Jacques Henri Lartigue, Mani di Florette, 1961
Jacques Henri Lartigue, Mani di Florette, 1961 (© Ministère de la Culture (France), MAP-AAJHL)

Il senso della felicità per Jacques Henri Lartigue

In mostra a Venezia fino al 10 gennaio 2021

Una bambina che volteggia in aria leggiadra, un’altezzosa signora impellicciata che porta a spasso i suoi cagnetti, il fotografo Richard Avedon alle prese con un acrobatico shooting, il grande Federico Fellini sul set del film La città delle donne… sono alcuni dei soggetti che troviamo nella mostra “Jacques Henri Lartigue. L’invenzione della felicità. Fotografie”, alla Casa dei Tre Oci di Venezia, fino al 10 gennaio 2021.

Cresciuto in una famiglia agiata e appassionato di fotografia fin da bambino, nel corso della sua lunga carriera Lartigue scelse di puntare l’obiettivo soprattutto sulla ricca borghesia parigina che si ritrovava ai grandi premi automobilistici, alle corse ippiche e lungo la costa meridionale francese, dando vita a  fotografie colme di eleganza, spensieratezza, mondanità, ma anche capriole, salti e tuffi.

Il suo intento era immortalare la felicità in tutte le sue più frivole e ironiche sfumature per poi conservarne memoria. “Mon universe c’est un immense parc”, scriveva nel suo diario nel periodo tra le due guerre. Così, grazie alla ricercatezza delle inquadrature e alla capacità di mettere in luce dettagli e istanti inusuali, Lartigue iniziò ben presto a collaborare con diverse riviste e a lavorare per la moda e per il cinema. A dargli veramente lustro e a portarlo sull’olimpo della fotografia, però, fu una importante retrospettiva al MoMA di New York nel 1963.

Oggi, Lartigue è considerato uno degli autori più originali e affascinanti del secolo scorso, nonché un grande anticipatore, e questa bella mostra veneziana rappresenta un’ottima occasione per approfondire la sua conoscenza, non solo attraverso le 120 immagini esposte (di cui moltissime inedite) che vanno dal primo Novecento fino agli anni Ottanta, ma anche per mezzo di un cospicuo numero di materiali d'archivio, tra cui spiccano le memorie che il fotografo scrisse negli anni Sessanta e Settanta, quando iniziò a ricomporre gli album contenenti tutta la sua produzione.

 
Francesca Cogoni
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