Cindy Sherman, Untitled #578, 2016 (Courtesy of the artist)

Dancing with Myself

Le diverse forme della rappresentazione di sé nell'arte

di Francesca Cogoni

Nel percorso di un artista prima o poi arriva il momento in cui, letteralmente, ci si mette la faccia, trasferendo nell'opera non solo la propria manualità o il proprio pensiero, ma la propria stessa immagine. Corpo e identità dell'artista diventano così protagonisti dell'opera. È una tendenza che nel corso del Novecento ha assunto le più svariate forme. Una panoramica eterogenea al riguardo è offerta dalla mostra collettiva Dancing with Myself, allestita negli spazi di Punta della Dogana, a Venezia, fino al 16 dicembre 2018. Attraverso un percorso composito e armonico di oltre 140 opere, la mostra indaga le diverse modalità della rappresentazione di sé nella produzione artistica dell'ultimo secolo, in particolare dagli anni Settanta in poi. Curata da Martin Bethenod e Florian Ebner − rispettivamente Direttore generale delegato della Collection Pinault e Capo curatore del dipartimento di fotografia del Centre Pompidou − Dancing with Myself nasce dalla collaborazione tra la Pinault Collection e il Museum Folkwang di Essen, proponendo un sottile e inedito dialogo tra le opere delle due collezioni.

 

“Dancing with Myself”
From Sunday, April 8, at Punta della Dogana, Venice.https://t.co/lS16k9gTJk pic.twitter.com/UKNaiRZwUJ

— Palazzo Grassi (@Palazzo_Grassi) 5 aprile 2018

Già nel titolo scelto per l'esposizione, preso a prestito da quello di un popolare ed esuberante brano di Billy Idol del 1982, si palesa il suo proposito: “danzare con se stessi” presuppone un movimento, la liberazione di energie, l'utilizzo del proprio corpo come mezzo di comunicazione. Non si tratta banalmente di “parlare di se stessi”, ma di utilizzare la propria persona come materia plasmabile e significante, favoriti e solleticati da quell’ampia varietà di risorse e linguaggi, spesso combinati tra loro, propria dell'arte contemporanea. Verrebbe da pensare immediatamente alla pratica dell'autoritratto, genere che si afferma pienamente in epoca rinascimentale, per poi assumere nuovi intriganti risvolti con l'avvento della fotografia a partire da metà Ottocento (interessante al riguardo il saggio di James Hall, L’autoritratto. Una storia culturale, Einaudi 2014). In realtà, però, qui si accantona il classico concetto di autoritratto per inoltrarsi nel territorio più stratificato e mutevole dell’autorappresentazione.

“Ogni autoritratto e una rappresentazione di sé, ma non tutte le rappresentazioni di sé sono per forza autoritratti. L’autoritratto è un genere molto definito, mentre la rappresentazione di sé non obbedisce ad alcun genere e può essere trasversale a tutte le pratiche artistiche. Non si tratta tanto di un tema, quanto di un modo di procedere, di un metodo. L’immagine in cui il corpo dell’artista non è tanto il soggetto dell’opera quanto lo strumento con cui può affrontare un certo numero di tematiche e di posizioni che spesso riguardano sfide politiche o toccano questioni sociali, razziali, di identità, genere, sessualità…”, ha chiarito a tale proposito Martin Bethenod. 


 


Melancolia, giochi d’identità, autobiografie politiche e materia prima sono i quattro filoni tracciati nel percorso espositivo. Quattro direzioni che spesso e volentieri si intersecano e confondono. La mostra si apre con la lenta “sparizione” di Urs Fischer: una grande scultura in cera che si scioglie perdendo progressivamente le fattezze dell'artista (Untitled, 2011). Una presenza che diverrà a poco a poco assenza.

 

Urs Fischer, Untitled, 2011 (Courtesy of the artist)

 

L'idea di un sé corporeo che in qualche modo svanisce (in questo caso evapora) è riscontrabile anche nell'oscuro Autoritratto del 1993 di Alighiero Boetti, una scultura in bronzo raffigurante l'artista con in mano una canna da cui fuoriesce un getto d'acqua che, finendo sulla sua testa, genera una nuvola di vapore. Boetti, che amava definirsi “mistico-romantico” ed era convinto che l'anima potesse sopravvivere per qualche tempo dopo la morte del corpo, sembra voglia rappresentare qui l'evanescenza dello spirito. Un'opera che oggi ha un che di sinistro, se pensiamo che l'artista morì pochi mesi dopo a causa di una malattia del quale era del tutto ignaro quando realizzò l'autoritratto.

Sul tema dell'apparire/scomparire riflette anche Maurizio Cattelan. We (2010) è una macabra doppia autorappresentazione: due piccoli Cattelan in materiale sintetico, simili ma diversi, giacciono a occhi aperti su un letto. Qui, come in molti altri suoi lavori, Cattelan riflette sì sulla morte, ma anche sulla possibilità di mutare status, sulla capacità di sparire per poi ricomparire nel momento giusto, secondo un'abile strategia di marketing condita da una buona dose di provocazione.  


 


Mascherati o travestiti, i corpi degli artisti si fanno portatori di molteplici istanze. A partire dalla pionieristica figura di Rose Sélavy, alias Marcel Duchamp, il travestimento e l'interpretazione di un ruolo come forma d'arte nel corso del Novecento hanno dato luogo ad esiti diversissimi. Cindy Sherman, camuffandosi e assumendo le più svariate sembianze, è tra coloro che maggiormente hanno focalizzato la propria ricerca sugli stereotipi di genere e sulle convenzioni sociali. Il nutrito corpus di opere in mostra, dagli Untitled Film Still degli anni Settanta fino alle serie più recenti, ben testimonia la capacità di questa artista di modellare il proprio corpo sulla base dell'immaginario visivo contemporaneo. E travestimenti, spesso sorprendenti, sono anche quelli dello svizzero Urs Lüthi, che nella serie Tell me who stole your smile (1974) sfoggia con ironia un'identità mutevole e ambigua, affermando: “Non sono io, è il mio alter ego artistico”.

 

Urs Lüthi, Tell me who stole your smile, 1974 (Courtesy of the artist)

 

Il caso più emblematico di utilizzo del proprio corpo come “materia prima”, poi, ce lo offrono Gilbert & George, che nella loro ormai cinquantennale carriera non hanno mai smesso di considerarsi e presentarsi come “sculture viventi”.

 

 


Alterato, reso irriconoscibile, ma anche frammentato. In tante delle opere esposte il corpo appare smembrato, incompleto. La gamba di Robert Gober, la mano di Arnulf Rainer, e, ancora, i lavori di John Coplains, Bruce Nauman, Steve McQueen... tutti esibiscono un Io disintegrato, che ha perso progressivamente la sua solidità. Tutto questo non è che il riflesso di quella profonda “crisi del soggetto” innescata nella modernità e acuita nella post-modernità.

Dalla vanità di Damien Hirst che presta i suoi lineamenti a un busto imperioso ricoperto di coralli alla malinconia che contraddistingue le monumentali tele di Rudolf Stingel o l'intimo autoscatto di Nan Goldin (tratto dalla celebre Ballad of Sexual Dependency), fino allo spiazzamento generato dalla splendida serie fotografica A.K.A. (2008-2009) di Roni Horn, Dancing with Myself è un cangiante compendio di personalità e approcci, pur avendo i limiti di una mostra concepita all'interno di una collezione.

 

Roni Horn, a.k.a., 2008-2009 (Courtesy of the artist)

Ponendo in dialogo esperienze, generazioni e culture differenti, il progetto mette in luce l'evolversi della rappresentazione del sé prima dell'era post-internet, ossia della generazione dei social network e dei famigerati selfie. Il discorso sulla odierna autorappresentazione, d'altronde, implica ben altre riflessioni, tra esibizionismo, mediatizzazione e oversharing.