapporto diretto con l'arte, manifestando una forte attenzione per l'oggetto-stampa e per le modalità installative.


 


L'interesse di Balthasar Burkhard per la fotografia nasce già in tenera età, quando in procinto di partire per una gita scolastica riceve in regalo dal padre la sua prima macchina fotografica. È sempre il padre, scorgendone il talento, a indirizzarlo nel 1961 verso il noto fotografo concittadino Kurt Blum (all'epoca tra i principali esponenti dell’avanguardia fotografica svizzera) per intraprendere un proficuo periodo di formazione. Nel 1963, con il suo primo lavoro indipendente Auf der Alp, incentrato sulla vita in un alpeggio, Burkhard vince la borsa di studio federale per le arti applicate, importante riconoscimento e stimolo per proseguire sulla strada della fotografia. Così, poco più che ventenne, apre il suo studio personale e inizia a lavorare come fotografo freelance, diventando cronista della vivace scena artistica bernese.

“I miei primi amici dopo l’apprendistato erano pittori. Avevano abbandonato la loro professione all’inizio degli anni Sessanta per dedicarsi interamente alla ricerca di nuove espressioni artistiche. Il momento era propizio. Nel dopoguerra, arte e intrattenimento erano diventati una coppia vincente. Sperimentavamo nel nostro campo ascoltando i Beatles e i Rolling Stones”, racconterà Burkhard di questo periodo.

È a questo punto che il fotografo incrocia il suo cammino con quello di una delle personalità più carismatiche e anticonformiste della scena culturale dell'epoca, il curatore e direttore della Kunsthalle di Berna Harald Szeemann, poi divenuto una figura chiave della storia dell'arte contemporanea. Al fianco di  Szeemann, Burkhard immortala con “grande sensibilità per l’atmosfera e uno sguardo infallibile per l’inquadratura giusta”, come riferisce lo stesso curatore,  i principali protagonisti del circuito dell'arte internazionale ‒ Joseph Beuys, Mario Merz, Christo e Jeanne Claude, Richard Serra, Jean-Christophe Ammann... ‒ ed esposizioni cruciali come When Attitudes Become Form a Berna nel 1969, Happenning & Fluxus a Colonia nel 1970 e la memorabile Documenta 5 a Kassel nel 1972. Senza gli scatti di Burkhard non avremmo oggi una preziosa testimonianza del fervido clima artistico dell'epoca.

 

 


È proprio il contatto diretto e profondo con tale vorticosa temperie creativa a spingere Burkhard ad agire non più come accorto osservatore, bensì come abile creatore di immagini dal forte impatto visivo. Insieme all’amico pittore e scultore Markus Raetz, egli realizza le sue prime fotografie riprodotte in grande formato su tela emulsionata, esprimendo una concezione della fotografia totalmente nuova, multidisciplinare, artisticamente autonoma.

Fra la metà degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta, Burkhard soggiorna negli Stati Uniti, dove insegna alla University of Illinois e prosegue nella sua ricerca fotografica. Tornato in Svizzera, si dedica in particolar modo alla realizzazione di gigantografie in bianco e nero in cui il corpo umano, o meglio frammenti di corpo umano sono concepiti alla stregua di una scultura, un paesaggio, un'architettura, occupando lo spazio espositivo attraverso una monumentalità quasi ieratica.

“I suoi primi nudi sono un esempio raffinato della sua estetica, in cui il superfluo è sfrondato con procedimento simile a quello con cui uno scultore riduce progressivamente la materia per creare un oggetto tridimensionale di luce e ombra”, dichiara a tale proposito l'artista e curatrice britannica Jennifer Gough-Cooper, che incontra Burkhard per la prima volta in occasione di Documenta 5.

Le due grandi mostre alla Kunsthalle Basel nel 1983 e, l'anno dopo, al Musée Rath di Ginevra  (insieme all'artista ticinese Niele Toroni) rappresentano delle tappe importanti nella carriera di Burkhard, consacrandolo come un originale innovatore del linguaggio fotografico.

Egli è stato però anche un eccellente ritrattista, nel senso più classico e genuino del termine. Basta osservare i ritratti dei tanti amici, colleghi e compagni di viaggio invitati a posare davanti al suo obiettivo, ma anche il bellissimo ciclo dedicato agli animali, fotografati di profilo su sfondo grigio per il libro per bambini “Klick!”, sagte die Kamera (1997): sono immagini senza tempo, iconiche, che rievocano l'uso catalogatorio della fotografia ottocentesca.

Negli ultimi due decenni della sua vita, Burkhard viaggia spesso, muovendosi da un capo all'altro del mondo e volgendo la propria attenzione verso le grandi megalopoli del pianeta ‒ Città del Messico, Los Angeles, Tokyo, Londra e Parigi riprese da una prospettiva aerea sono grandi distese urbane che provocano quasi un senso di vertigine ‒ così come verso i maestosi scenari naturali (dai deserti della Namibia alle Alpi svizzere, passando per il Rio Negro), e poi rocce, nuvole, le onde impetuose che si infrangono sulle coste della Normandia... tutte fotografie di grande formato, caratterizzate da un bianco e nero dalla spiccata qualità tattile, frutto di un accurato lavoro antecedente ‒ “Un'immagine non si crea durante la ripresa, ma prima, nella mente”, affermava ‒ e conseguente allo scatto, in camera oscura.

La carriera di Burkhard, e il percorso espositivo della mostra al MASI, si concludono con un'affascinante serie di fotografie a tema floreale in cui finalmente entra in scena il colore: sono immagini intrise di una potente mistura di vulnerabilità e forza.

Tanti fotografi in uno, ma anche un “maestro dell'arte di vivere”, secondo la felice definizione che ne ha dato Florian Ebner (responsabile del dipartimento di fotografia del Folkwang Museum e del Centre Pompidou di Parigi): ecco cos'è stato Balthasar Burkhard in quasi mezzo secolo di appassionata ricerca fotografica.