Il bacio, 1907-08

Gustav Klimt, tra estro ed enigma

A cento anni dalla morte, la sua arte è più fulgida che mai

di Francesca Cogoni

Il 6 febbraio 1918 moriva Gustav Klimt. Nell'anno della fine della Prima guerra mondiale e dell’Impero austro-ungarico, la colta e raffinata Vienna perdeva uno dei suoi talenti più grandi, a cui, ancora oggi, deve una buona percentuale del suo lustro. Un artista verso il quale anche l'arte del Ventesimo secolo è in debito. Klimt, infatti, non fu soltanto il padre della Secessione viennese: nella sua purtroppo non lunga vita (si spense a 56 anni a seguito di un ictus cerebrale), egli incarnò appieno la figura dell'artista-guida, promotore e persino benefattore (soprattutto con i più giovani Schiele e Kokoschka), diventando un punto di riferimento sia per la società del proprio tempo sia per le successive generazioni di creativi. Un genio che spese la propria esistenza al servizio dell'arte e del bello, mosso dalla convinzione che “nessun settore della vita è tanto esiguo e insignificante da non offrire spazio alle aspirazioni artistiche”. E la sua vocazione artistica fu chiara fin dalla giovane età: figlio di un orafo boemo e di una donna colta e dedita alla musica lirica, si formò alla Kunstgewerbeschule, la scuola di arti e mestieri annessa al museo austriaco di arti applicate, dove apprese le tecniche artistiche più disparate, dal mosaico all’incisione, e dove acquisì quella accuratezza di disegno e di esecuzione che caratterizzarono tutta la sua produzione. Abilità che Klimt non tardò a sperimentare: con il fratello minore Ernst e il compagno di studi Franz Matsch fondò nel 1881 la “Compagnia degli Artisti”, atelier che si occupò di numerose commesse per la decorazione di edifici pubblici e privati a Vienna (dai lavori per i sontuosi palazzi sulla Ringstrasse alla decorazione delle scalinate del Burgtheater e del Kunsthistorisches Museum). Dopo la prematura morte del fratello e lo scioglimento della compagnia, però, Klimt giunse al definitivo rifiuto nei confronti della tradizione storicistica.


“A ogni epoca la sua arte. E all’arte la sua libertà”

Un taglio netto nei confronti dei rigidi canoni accademici e delle convenzioni  tardo-ottocentesche: la svolta di Klimt coincise con la crisi dell’arte viennese stessa. Fu l'avvio della Wiener Sezession, che Klimt fondò nel 1897 insieme ad altri 19 artisti e che presiedette, dando vita anche a un periodico-manifesto del gruppo: Ver Sacrum (Primavera sacra), un lascito significativo per la grafica, pubblicato fino al 1903.

Portare l'arte oltre gli antiquati confini della tradizione accademica, fondendo arti plastiche, design e architettura e accogliendo le istanze moderniste internazionali: era questo lo scopo dei Secessionisti. Esempio eclatante di ciò fu la mostra della XIV Esposizione della Secessione nel 1902, dove attorno alla statua di Ludwig van Beethoven, realizzata da Max Klinger, si diffondevano le note della Nona Sinfonia diretta da Gustav Mahler, accompagnate dalla danza di Isadora Duncan e incorniciate da uno straordinario fregio di Klimt, tuttora conservato nel Palazzo della Secessione. Il Fregio di Beethoven destò ammirazione e scandalo fra il pubblico dell’epoca, per la sua densità di simboli e di immagini visionarie ed enigmatiche e per l'inedito amalgama di elementi decorativi, tra frammenti di specchi, bottoni, vetri colorati e applicazioni d’oro. Già l'anno prima, l'artista aveva dato alla luce un'opera emblematica e anticipatrice del suo “periodo aureo”: la celebre e conturbante Giuditta I.


Dal periodo aureo alla maturità espressionista

“Chi vuole sapere di più su di me, cioè sull’artista, l’unico che valga la pena conoscere, osservi attentamente i miei dipinti per rintracciarvi chi sono e cosa voglio”. Personalità riservata e imperscrutabile, Klimt preferiva esprimersi con il gesto artistico anziché con scritti o dichiarazioni, come per ogni genio dell'arte che si rispetti. Le sue opere, cariche di simboli, dettagli enigmatici ed elementi talvolta esoterici, dicono molto di lui e del clima dell'epoca: Klimt era una voce della “finis Austriae”, di quella Vienna in fermento che era l’emblema di un mondo consapevole della sua prossima fine, alle soglie della Grande Guerra. Così, dalle figure ambigue e dionisiache di Klimt trapelano le angosce e le aspirazioni dell'uomo moderno, mentre nella profusione decorativa dei suoi dipinti in molti hanno intravisto un riflesso della frantumazione di ogni idea unitaria del mondo. Vita, amore e morte, il concetto di “femme fatale”, l'idea di un erotismo sensuale ed esplicito, sono tutti soggetti che ricorrono spesso nella sua opera, rispecchiando il tema più universale della liberazione dalle convenzioni moralistiche e sociali.



Il bacio
(1907-08), l'opera klimtiana più nota e apprezzata, rappresentò l'apice del “periodo aureo” dell'artista. In questo prezioso capolavoro, che costituisce il cuore della più grande raccolta al mondo di opere di Gustav Klimt, ospitata nella Österreichische Galerie Belvedere di Vienna, convergevano gli stimoli ricevuti dai due viaggi compiuti a Ravenna, dove l'artista rimase abbagliato dalla bellezza dei mosaici bizantini, e tutta una serie di elementi e motivi su cui Klimt continuò a lavorare fino alla sua morte. Una coppia stretta in un abbraccio dolce e appassionato, immortalata nell’attimo fuggente in cui universo maschile e femminile si fondono, immersa in un contesto etereo e indefinito. È il trionfo dell’amore estatico, l'armonia perfetta tra uomo e donna, ma anche la sintesi magistrale di astrattismo e naturalismo. Che cosa colpisce a distanza di più di un secolo di questa opera così iconica e maestosa (anche per le dimensioni)? Il fulgore dell'oro, certo, ma anche la naturalezza dei gesti e la soavità delle pose, l'equilibrata fusione tra figurativo e astratto, il suo porsi come immagine fuori dal tempo, quasi a rievocare un lontano Eden perduto.

Ma, al di là della celebrità indiscussa raggiunta dal Bacio ˗ anche e soprattutto nell'ambito della cultura popolare ˗ sono tutti i lavori del “periodo aureo” a incantare con la loro pregnanza simbolica, il decorativismo geometrico, la prevalenza di figure femminili dai tratti delicati e terribili al contempo. Pensiamo al Ritratto di Adele Bloch-Bauer I, opera sulle cui vicende è stato girato persino un film (Woman in Gold), oppure a Le Tre Età della Donna, comprata dallo Stato italiano nel 1911 dopo l’Esposizione Universale di Roma e conservata alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, o ancora a L'Albero della Vita, parte del più ampio progetto decorativo di Palazzo Stoclet.



Cessati il mito della Belle Epoque e i fasti dell'Impero austro-ungarico, iniziò per Klimt quello che viene definito il suo “periodo maturo”. Le eleganti linee liberty e l'oro scomparvero quasi del tutto dai suoi dipinti per fare spazio a cromatismi più vivaci e a uno stile più spontaneo e meno sofisticato, ma non per questo meno ammaliante, frutto anche dell'incontro con la pittura espressionista e del confronto con i suoi eredi Egon Schiele e Oskar Kokoschka. E fu proprio Schiele a ritrarre Klimt nel suo letto di morte, come segno di reverenza per un maestro scomparso improvvisamente lasciando diverse opere incompiute, come i bellissimi La sposa e La culla.