(© James Nachtwey/Contrasto)

James Nachtwey compie 70 anni

40 anni di reportage estremi e impegno civile

di Francesca Cogoni

Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere. Con queste parole lo scrittore premio Nobel José Saramago affermava la neccessità, e il dovere, di ricordare. Due parole, memoria e responsabilità, profondamente interdipendenti; soprattutto se accostate al lavoro di uno dei fotoreporter più importanti degli ultimi decenni: James Nachtwey, nato il 14 marzo 1948 a Syracuse, nello Stato di New York.

Quarant'anni fa Nachtwey decise che la sua missione sarebbe stata quella di testimoniare, con  l'immediatezza e l'incisività della fotografia, le atrocità della guerra, recandosi in tutti quei luoghi deturpati da ingiustizia, sofferenza e morte: da El Salvador a Gaza, dall'Indonesia alla Somalia, passando per l'Iraq, l'Afghanistan, il Kosovo, il Ruanda, la Cecenia, ma anche gli Stati Uniti con il tragico 11 settembre, fino a giungere alle migrazioni degli ultimi anni, che stanno trasformando il Mediterraneo in un immenso cimitero.

Ho voluto diventare un fotografo per essere un fotografo di guerra. Ero guidato dalla convinzione che una fotografia che riveli il volto vero della guerra sia quasi per definizione una fotografia contro la guerra.



Fotografare per lasciare traccia, per far sì che il resto del mondo, troppo occupato in altre faccende (e altri affari), venga a conoscenza e prenda coscienza. Per evitare che tutto passi inesorabilmente nel dimenticatoio e, soprattutto, per fare in modo che tali barbarie non si ripetano. Perché di questi tempi, fatti di gesti e pensieri tanto rapidi quanto superficiali, è molto più semplice, e comodo, dimenticare anziché ricordare.

Sono stato un testimone. Ho dato conto della condizione delle donne e degli uomini che hanno perso tutto, le loro case, le loro famiglie, le loro braccia e le loro gambe, la loro ragione. E, al di là e nonostante tutte queste sofferenze, ciascun sopravvissuto possiede ancora l'irriducibile dignità che è propria di ogni essere umano. Le mie fotografie sono la mia testimonianza.

Sono le parole di un uomo fermamente convinto che la fotografia, quando usata e percepita con responsabilità e discernimento, possa essere un ingrediente potente nell'antidoto alla guerra.



Se le tue fotografie non sono buone, vuole dire che non sei abbastanza vicino, diceva Robert Capa, sintetizzando in modo efficace l'essenza del fotogiornalismo, la necessità di entrare in contatto diretto con l'altro e con la sofferenza, per com-patire e permettere anche a chi guarderà quelle foto di provare compassione. E James Nachtwey nel fare ciò è encomiabile, tanto da essere considerato unanimemente l'erede di Capa.

La fotografia di Nachtwey è un pugno nello stomaco che fa sentire indifesi e impreparati, un grido fortissimo che mira a scuotere le coscienze sopite. Tanto ineccepibili formalmente, quanto crude sul piano contenutistico, le sue immagini raccontano le torture e s-torture avvenute nel mondo dalla fine degli anni Settanta ad oggi. Non solo guerre, ma anche le conseguenze dell'inquinamento, il flagello dell'AIDS e della TBC, i disastri naturali che periodicamente sconvolgono interi paesi.

 


Lo sguardo terrorizzato degli orfani romeni fotografati in uno spaventoso orfanotrofio negli anni Novanta, le cicatrici sul volto del giovane Hutu punito per essersi opposto al genocidio in Ruanda, il  piccolo corpo avvolto nel sudario stretto tra le braccia di un padre iracheno o le tante immagini di medicina di guerra disposte a formare un grande mosaico a tutta parete, in una potente commistione di vita e morte, speranza e brutalità. Non è facile posare lo sguardo su questi scatti, ma ancor più difficile è distoglierlo senza provare un senso di intima partecipazione mista a sgomento.

È significativo quanto afferma il cineasta e fotografo Wim Wenders a proposito di Nachtwey: se lui si fa testimone, partecipe, non richiama anche noi alla condizione di testimoni? Se così è, allora, James Nachtwey fa delle persone fotografate e di noi una comunità, cui non possiamo sottrarci tanto facilmente. […] E se si spinge così vicino alla guerra, lo fa al nostro posto, per costringerci a guardare, e quasi offrendosi alle vittime, come un testimone oculare, che cerca di deporre in loro favore e di smentire così la guerra e la sua propaganda.

Se James Nachtwey ha fotografato tutto questo, rischiando molto spesso la vita, è stato per dare un volto a fatti e questioni che di norma rappresentano qualcosa di astratto e distante e per preservarne la memoria. Ma soprattutto, e nonostante tutto, l'ha fatto perché crede nella bontà e nella forza della coscienza collettiva.