Padrenostro

Nei cinema il film di Claudio Noce con Pierfrancesco Favino

La storia degli anni Settanta italiani, gli anni della lotta armata e dell'estremismo politico, è estremamente complicata. Questo film, dell'epoca racconta in particolare un episodio, l'attentato subito dal vicequestore Alfonso Noce da parte dei NAP, Nuclei Armati Proletari, nel 1976 a Roma. Alfonso è il padre del regista Claudio Noce.

Si capisce perché "Padrenostro" abbia un fortissimo valore personale per chi l'ha girato. E quindi non stupisce la scelta di Claudio Noce: non raccontare un'epoca, allargare lo sguardo alla società, alla politica, al brodo di coltura che ha creato i cosiddetti anni di piombo in Italia. Niente di tutto questo. Noce si concentra su un particolare molto più piccolo, ma altrettanto complesso: il trauma subito da un bambino che assiste a un fatto di sangue, che vede il padre in pericolo, che incrocia gli occhi di un uomo che muore.

I genitori spesso sono portati a pensare - a illudersi - che i figli vivano in una specie di realtà parallela, poco permeabile ai fatti del mondo degli adulti. Non è così. Come non è vero che i bambini non si accorgono delle cose, che non le capiscono fino in fondo, che le dimenticano presto. Per dimostrarlo, Claudio Noce fa rivivere al suo giovanissimo alter ego (Mattia Garaci) il momento dell'attentato molte volte nel corso del film: ogni volta, davanti agli occhi dello spettatore, un tassello nuovo di quella esperienza. Eppure gli adulti continuano a negare il trauma, forse per tranquillizzare se stessi, forse perché non sanno come affrontarlo. O forse perché, semplicemente, fanno parte di una generazione per la quale la salute mentale era ancora un tabù.

Padrenostro non è un film che parla di storia o di politica, è un film sui rapporti familiari, del resto la famiglia è un'ossessione del cinema e della letteratura, non solo italiana, fin dal primo racconto. Qui di particolarmente riuscito c'è l'interpretazione di Pierfrancesco Favino (giustamente premiato a Venezia con la Coppa Volpi), che è ormai indiscutibilmente il volto dell'ultimo decennio del cinema italiano, così come Toni Servillo era stato del precedente. Di meno riuscito c'è la scrittura - che non è poco, per carità - e qualche scommessa musicale rischiosa, che finisce per non pagare.

 
Michele Serra
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