Sebastião Salgado, Goma, Zaire, 1994
Sebastião Salgado, Goma, Zaire, 1994 (© Sebastião Salgado; Contrasto)

Sebastião Salgado e il cammino sulle strade delle migrazioni

In mostra a Pistoia fino al 26 luglio

È sempre stato dalla parte degli ultimi della Terra. Lo ha dimostrato anche poche settimane fa, lanciando un appello al governo brasiliano per tutelare gli indigeni dell’Amazzonia dal rischio di genocidio per la diffusione del Coronavirus.
Dagli anni Settanta, Sebastião Salgado non ha mai spesso di fotografare le ferite dell’uomo e del nostro pianeta, spronando a non voltarsi dall’altra parte, a non chiudere gli occhi di fronte agli scempi che continuano a devastare popoli e territori.

Tra i suoi temi più ricorrenti, quello delle migrazioni di massa, a cui negli anni Novanta dedicò innumerevoli reportage da un capo all’altro del mondo. Provengono da questo magistrale e imponente lavoro di ricerca le opere che compongono la mostra Sebastião Salgado. Exodus. In cammino sulle strade delle migrazioni, organizzata dalla Fondazione Pistoia Musei in collaborazione con Contrasto e Pistoia – Dialoghi sull’uomo e allestita fino al 26 luglio nelle sale di Palazzo Buontalenti e dell’Antico Palazzo dei Vescovi della cittadina toscana.

Selezionati dalla moglie del fotoreporter, Lélia Wanick Salgado, i 180 scatti in mostra offrono una potente testimonianza di che cosa significhi lasciare la propria terra per cercare la salvezza, per avere un futuro, divisi fra terrore e speranza, sofferenza e coraggio.

“Dobbiamo creare un nuovo regime di coesistenza. Oggi più che mai, sento che il genere umano è uno. Vi sono differenze di colore, di lingua, di cultura e di opportunità, ma i sentimenti e le reazioni di tutte le persone si somigliano. La gente fugge dalla guerra per scampare alla morte, emigra per cercare un destino migliore, si costruisce una nuova vita in terra straniera, si adatta a condizioni proibitive. L’istinto di sopravvivenza dell’individuo domina ovunque. Eppure, in quanto razza umana, sembriamo pericolosamente inclini all’autodistruzione”.
Era il 1999 quando Salgado dichiarava ciò. A distanza di tanti anni, pare che poco sia cambiato, che tutto continui a ripetersi. Gli scatti di Salgado sono lì a ricordarci che non possiamo continuare a essere spettatori inerti.

 
Francesca Cogoni
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