(keystone)

Il colore nascosto delle cose

Soldini guarda il mondo con gli occhi di chi non vede

di Barbara Camplani

Ama alternare i film di finzione alla documentaristica, Silvio Soldini, e già qui si intuisce la sua attenzione per il reale. Forse però ciò che conta di più nel suo cinema, prima ancora dello sguardo del regista, è l’esperienza dell’uomo, che alimenta profondamente il sostrato emotivo della sua produzione.

Un esempio? Il suo ultimo film, Il colore nascosto delle cose (2017), narra la storia d’amore fra un creativo donnaiolo (Adriano Giannini) e un’osteopata cieca (Valeria Golino). Durante un’intervista Soldini mi racconta che l’idea è nata dopo aver conosciuto lui stesso, per motivi medici, un fisioterapista non-vedente, che – come farà la Golino con Giannini – gli fa scoprire una realtà sconosciuta, seminascosta dal velo di stereotipi che avvolge la condizione di handicap. Da qui il progetto di girare un documentario in una comunità di ciechi (Per altri occhi. Avventure quotidiane di un manipolo di ciechi, 2013) e poi il film.

E infatti nelle sue storie, al di là del plot di finzione, si respira tanto la vita vera, incarnata da personaggi mai straordinari (extra-ordinari) ma autentici.

 


Tra i fautori del Nuovo Cinema Italiano

Nato a Milano (ma la famiglia è di origini ticinesi), Silvio Soldini esordisce nei primi anni Ottanta e nel 1990 presenta in concorso al Festival di Locarno L’aria serena dell’ovest, scritto insieme a Roberto Tiraboschi e con Luca Bigazzi alla fotografia. Il film è ambientato in una Milano colta ma recante segni di stanchezza, dove si intersecano le esistenze di quattro personaggi. Dietro al loro benessere economico e sociale emerge il ritratto umano di un impasto di impotenza emotiva, velleità morale e intellettuale, mediocrità esistenziale (Mario Sesti).

Nel frattempo in Italia l’epoca d’oro di Cinecittà si è sgretolata. Finita è la parabola del suo massimo cantore, Federico Fellini, così come finiti sono i miti e le maxi-produzioni che gravitavano intorno alla “Hollywood sul Tevere” e ai suoi fondali di cartapesta. Il mondo stesso è profondamente mutato nel suo assetto geopolitico e nei consumi. In questo contesto L’aria serena dell’ovest è uno dei primi film realizzati con un budget davvero limitato e cerca di raccontare la realtà succeduta agli ideali e ai disordini degli anni di piombo. Una ventata di novità, portata da una nuova generazione di registi (oltre a Soldini: Daniele Segre, Nanni Moretti, Daniele Lucchetti, Giovanni Veronesi e altri), che viene poi battezzata Nuovo Cinema Italiano.

La città diventa il simbolo dell’alienazione della società post-industriale, perdendo però ogni connotazione regionale. Che sia la Genova di Giorni e nuvole (2007) o la Milano-Torino de Il comandante e la cicogna (2013), per Soldini la città è lo sfondo globalizzato del nuovo ceto medio, dove le storie assumono un sapore universalizzante.

 

Il successo di Pane e tulipani

Nel 2000 esce Pane e tulipani, che segue le vicessitudini di Rosalba Berletta, poco vocata madre di famiglia meridionale, interpretata da una splendida Licia Maglietta, capace (nella sua dolce maldestrezza) di calamitare tutti a sé, personaggi e spettatori. Dimenticata per errore in un autogrill durante una gita, Rosalba per la prima volta nella sua vita è libera e l’istinto, più che la coscienza, la spinge a rincorrere sogni mai espressi ma sepolti dentro di sé. Con figure goffe e irrisolte quanto lei riesce a trovare una serenità fatta di piccole attenzioni, come appunto il pane fresco per la colazione e i tulipani per ravvivare la tavola.  

Il film incanta il pubblico e la critica per la sua enorme carica di empatia (frutto di un lavoro profondo con gli attori) e sbanca ai David di Donatello, vincendo i sei premi principali. Emergono qui con forza due costanti del cinema soldiniano: la casualità come motore di partenza che stravolge l'equilibrio dei personaggi e la predilezione per protagoniste femminili le quali, prima degli uomini che le accompagnano, hanno la forza di accogliere il cambiamento e di affrontare la crisi che ne consegue.  

Licia Maglietta e lo svizzero Bruno Ganz, protagonisti di "Pane e tulipani"

 

Storie di precarietà esistenziali

La commedia è comunque poco frequentata da Soldini che, dopo Pane e tulipani e Agata e la tempesta (2004), torna sul binario del realismo, del racconto del quotidiano. I suoi ultimi film condividono una matrice comune: l’indagine della precarietà esistenziale nella vita contemporanea. Soldini accende la telecamera pochi attimi prima che il castello di sabbia dei suoi personaggi inizi a traballare e da lì segue il suo lento disgregarsi. È il caso della vita agiata e serena di Elsa e Michele, stravolta dal licenziamento di lui (Giorni e nuvole, 2007), oppure di Anna, colta improvvistamente da una passione viscerale e clandestina per un uomo incontrato per caso (Cosa voglio di più, 2010).

Il dramma è però costruito senza eccessi, senza scoppi di rabbia convulsi né isterismi. Al contrario, i personaggi “in transizione” vengono raccontati con un tratto delicato e intimista, capace di restituire tutta la complessità e la contradditorietà dell’animo. Sono persone qualsiasi, che attraversano la crisi con reazioni ordinarie.

Da questa ricerca di adesione alla realtà deriva anche un’altra tendenza del cinema soldiniano: spesso manca il finale (felice o meno che sia), uno scioglimento che liberi lo spettatore dal laccio di empatia che è andato creandosi con i protagonisti. Il film è finito, i titoli di coda scorrono ma si resta ancora seduti, con un senso di incompiutezza e di lieve disagio perché la vicenda è rimasta sospesa, irresoluta. Come irresoluta è la vita.