Fernando Birri

La storia di un uomo-angelo: domenica al Lux, lunedì al Palacinema

di Giacomo Taggi

Il 27 dicembre 2017, all'età di 92 anni, si è spento Fernando Birri, un uomo che ha vissuto e scritto la storia dell'ultimo secolo – il "secolo del vento", citando il titolo del suo film tratto dall'opera di Eduardo Galeano.

Birri non ha vissuto soltanto una vita, ma molte. È stato pittore e burattinaio, poeta e rivoluzionario. Anche se verrà ricordato principalmente come regista, autore di opere come Mi hijo el Che (1985) o Un Señor muy viejo con una alas enormes (1988) e vincitore del Leone d'Oro per l'opera prima a Venezia con Los Inundados (1961).

Il 22 e 23 di aprile, rispettivamente al Lux di Lugano e al Palacinema di Locarno, la RSI presenterà in anteprima il film Storia Probabile di un Angelo, co-prodotto insieme a Ventura Film e Cisa ( Invito anteprima europea ).

Il 13 marzo 2018, nella ricorrenza del suo compleanno, i suoi amici dell'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio hanno organizzato, come tutti gli anni, una festa che ha riunito amici da ogni parte del mondo. Prima di dare il via ai festeggiamenti, le ceneri di Birri sono state sparse al vento e nel fiume da Ponte Sisto, a Trastevere, come lui aveva espressamente richiesto.

 

 


La vita dell'uomo Fernando potrebbe essere raccontata attraverso i tre luoghi principali della sua esistenza: Santa Fe, dove è nato e cresciuto, ed avrebbe desiderato vivere; Roma, dove ha studiato l'arte del cinema ed è stato costretto a vivere; e L'Havana – San Antonio del los Baños, preciserebbe lui – dove insieme ai suoi amici Fidel Castro e Gabriel García Márquez ha fondato la Scuola dei Tre Mondi, un istituto di cinema pensato appositamente per studenti provenienti dall'America Latina, l'Africa e l'Asia.

La vita dell’artista Fernando, invece, si presta ad essere raccontata attraverso la metafora dell'albero.

Se è vero, come scrive Rilke, che la vera patria di un uomo è la sua infanzia e che in ogni bambino è contenuta l'immagine dell'uomo che diventerà, è altrettanto vero che nel seme è contenuta l'immagine dell’albero che genererà. Per questo ogni artista, nel profondo, resta sempre un po' bambino: e Fernando non ha fatto eccezione. Non a caso il teatro dei burattini con cui giocava da piccolo, ritornerà ancora nella sua ultima opera, il Fausto Criollo (2011).

 


 

Intorno ai 25 anni, Birri abbandona la Facoltà di Giurisprudenza quando gli mancano soltanto due esami alla laurea, ed intraprende un progetto antitetico rispetto a quello a cui la famiglia e la società lo avevano indirizzato. Si imbarcherà come aiutante di cucina su una piccola nave che risale il corso di un fiume. Durante quel viaggio capirà che quella artistica è la sua vera vocazione. In una lettera a sua sorella, Fernando scrive di aver trovato se stesso solo dopo aver sperimentato la totale solitudine e aver rotto ogni legame, ogni laccio che lo teneva avvinto. Come un seme che deve superare l'inverno per poter rifiorire con l'arrivo della primavera. Solo dopo essersi liberato di tutto, ha potuto vedere “il mondo e la creazione come se fosse il primo uomo”.

A seguito dell'esperienza fluviale, Birri si trasferisce a Roma, dove si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia, dando inizio alla sua carriera nel cinema. Indipendentemente da questo percorso professionale, Birri si è sempre sentito un poeta. Un poeta che si è espresso con mezzi diversi rispetto alle composizioni in versi, ma affermando sempre:  “le mie vere radici sono custodite nella poesia”.

 

 


Terminati gli studi, Birri ritorna a Santa Fe, dove inizia a girare dei film che non si appiattiscono al puro intrattenimento, ma si aprono e si fanno promotori di una ferma denuncia sociale. La dittatura brucerà le sue pellicole, costringendolo a fuggire dal paese in cui è nato ed in cui avrebbe desiderato vivere. Perché non sempre la vocazione dell'artista ed i desideri dell'uomo sono conciliabili. E mentre i rami del primo tendono verso il sole, accade che le radici del secondo vengano tagliate in modo crudele ed imperdonabile.



 

Il giorno del suo 91esimo compleanno, nella festa organizzata per lui presso la sede dell'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio, Fernando ha confessato, in modo candido come il vestito che indossava, che sentiva l'avvicinarsi della morte. Ma nel suo sguardo e nella sua voce non c'era la minima traccia di paura. Citando un drammaturgo spagnolo, Alejandro Casona, costretto a rifugiarsi in Argentina durante la guerra civile spagnola – uno degli invisibili incroci che tessono le nostre vite –, Fernando ha esclamato che “gli alberi muoiono in piedi”. Ha sbattuto il suo bastone per terra due o tre volte, come a sottolineare quelle parole con la forza dei gesti.



Quando la morte è infine arrivata a prenderlo, chi scrive è stato testimone di come lui abbia tenuto fede a queste parole. La luce nel suo sguardo era la stessa, la paura totalmente assente. Perché non possiamo impedire che la morte arrivi a prenderci: ma essa non può piegarci se abbiamo vissuto tutta la vita con la schiena dritta, lottando per le nostre idee senza mai cedere di un passo. È in questo atto che l'uomo e l'artista si riscoprono una cosa sola. Gli alberi muoiono in piedi. Ed i loro semi, come le ceneri e le ali dell'angelo, vengono trasportati dal vento nel terreno fertile delle generazioni future.