(© Giosanna Crivelli)

Quel giorno sul Generoso

Un ricordo di Giosanna Crivelli, fotografa del paesaggio

di Mattia Cavadini

C’era nebbia, quel giorno ad Orimento, alle pendici del Generoso. Le poche persone che camminavano sembravano avere una missione. La nostra era quella di annusare, per un attimo ancora, la presenza del maestro, morto da poco. Entrambi sapevamo che esisteva un luogo dove le sue ceneri erano state disperse e ci piaceva l’idea di inspirarle, come viatico per il futuro.

Non ci eravamo messi d’accordo, ma ci incontrammo proprio lì, sulla cima della Piancaccia, sotto i torrioni del Baraghetto, per rendere omaggio a Tita Carloni. Tu affaticata, per la battaglia che conducevi da anni, ma ostinata nel portati appresso la valigia, custode dello strumento della tua arte.

 


La giornata non era propizia per fare fotografie, ma in montagna non si sa mai. Basta un momento, uno squarcio, ed ecco che il paesaggio si apre, si allarga, accoglie presenze sottili, tracce d’invisibile. Ed erano quella tracce che tu cercavi.

Da dieci anni ti era stato diagnosticato il cancro. Fu uno shock, che però aprì una nuova strada. Da quel momento la fotografia si trasformò per te in un andare dentro il paesaggio sulle tracce di quei segni che alludevano ad altro: un senso, un simbolo, un archè, (forse) una salvezza.

Hai iniziato con il bosco, dietro casa. Lì hai scattato la prima fotografia post-diagnosi: un groviglio di rami secchi su cui un'unica foglia, rinsecchita, si tiene appesa. Quella fotografia ha spalancato un mondo. Come d’incanto hai intuito che l’arte avrebbe potuto trasformarsi in percorso di salvezza. E da lì hai intrapreso, con ostinazione, la tua nuova terapia: andare sulle tracce di quei trucioli di senso che il paesaggio ti pareva custodisse.

Da una nevicata in Val Morobbia prese origine “Neve e aghi di larice”: una fotografia che ritrae il manto nevoso nel punto in cui affiorano degli aghi di pino, lasciando intravedere, in profondità, altre esistenze, più sfocate, più sottili. Questa immagine divenne il simbolo del tuo «guardare fotografico», un guardare che “puntava” alle stratificazioni del reale, in cui erano custodite presenze nascoste (che sarebbero riemerse allo scioglimento della neve).

 

(© Giosanna Crivelli)

 

Poi ci fu il tributo al Generoso, una serie di scatti stupendi, dove la geometria della luce e del paesaggio sembra voler dialogare con le tracce degli animali al pascolo, segni di esistenze non-umane che costantemente ci interrogano (additandoci modalità diverse di vivere il nostro transito terrestre).

Quel giorno sul Generoso, allorché ci incontrammo nel mare di nebbia, mi venne in mente però un’altra tua fotografia, la più mistica fra quelle che hai scattato: “Anveuda-Preda di Ganosa”. In quella fotografia la nebbia si dissolve e lascia il posto ad un raggio di sole, creando un gioco di luci allusivo e misterico. In quella fotografia, pensai, era custodita la tua capacità di cogliere dentro i singoli istanti del reale le infinite allusioni al dopo e addirittura all’oltre.

 

 


Non ci dicemmo nulla, quel giorno. Eravamo lì per annusare la nebbia. Per ricordare il maestro. Ma oggi, che anche tu te ne sei andata, vorrei dirti questo, Giosanna: la tua fotografia è quanto di più aderente al mistero delle cose si possa immaginare. In essa irrompono lampi di eternità, di incanto e di estasi. Lampi che mi auguro ti accompagnino nel tuo viaggio ultraterreno.