La non vita del fantasma

“A Ghost Story”, toccante ritratto di uno spettro

di Corrado Antonini

Ero pronto a sostenere con chiunque che gli spettri erano molto meno paurosi e molto più divertenti di quanto comunemente si supponesse. A dirlo è il narratore del racconto Sir Edmund Orme di Henry James, subito dopo aver intravisto alla finestra il fantasma di un giovane pallido, bello, ben raso, dignitoso, con straordinari occhi azzurri e qualcosa dei tempi andati, come in un ritratto di anni addietro. Che i fantasmi di Henry James siano in buona parte delle entità benevole ebbe a testimoniarlo anche la scrittrice Virginia Woolf in un saggio pubblicato sul supplemento letterario del Times il 22 dicembre 1921, e dedicato al tema del soprannaturale in James : I fantasmi di Henry James non hanno nulla in comune con i vecchi spettri violenti: i feroci pirati grondanti di sangue, i cavalli bianchi, le signore senza testa che vagano per oscuri sentieri e lande battute dal vento. Hanno le loro origini dentro di noi. Sono presenti ogni qualvolta l’emozione supera le nostre capacità espressive; ogni qualvolta nell’ordinario emerge l’alone dello straordinario.
 

L’accostamento ai fantasmi benevoli di Henry James, e il loro riemergere da un lontano passato di letture, è garanzia che lo spettro protagonista del film A ghost story del regista americano David Lowery può essere avvicinato in tutta serenità, oltre che con un pizzico di tenerezza.
 

Un tale (Casey Affleck) muore in un incidente d’auto e si ritrova, suo malgrado, a vagare per le stanze della casa che divideva con la moglie (Rooney Mara) sotto il classico lenzuolo bianco, due pertugi in coincidenza degli occhi, due buchi neri attraverso i quali contempla un mondo che gli è ormai quasi del tutto precluso. Gli sia concesso il quasi, perché il fantasma nella sua impalpabilità fisica fa del suo meglio per manifestarsi in quanto presenza, e nel farlo si comporta in tutto e per tutto da fantasma: attraversa i muri, quando è indispettito o soltanto annoiato pesta i tasti di un pianoforte in piena notte terrorizzando i dormienti, quando invece è arrabbiato per davvero scaraventa stoviglie per terra o fa cadere un libro da uno scaffale (La morte ai tempi del colera) aprendone una pagina apparentemente a caso, a beneficio dell’ex compagna.

Il fantasma di Lowery è uno spirito che trasmette un senso di pena più che di dannazione. Il suo è uno strazio che capiamo bene, e che impone, in quanto spettatori, di porci per una volta dalla parte di uno spettro impossibilitato a comunicare il suo amore a chi è rimasto. Che l’orizzonte di un fantasma sia tanto circoscritto (il perimetro della casa in cui è vissuto, non oltre) è un dato di realtà che lo trasforma in una sorta di recluso, condizione da cui non può smarcarsi, neanche quando i bulldozer radono al suolo la casa stessa. Un fantasma, scopriamo, è un’entità stanziale, il genius loci degli antichi romani. Se il progresso erige un palazzo ricco di comfort dove prima sorgeva la modesta casa in cui è vissuto il fantasma, questo sarà costretto a vivere in quel palazzo (il nostro, di spettro, tenterà invano il suicidio, gettandosi da un cornicione del palazzo ancora in costruzione, solo per ritrovarsi nello stesso luogo ma secoli prima, all’epoca in cui i pionieri edificarono, proprio su quel sedimento di terra, la prima baracca; può insomma viaggiare nel tempo senza limiti, ma non è tenuto ad abbandonare il luogo che gli è stato attribuito – non sappiamo da chi, né a quale scopo, se non quello di essere chiamato a far da sentinella nei pochi metri quadrati in cui si è vissuti e spirati). Insomma: uno strazio di non vita.

Il film, presentato al Sundance festival nel gennaio scorso, ripropone un sodalizio felice e fortunato, quello cioè che già ci aveva regalato lo splendido Ain’t them body saints (regia: David Lowery; attori protagonisti: Casey Affleck e Rooney Mara), sorta di ricalco del capolavoro giovanile di Terrence Malick Badlands - La rabbia giovane, non solo per la storia narrata, ma per lo stile e il ritmo con cui viene esposta la sanguinosa vicenda. Da segnalare, nel film, il cameo del cantautore Will Oldham (meglio noto con il nome d’arte di Bonnie Prince Billy), non nuovo al cimento con la settima arte, ma che qui interpreta in modo assai convincente un veggente a una festa parecchio alticcia (quanto la chiaroveggenza sia dovuta ai fumi dell’alcool, non è dato di sapere).
 

Un piccolo grande film quello di Lowery, che sovverte non pochi luoghi comuni e che ci offre un punto di vista originale sull’iniqua, umiliante e non negoziabile non vita dei fantasmi. Una cosa soltanto li può affrancare dalla loro sorte, ed è quanto lo spettro impersonato da Casey Affleck scoprirà alla fine, leggendo le parole che la moglie aveva consegnato a un biglietto il giorno in cui abbandonò la casa per rifarsi, lei, una vita. Sta ai vivi fornire la chiave che liberi il fantasma dalla schiavitù. Ma quali siano queste parole Lowery si guarda bene dal rivelarlo. Non sarebbe, altrimenti, una storia di fantasmi degna di questo nome, e non saremmo, noi, sul filo del rasoio per l’intera durata del film.