(® Estate of Ernst Scheidegger)

Giacometti irrequieto sul grande schermo

In "Final Portrait" il racconto di un dipinto e di un’amicizia

di Francesca Cogoni

Spesso il processo creativo di un’opera suscita più interesse e fascinazione dell’opera stessa. Scoprire la genesi e l’evoluzione di un quadro, un film, una poesia; capire come si giunge a dare forma, ordine, logica al caos che alberga in testa, destano immancabilmente curiosità e, molte volte, incanto. Ancor più quando si parla di personalità artistiche singolari e tormentate, di capisaldi dell’arte del Novecento. Come Alberto Giacometti.

È proprio su queste tematiche e suggestioni che poggia il film Final Portrait – L’arte di essere amici, scritto e diretto dall’attore e regista statunitense Stanley Tucci e tratto dal libro di James Lord A Giacometti Portrait. Una pellicola indipendente, girata con un budget ristretto ma tanta accuratezza, che arriva nelle sale dopo aver fatto tappa alla Berlinale e al Torino Film Festival.


Nel 1964 a Parigi, il giovane e facoltoso scrittore americano ed estimatore d’arte James Lord (interpretato da Armie Hammer) incontra l’amico Alberto Giacometti (un somigliantissimo Geoffrey Rush). Ultrasessantenne e all’apice della sua carriera, Giacometti chiede a Lord di posare per lui. Gli assicura che non ci vorrà molto, al massimo un pomeriggio. Incuriosito e onorato, lo scrittore accetta. La realizzazione del ritratto, però, si rivela complessa e quasi al limite dell’estenuante, protraendosi per 18 lunghe sedute, costringendo Lord a rinviare ripetutamente il suo rientro negli USA, “intrappolato” dal processo creativo del grande artista svizzero.

Da un lato, c’è un uomo snervato ma estremamente coinvolto dall’onore-onere di fare da modello, e che riversa su carta tutti i dettagli e le impressioni di questa profonda esperienza; dall’altro, un uomo ossessionato dal ritrarre ciò che vede, dal creare l’opera che ha in mente, costantemente insoddisfatto e inquieto – “Non riuscirò mai a dipingerti come ti vedo […] È impossibile”. È un continuo fare e disfare, fino a quando risulta evidente che non si può più né aggiungere né togliere niente al dipinto.


Da sempre appassionato del lavoro di Giacometti, e affascinato fin dalla giovinezza dal libro di Lord, Stanley Tucci ne ha voluto fare un film, concentrandosi in particolar modo sulla meraviglia e sulla frustrazione del processo artistico, e sulle diverse sfumature di un insolito rapporto di amicizia. Final Portrait non è il classico biopic, si tratta piuttosto di uno sguardo genuino su un periodo circoscritto e particolare della vita dell’artista svizzero, all’epoca icona vivente, ma anche uomo profondamente tormentato. Lo vediamo aggirarsi nel suo studio grigio e polveroso, colmo di figure filiformi e opere incompiute, fumare assiduamente, imprecare davanti alla tela, affondare le mani nella creta, litigare con la moglie Annette e amoreggiare con l’amante Caroline, discutere con il fratello Diego e trattare con i mercanti d’arte. E poi fuori dallo studio, in una Parigi a tinte vintage e bohémien, tra frequenti bevute, veloci pranzi a base d’uova e passeggiate al cimitero, a dialogare di arte e artisti (spassose le critiche su Picasso), di suicidio, fama e denaro. Quello che ne viene fuori è un Giacometti umanissimo, spiritoso, spesso furioso, “felice solo quando è disperato” secondo il fratello Diego. Nel film non succede nulla di eclatante, ma tanto per comprendere le ansie e ossessioni di un artista. “Da giovane pensavo di poter fare tutto. Quando sono cresciuto ho capito che non sapevo fare niente”, dichiara Giacometti sfinito davanti alla tela.



Tra i pregi principali della pellicola, oltre alla bravura degli attori – non solo quella di Giacometti/Rush e Lord/Hammer, ma anche di Tony Shalhoub nei panni di Diego Giacometti, di Sylvie Testud in quelli di Annette Giacometti e di Clémence Poésy nel ruolo dell’esuberante Caroline – vi è l’assoluta fedeltà e perizia con cui è stato ricreato l’atelier di Giacometti, dove si svolge buona parte dell’azione. Una ricostruzione a cui ha contribuito anche la Fondazione Giacometti, che si è impegnata a garantire l’autenticità storica delle opere presenti nello studio all’epoca, e a verificare il lavoro dei quattro artisti che si sono occupati di ricreare i quadri e le sculture di Giacometti. Difatti, è proprio la Fondazione a custodire nella sua collezione i resti dello studio originale, comprendenti porzioni di pareti dipinte, arredi e cimeli accumulati nel corso di 40 anni. Così, l’affascinante e fatiscente atelier al civico 46 di Rue Hippolyte-Maindron, a Montparnasse, è rivissuto nel film, rievocando quella stessa suggestione che scaturisce anche dalle fotografie di Ernst Scheidegger e dalle parole dello scrittore e drammaturgo Jean Genet, che all’atelier di Giacometti dedicò persino un saggio (“Dans un décor où tout est taché et au rebus, tout est précaire et va s’effondrer, tout tend à se dissoudre, tout flotte: or, tout cela est comme saisi dans une réalité absolue…”).


Il ritratto di James Lord fu l’ultimo realizzato da Giacometti, che morì due anni dopo. L’opera fu poi venduta nel 1990 per oltre 20 milioni di dollari. Un dipinto emblematico, da cui è scaturito un brillante memoir, che a sua volta ha offerto l’ispirazione per un appassionato film: le tante tappe di un avvincente ammaliamento.

Chi ama i colpi di scena forse troverà un po’ monotono e ripetitivo Final Portrait, ma la sua forza sta proprio in questo: nell’indugiare sul travaglio che si cela dietro un’opera d’arte, con una sana dose di umorismo e di naturalezza, calandolo nella quotidianità. “Non c’è terreno migliore del successo per alimentare il dubbio” afferma argutamente Giacometti a un certo punto del film. Parole sagge che potrebbero valere per chiunque: senza dubbi, errori, fatica non si cresce e non si aspira al meglio.

 

(Su Giacometti vedi anche il nostro dossier multimediale con documenti audio e video dagli archivi RSI)