Georges de La Tour, pittore della luce

In mostra a Milano fino al 27 settembre 2020

Dimenticato per oltre due secoli, venne riscoperto nel Novecento grazie allo storico dell’arte Hermann Voss, che di lui scriveva: “Egli esplora le superfici e i contorni delle cose con acuta precisione, senza alcuna ripugnanza per la loro crudezza”.

Un altro autorevole studioso, Roberto Longhi, ravvisando analogie con la pittura di Caravaggio, ne parlava come di un “gentiluomo mascherato del caravaggismo”. Non sappiamo, in realtà, se Georges de La Tour ebbe modo di ammirare le opere del Merisi, ma quel che è certo è che, analogamente al grande Maestro italiano, la luce fu un elemento costitutivo della sua visione pittorica.

La resa degli effetti luministici, e in particolare della luce artificiale nelle scene notturne, è uno degli aspetti di maggiore fascino nell’opera di questo misterioso artista francese, che visse e lavorò per tutta la vita nella natia Lorena, da cui si mosse solo per recarsi alla corte parigina, dove nel 1639 venne nominato “pittore di re Luigi XIII”. Oggi, La Tour è meritatamente riconosciuto come uno degli artisti più significativi del Seicento, e l’opportunità di apprezzarne la grandezza è offerta dall’importante mostra esposta a Milano, a Palazzo Reale, fino al 27 settembre.

Georges de La Tour. L’Europa della luce” comprende una quindicina di capolavori del pittore lorenese, posti a confronto con i lavori di altri esemplari artisti del suo tempo, tra cui Paulus Bor, Jan Lievens, Trophime Bigot e Gerrit Van Honthorst.

 

Accanto alle mirabili sperimentazioni luministiche, a colpire nelle tele di La Tour è anche la profonda mescolanza di spiritualità e realismo. Alla concitazione e crudezza di certi dipinti, come La rissa tra musici mendicanti, dall’impianto quasi cinematografico, fa da contrappunto la quieta intimità di opere come Educazione della Vergine o Maddalena penitente, tema che La Tour, rispetto ai suoi contemporanei, rende con rispettosa delicatezza e con un’intensità emotiva senza pari. La sua è una pittura fatta di penombre e di splendidi profili rischiarati dal lume di candela, di taverne e frugali interni domestici, animata da poveri, popolane, bari e musici, ma anche da umanissimi santi, come il San Giacomo Minore, dal volto rugoso e le unghie annerite, o il mesto e solitario San Giovanni Battista nel deserto. Una pittura calata nell’oscurità, dai toni spesso drammatici, e altamente suggestiva.

Francesca Cogoni
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