I’ll be your mirror

Nico dopo Nico nel biopic di Susanna Nicchiarelli

di Maria Chiara Fornari

Ci sono persone che ad un certo punto della vita, nel bel mezzo del cammin, riescono a darsi una seconda possibilità. Fanno pace con loro stesse e con gli altri, forse, talvolta elaborano, o semplicemente voltano pagina, chiudono i conti con ciò che sono o non sono state, nel bene o nel male, sospendono giudizi e condanne e si concedono lo sconsiderato lusso di principiare ad essere il più possibile aderenti a ciò che sentono di voler divenire, al di là delle mode, delle convenzioni e delle manipolazioni di ogni sorta.

La statuaria, bellissima e talentuosa Nico, modella, attrice, musicista e cantante, al secolo Christa Päffgen, lo ha fatto. Nico, 1988  è il film di Susanna Nicchiarelli, da poco entrato in distribuzione, che racconta con asciutta compostezza e sguardo disincantato gli anni di svolta o rinascita, che dir si voglia, della sacerdotessa delle tenebre, di colei che è considerata la progenitrice del rock gotico. Nel ruolo di protagonista la fantastica e straordinariamente mimetica attrice danese Trine Dyrholm che presta volto e anche voce alla ricostruzione biografica dando indiscutibile dimostrazione, se mai ce ne fosse stato bisogno, di immense doti interpretative a tutto tondo, anche nel dar voce alle laceranti canzoni di Nico.
 


Proiettata in anteprima all'ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia, la pellicola ha vinto il primo premio nella sezione Orizzonti, dedicata al concorso internazionale di film che presentano nuove e innovative tendenze estetiche ed espressive, con una attenzione particolare per gli autori emergenti.

Con toni asciutti, quasi documentaristici, e con uno stile che nulla concede a compiacimenti stilistici estetizzanti, né tantomeno pietistici, la giovane regista romana ha raccontato gli ultimi anni di una grande artista che si libera della fama, per guadagnare una nuova personale dignità di autrice e interprete libera e anarchica, in un anonimato denso di sogni e speranze.

 

 

Quando, nel 1960, la modella tedesca Nico lascia le passerelle parigine è già un volto noto. Da mannequin è diventata in poco tempo una delle predilette da Coco Chanel e nel 1960 la sua partecipazione alla Dolce vita di Federico Fellini non era certo passata inosservata.
 


In quegli anni conosce diversi artisti e musicisti e uno fra questi, un certo Bob Dylan, la introduce alla Factory. Lo studio di Andy Warhol, chiamato Factory, era considerato, negli anni sessanta a New York, il centro dei fermenti artistici più interessanti del momento, polo di sperimentazioni e laboratorio di provocazioni. Nel 1966 Warhol la vuole per l’Exploding Plastic Inevitable, un vero bombardamento sperimentale di suoni, luci e colori, uno spettacolo itinerante che produce per lanciare i Velvet Underground, la band del suo giovane protetto Lou Reed. Nico ha una voce profonda, inquietante, ruvida e vellutata insieme, una voce del nord Europa che affascina Warhol come una specie di potenziale Marlene Dietrich del rock decadente o quantomeno la donna immagine giusta per la promozione del suo spettacolo.
 


Il brano I’ll Be Your Mirror  prende spunto da una frase che Nico avrebbe detto a Lou Reed, quando fra i due ci sarebbe stata una storia d'amore. Ma due leader su un palco stanno stretti e Lou Reed le concede di cantare, oltre a I’ll Be Your Mirror, solo Femme Fatale e All Tomorrow’s Parties. Lo spettacolo non fu un grande successo, ma il disco che seguì The Velvet Underground & Nico, con la gialla banana griffata Andy Warhol in copertina, assolutamente sì. Un simbolo del fermento artistico della New York di quegli anni e uno degli album più influenti della storia del rock.

 

Va da sè che la bionda e statuaria cantante riceve più attenzioni del leader Lou Reed e nel 1968 Nico capisce che è meglio togliere il disturbo e esce dal gruppo. In quegli anni Jim Morrison la invita a scrivere i suoi sogni per iniziare una carriera da solista.

Se la Factory fosse stata una famiglia sarebbe stata di sicuro una famiglia narcisista, probabilmente specchio delle disastrate famiglie di origine dei suoi componenti, sicuramente una famiglia disfunzionale, la quantità di alcool e droghe consumate in All tomorrow parties rendeva assolutamente impossibile immaginare che al suo interno si potesse contemplare di crescere dei figli.

Eppure Nico un figlio ce l’ha da crescere si chiama Ari ed è nato nel 1961, da una relazione con l'attore francese Alain Delon. Il bambino non viene mai riconosciuto dal padre, ma dalla nonna paterna sì. È a lei che viene affidato quando Nico e l’ambiente in cui vive vengono ritenuti dalle autorità inadeguati alla crescita del bambino.
 


"Non so bene come faccia a vivere. È una continua lotta tra me e me. È un dramma sentirmi come aliena a me stessa. Non ho alcun riferimento per capire chi io sia. Vivo come in un perenne esilio". Lo spirito dell'esilio è la cifra dell’intera sua opera da autrice e solista, spirito che risuona dentro di sé e che ritroviamo nella sua poesia, nel suono del suo armonium acquistato in India e nei suoi testi: The Marble Index (1968), Desertshore (1970), The End (1974), Drama of Exile (1981) e Camera Obscura (1985).
 


A fine anni ’80, Christa Päffgen, abbandonato il nome d’arte, affronta a bordo di un furgone, un viaggio attraverso l’Europa, divisa dalla cortina di ferro, con un’altra famiglia disfunzionale al seguito: il gruppo di musicisti che la accompagna nella sua ultima rocambolesca tournée. Un viaggio nel corso del quale attraversa confini e vince imposizioni e costrizioni fuori e dentro di sè. E nel film di Susanna Nicchiarelli il tema della disperata riconquista, da parte della quasi cinquantenne protagonista, di un rapporto con il figlio Ari è centrale. Un amore filiale difficile da esprimere come da riedificare su basi nuove. Un'infanzia da ritrovare.
 


Cosa sarebbe stato della sacerdotessa delle tenebre, la Chelsea Girl Nico, se in quel 17 luglio del 1988, a Ibiza, non fosse caduta dalla bicicletta?

A me piace immaginarla ancora e sempre con il suo registratore a bobine a tracolla, in giro per il mondo a registrare suoni nella nevrotica, disperata, ricerca di un suono originario, del suono della sua infanzia.

 

Tributi musicali a Nico
Life Along The Borderline: a Tribute to Nico by John Cale
Marianne Faithfull, Song for Nico
Jesse Paris e Patti Smith, Killer Road