Antonio Canova, Le Tre Grazie, 1812-1816, Marmo
Antonio Canova, Le Tre Grazie, 1812-1816, Marmo (© Leonard Kheifets, San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage)

Antonio Canova fra antico e moderno

In mostra al MANN di Napoli fino al 30 giugno

Era il 1780 quando Antonio Canova, poco più che ventenne, giungeva per la prima volta a Napoli, rimanendo ammirato per le sue bellezze e opere d’arte e per le antichità “ercolanesi” e di Paestum. Oggi, a distanza di oltre due secoli, siamo noi a restare ammaliati di fronte alla sublime bellezza delle oltre cento opere del sommo scultore riunite presso il MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli in occasione della mostra “Canova e l’Antico”. Un’esposizione rara e imperdibile, non soltanto per la quantità di opere esposte e per l’eccezionale numero di prestiti internazionali ‒ tra cui ben sei marmi provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo, con la incomparabile scultura delle Tre Grazie in testa ‒ ma anche per il particolare tema proposto: il legame profondo fra Canova e l’arte classica, vista come fonte costante e inesauribile di ispirazione grazie alla quale giungere a risultati di assoluta modernità. “L’ultimo degli antichi e il primo dei moderni” non per nulla viene definito il Maestro veneto, che già agli occhi dei suoi contemporanei era considerato un “novello Fidia”. 

 

«Il Canova ha avuto il coraggio di non copiare i Greci e di inventare una bellezza, come avevano fatto i Greci […]. Quel grande che a vent’anni non conosceva ancora l’ortografia, ha creato cento statue, trenta delle quali sono capolavori!», scriveva Stendhal, per esempio. Così, dal giovanile Teseo sul Minotauro fino all’Endimione dormiente, completata poco prima di morire, passando per il fiero Perseo trionfante e per la soave Maddalena penitente, ciò che si manifesta in tutto il suo splendore nei due piani del percorso espositivo è un proficuo dialogo fra antico e moderno, un inedito confronto fra la produzione canoviana e tanti dei capolavori del passato che lo stesso scultore poté ammirare durante la sua permanenza nella città partenopea. È come un cerchio che si chiude, un viaggio che idealmente ci riporta là dove il Neoclassicismo è scaturito e dove ha raggiunto le sue vette più alte.

Francesca Cogoni
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