Couple in bed, Chicago 1977 (© Nan Goldin)

La ballata senza fine di Nan Goldin

Un diario visivo in progress, tra estasi e rovina

di Francesca Cogoni

Oggi ci sono Instagram, Facebook e mille altri modi per soddisfare la propria compulsiva voglia di catturare e mostrare attimi più o meno importanti della propria vita, spesso con abbondanti dosi di esibizionismo e finzione. La cultura dello snapshot negli ultimi anni ha avuto una diffusione sorprendente, grazie ai Social e alle nuove tecnologie mobili, ma poche istantanee hanno la forza di radicarsi nella memoria, e ancor meno possono vantare uno spessore e un’intensità tali da coinvolgerci o anche solamente dirci qualcosa. Ciò che manca non è, come si potrebbe pensare di primo acchito, la pregnanza o la bellezza del soggetto immortalato, bensì la necessità che sottende il gesto fotografico, l’empatia nei confronti di chi si fotografa e, al contempo, l’avversione verso ogni tipo di giudizio o condizionamento. In altre parole, si tratta semplicemente di una questione di onestà e autenticità.     

“Non mi preoccupo di fare buone fotografie. Mi interessa piuttosto essere totalmente onesta”. E ancora: “Dovevo fotografare per restare viva”. È quanto dichiara Nan Goldin (Washington, 1953) a proposito di The Ballad of Sexual Dependency, la sua opera più celebre, che ha girato il mondo e che oggi viene considerata, meritatamente, una delle pietre miliari della fotografia contemporanea. Avviata nei primi anni ’80 e poi nel tempo ampliata e aggiornata, la Ballad è un work in progress, un diario visivo in continuo divenire: materia viva, e vera, di un’artista che ha ammesso che il suo lavoro è sempre scaturito dall’empatia e dall’amore.


Ad oggi, The Ballad of Sexual Dependency si compone di oltre 700 fotografie a colori, presentate sotto forma di slideshow: una sequenza filmica della durata di 45 minuti, accompagnata da una colonna sonora che spazia liberamente tra i generi, da Maria Callas ai Velvet Underground, sottolineando esemplarmente la natura, talvolta rude e conturbante, altre volte dolce e vulnerabile, delle immagini in sequenza.

Utilizzando il mezzo fotografico come semplice estensione di sé, senza filtri né compromessi, Nan Goldin con la sua Ballad non ha soltanto documentato in maniera schietta e istintiva, senza alcun indugio estetizzante, la propria travagliata quotidianità e quella della sua cerchia di amici (la sua “famiglia”), sempre in bilico tra euforia e declino, ma ha dato vita a un’opera capace di trascendere la dimensione personale per farsi corale, universale. Non si tratta banalmente di storie di sesso, droga e perdizione, ma della complessità delle relazioni umane, d’incomunicabilità e ossessioni.


Nella Downtown di New York, a Londra, a Berlino, tra letti sfatti e interni spesso claustrofobici, tra luci fioche e ombre che riecheggiano quelle dell’anima, tra party ad alto tasso alcolico e momenti di profonda solitudine, in una perenne altalena tra brutalità e fragilità, gli individui ritratti dalla fotografa statunitense danzano, si bucano, fanno sesso, ridono, piangono, guardano nel vuoto o dritti verso l’obiettivo, cercando, e trovando, uno sguardo amico, complice.

Ci sono Cookie, migliore amica della Goldin, che morirà nell’89 di AIDS, come molti altri suoi amici e conoscenti, e poi Brian, con cui ebbe una tormentata relazione, terminata con un violento litigio, le cui lesioni l’artista ha voluto fissare in un celebre autoritratto (“per fare in modo che ciò non si ripetesse di nuovo”). Ci sono tossici e bambini, giovani gravide e omosessuali, tutti colti nella loro natura più vera. In fondo, per la Goldin “fare una fotografia è un modo di toccare qualcuno, è una carezza, è accettazione, un desiderio di cogliere la verità e di accettarla, senza cercare di farne una versione personale” (E. Grazioli, Corpo e figura umana nella fotografia, Bruno Mondadori, Milano 1998).


E così, dalle prime presentazioni nei piccoli circoli e nei club underground di New York, The Ballad of Sexual Dependency ha raccolto nel tempo sempre più lodi, girando per festival e rassegne (Rencontres d'Arles, Whitney Biennal, Berlin Film Festival…), musei e gallerie (San Francisco Museum of Art, Jeu de Paume, Cartier Foundation, MoMA…), ha dato origine a un libro edito da Aperture, ha influenzato artisti, come la band Tiger Lillies, e a ogni proiezione continua ad affascinare, suscitare interesse ed emozionare. Come nella mostra-evento presso la Triennale di Milano (in corso fino al 26 novembre 2017), promossa dal MUFOCO - Museo di Fotografia Contemporanea e curata da François Hébel, che negli anni ’80 fu tra i primi a riconoscere la pregnanza di questo straordinario diario fotografico e a restarne incantato.