Biennale dell'immagine in movimento, dettaglio dell'installazione OGR, Torino, 2019.
Biennale dell'immagine in movimento, dettaglio dell'installazione OGR, Torino, 2019. (© Getty Images)

Biennale dell'Immagine in Movimento

A Torino fino al 29 settembre

Che suono è quello degli schermi che implodono? Difficile da immaginare. Prova a evocarlo e a tradurlo in un progetto espositivo la Biennale dell'Immagine in Movimento che, dalla storica sede del Centre d'Art Contemporain Genève, quest'estate ha pensato di migrare verso l'Italia, più precisamente alle OGR Officine Grandi Riparazioni di Torino, assumendo per l'occasione una veste ad hoc. Un sodalizio italo-svizzero inedito che muove da un interesse condiviso dalle due istituzioni culturali: indagare lo stato odierno della video arte, per scoprirne le ultime sperimentazioni alla luce delle nuove modalità produttive ed espositive. Perché la video arte è un linguaggio fluido e in costante trasformazione, oggi più che mai.

Biennale dell'immagine in movimento, veduta dell'installazione OGR, Torino, 2019.
Biennale dell'immagine in movimento, veduta dell'installazione OGR, Torino, 2019. (© Getty Images)

Come suggerisce il titolo di questa edizione, The Sound of Screens Imploding, l'idea di partenza è che la classica proiezione su schermi e la conseguente modalità di fruizione stiano lasciando il posto a una serie di nuovi approcci audiovisivi. E fluido, in bilico tra arte visiva e architettura, non poteva che essere anche l'allestimento della mostra, concepito appositamente per i grandiosi spazi delle OGR dall'artista-architetto greco Andreas Angelidakis. Ci si muove dunque tra grandi video installazioni, più o meno coinvolgenti, firmate da otto artisti molto diversi per provenienza geografica e poetica.

Biennale dell'immagine in movimento, veduta dell'installazione OGR, Torino, 2019.
Biennale dell'immagine in movimento, veduta dell'installazione OGR, Torino, 2019. (© Getty Images)

Tra i lavori più riusciti e d'impatto c'è Wildcat (Aunt Janet) dell'americano Kahlil Joseph, cortometraggio a tre canali, le cui immagini appaiono stratificate, sembrano quasi danzare l'una sull'altra, mostrando un'Oklahoma dai toni evanescenti, dove lo stereotipo del cowboy americano assume nuove sfaccettature. Intrigante, e per certi versi perturbante, anche il progetto firmato dal duo thai-americano Korakrit Arunanondchai & Alex Gvojic, No History in a Room Filled with People with Funny Names 5, che mescola abilmente cinema, musica, performance e design ambientale per catapultarci in un mondo altro, tra presenze spettrali e rituali in bilico tra un arcano passato e un futuro prossimo venturo. Un percorso espositivo nel complesso suggestivo, ma non sempre di facile comprensione. Andare oltre lo schermo può apparire fisicamente semplice, ma dal punto di vista mentale richiede qualche sforzo in più.

Korakrit Arunanondchai & Alex Gvojic, No history in a room filled with people with funny names 5, 2018.
Korakrit Arunanondchai & Alex Gvojic, No history in a room filled with people with funny names 5, 2018.
Francesca Cogoni
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