"Non ho l'età" del ticinese Olmo Cerri

Una canzone per raccontare gli emigranti italiani in Svizzera

di Barbara Camplani

Era il 1964. Al Festival di Sanremo, a dispetto delle rivoluzioni musicali che scuotevano il resto del mondo, trionfava la tradizione, con la canzone Non ho l’età (per amarti), interpretata dalla sedicenne Gigliola Cinquetti. Questa ragazzina, vestita da collegiale, che cantava il proprio candore giovanile, divenne un vero e proprio idolo popolare e nei mesi successivi ricevette 140'000 lettere da italiani che si rivolgevano a lei come a una sorellina benefattrice, o una santa a cui chiedere intercessione. Fra di loro, molti emigranti, che le scrivevano dalla Svizzera.

Di quell’enorme repertorio, il documentario Non ho l’età del regista ticinese Olmo Cerri (prodotto da Amka con RSI, REC e Tempesta) seleziona quattro lettere e risale ai loro mittenti. Ne risultano quattro storie (di Gabriella e sua madre Maria, di Carmela, di Lorella e di Don Gregorio), quattro percorsi di migrazione più o meno riusciti. Attraverso l’espediente assolutamente originale delle missive alla Cinquetti, Olmo Cerri si addentra nei loro ricordi e nelle loro vite, muovendosi – questo è uno dei tratti più belli del documentario – con delicata e rispettosa confidenza. In costante bilico fra racconto individuale e storia collettiva, ci restituisce così un affresco delle speranze e sofferenze degli emigranti italiani in Svizzera del secondo Dopoguerra, di cui qui sotto si ripercorrono alcuni degli aspetti principali.

 

 

 

Gabriella e il terrore delle iniziative Schwarzenbach

Di fronte alla fioritura economica post-bellica la Svizzera si trova in carenza di manodopera, a causa del basso tasso di occupazione femminile e del rifiuto da parte di molti cittadini a svolgere lavori manuali. Gli imprenditori si rivolgono quindi agli stranieri. Fra il 1950 e il 1974 dall’Italia arrivano più di due milioni di persone, soprattutto meridionali, che nel loro paese non riescono a beneficiare del boom economico. Gli uomini saranno impiegati come manovali nei cantieri edili e in fabbrica; le donne come operaie nel settore tessile e alimentare.

 

(fonte: Ufficio federale di statistica)

 

Cercavamo braccia, sono arrivati uomini scrive Max Frisch per descrivere quell’enorme diaspora, che suscita nei partiti nazionalisti la paura di una Überfremdung, un inforestierimento della Svizzera. Contro la cosiddetta “sovrappopolazione straniera” viene lanciata una serie di iniziative (1965, 1969, 1972, 1977) promosse soprattutto dal Granconsigliere James Schwarzenbach, leader del partito di destra sociale Azione nazionale. Per evitare di essere licenziati e cacciati all’improvviso, i genitori di Gabriella, come altre famiglie, decidono di rientrare in Italia. Sennonché la madre Maria cadrà poi in depressione, perché nel frattempo lei a Zurigo aveva iniziato a sentirsi a casa.

 

Emigranti italiani nelle baracche della ditta Max Pfister (San Gallo, 1961). (Limmat Verlag)

 

Carmela: una bambina proibita

In realtà, i cittadini elvetici respingono tutte le iniziative Schwarzenbach. Un atto di coerenza (erano stati loro stessi a chiamare i lavoratori stranieri), apertura e compartecipazione, come si vede nelle manifestazioni dell’epoca, con Svizzeri e Italiani che marciano a braccetto. La piena integrazione e il raggiungimento di una qualità di vita dignitosa sono però ancora lontani. Gli Italiani vivono spesso confinati in baracche comuni, in un clima di precarietà e di umiliazioni economiche (sono pagati meno rispetto ai pari elvetici) e sociali (basti qui ricordare uno dei numerosi cartelli posti fuori dai locali pubblici: Vietato ai cani e agli italiani).

La categoria più discriminata è quella di Carmela, al tempo soltanto una bambina. Agli stagionali stranieri è infatti negato il ricongiungimento familiare: i loro figli, cioè, non possono dimorare in Svizzera. Alcuni genitori affidano i propri bambini ai parenti rimasti in patria; altri li iscrivono in collegi vicini alla frontiera per poterli visitare di tanto in tanto; altri ancora li portano clandestinamente con sé. Sono bambini inesistenti per le istituzioni, a cui per anni è vietato andare a scuola, giocare all’aperto, ridere ad alta voce. Un fenomeno difficile da quantificare ma che secondo Marina Frigerio, autrice del libro Bambini proibiti, ha coinvolto complessivamente 10-15’000 minori, figli di stagionali italiani ma anche jugoslavi, spagnoli e portoghesi.

Una scena tratta dal film "Lo stagionale" del regista operaio Alvaro Bizzarri (1971).

 

Lorella, ovvero la classe operaia non sempre va in paradiso

Né tutti gli emigranti riescono a trovare in Svizzera il benessere che speravano, come i genitori di Lorella, i quali per il troppo lavoro finiscono per ammalarsi entrambi precocemente. Il pericolo di impieghi fisicamente molto duri, spesso svolti con diritti sindacali insufficienti e in condizioni insicure o insalubri, non è solo un pericolo ma una realtà. Fra gli esiti più drammatici: la frana nel cantiere della diga di Mattmark nel Vallese nel 1965 (88 vittime, di cui 56 italiane) e l’intossicazione nella galleria Robiei-Stabiascio in Ticino nel 1966 (17 vittime, di cui 15 italiane).

Più tardi, con la recessione seguita alla crisi petrolifera del 1974, molti stagionali restano senza lavoro e la Confederazione li costringe a fare ritorno in patria, esportando così la propria disoccupazione. In quegli anni la presenza degli italiani cala del 30%.

Italiani al lavoro per la ditta di costruzioni Morant (Herisau, 1976). (Limmat Verlag)

 

Don Gregorio e l’impegno per l’integrazione

Il dialogo interculturale comincia grazie a figure come Don Gregorio, ai tempi giovane seminarista, incaricato di fungere da ponte fra le due comunità. Una spinta importante arriva pure dalla SSR SRG, con la RSI in testa, che inserisce nei propri palinsesti dei nuovi programmi esplicitamente rivolti agli emigranti (ma capaci di appassionare anche il pubblico elvetico): 30 minuti per i lavoratori italiani alla radio e Un’ora per voi in televisione (in collaborazione con la RAI). Un’iniziativa che oggi sembra forse obsoleta e settaria, ma allora totalmente avanguardistica, poiché per la prima volta la radiotelevisione nazionale si propone come strumento di mediazione culturale.

Gli emigranti italiani – è innegabile – hanno contribuito a coniare la Svizzera contemporanea e oggi sono considerati un esempio pienamente riuscito di integrazione. D’altra parte, quella dello “straniero” è un’etichetta che si affibbia sempre all’ultimo arrivato. L’ostilità verso i “Cikali” italiani lascia il posto negli anni Novanta a quella verso gli esuli dell’ex-Jugoslavia, a loro volta sostituiti dai richiedenti d’asilo africani. E spesso sono gli stessi emigranti (di prima generazione) a farsi promotori di questa ostilità,  dimenticando il proprio passato di povertà, precarietà e migrazione. Una memoria che, invece, vive ben radicata in Don Gregorio, da poco rientrato nella sua Calabria per accogliere le nuove generazioni di migranti, sbarcate da un gommone, in cerca di una vita migliore.