Un ponte oltre il Muro

Il contrasto USA-URSS, al di là della storia

di Axel Belloni

In qualsiasi manuale di storia la voce Guerra Fredda si chiude alla pagina 1989 con la caduta di quella Cortina di Ferro che aveva nel Muro di Berlino la sua incarnazione più estrema. Posate le armi (perlopiù inutilizzate) di quella battaglia di nervi durata oltre quarant’anni, un certo tipo di cinema a stelle e strisce non ha però smesso di fomentare la fatidica contrapposizione tra i “buoni americani” e gli “spietati russi”.

Pur mettendo in scena con una buona dose di attendibilità storica un episodio altrimenti destinato al dimenticatoio collettivo, Il ponte delle spie di Steven Spielberg è costellato di dettagli, gesti e atteggiamenti che fanno pendere l’ago della bilancia verso un’interpretazione chiaramente occidentale dei fatti. Quella dell’avvocato James Donovan è senz’altro una storia vera, una vicenda di eroica dedizione alla giustizia, ma risulta rischioso prendere come oro colato tutto quanto riprodotto dalla cinepresa del regista di Cincinnati.

 

 

Powers per Abel… ma voglio anche Pryor

Nel 1957 Rudolf Abel viene arrestato dalla CIA con l’accusa di aver agito come spia sovietica sul suolo americano. Il caso viene affidato all’avvocato James Donovan, ma appare evidente che il processo debba rappresentare un’esibizione (sotto mentite spoglie) dell’osannata giustizia a stelle e strisce. Tra il senso di giustizia e la presunta sicurezza del Paese, il Jim Donovan de Il ponte delle spie (nella magistrale interpretazione di Tom Hanks) sceglie la prima, senza prevedere che il suo assistito si sarebbe potuto trasformare in preziosa merce di scambio cinque anni più tardi.

Infatti, il 1° maggio del ’60, il pilota americano Gary Francis Powers viene abbattuto e catturato sul suolo sovietico, mentre sta scattando delle fotografie del territorio dal suo jet U-2. Mentre l’avvocato Donovan viene inviato a Berlino per patteggiare lo scambio di Powers per Abel, Frederic Pryor, uno studente americano in soggiorno accademico nella capitale tedesca, viene catturato dalla Stasi a est del Muro in quel fatidico 1961. La determinazione dell’ormai negoziatore newyorkese porterà gli Stati Uniti a riavere indietro entrambi: Powers incrocerà lo sguardo di Abel sul Ponte di Glienicke (da cui il nome del film), frontiera simbolo tra le due Berlino (sfruttata per gli scambi meno pubblicizzati); mentre la camminata di Pryor verso il propagandato mondo libero avverrà sotto i riflettori del Checkpoint Charlie.

"Glienicker Brücke", tra i pochi collegamenti tra le due Berlino

 

Un simbolismo a stelle e strisce

Agenti federali in completo, incravattati, con bretelle e cappello (come gadget irrinunciabili) sono i tratti che delineano il tempo della vicenda, un tempo che ne Il ponte delle spie appare chiaramente connotato ma mai esplicitamente dichiarato. In questo film del 2015, Spielberg è abilissimo a giocare con gli stereotipi. La bottiglietta di vetro di Coca Cola e il barattolo di burro d’arachidi trangugiato dalla figlia dell’avvocato Donovan (davanti ad un film di James Dean rigorosamente in bianco e nero) sono i simboli dell’avanguardia consumistica “made in USA” lanciata nel dopo-Guerra.

Il ponte delle spie è chiaramente un film statunitense che racconta una vicenda internazionale senza nascondere troppo la propria visione americano-centrica, ereditata dalla contrapposizione USA-URSS (contrapposizione che, come si può osservare, persiste ben oltre la caduta del Muro). La prigionia vissuta da Rudolf Abel negli Stati Uniti viene infatti descritta come una prigionia all’acqua di rose, rifornito di sigarette e strumenti per la pittura (la sua passione) e svegliato da “mamma Usa”, come fosse il primo giorno di scuola, per essere trasferito al Ponte di Glienicke per lo scambio con la controparte americana. Tanto Pryor quanto, ancor peggio, Powers sono invece vittime di un sistema comunista di incarcerazione ingiusto, privo di alcuna difesa legale e di ogni presunta legittimità. In questo senso, si può affermare che la pellicola, in ogni suo dettaglio, esplicita in modo evidente i colori del passaporto del regista e dei produttori, intenzionati sì a raccontare un episodio della storia, enfatizzandone però il lato patriottico.

 

In un film avaro di dettagli cronologici, a parlare è spesso il tempo meteorologico, anch’esso trasfigurato nella simbologia del conflitto bipolare della Guerra Fredda. Così, il cattivo tempo accompagna il protagonista in una Berlino grigia e fredda, attraverso un processo di dequalificazione che investe tutto quanto sta al di là della Cortina di ferro.

Inoltre, Il ponte delle spie assimila in modo inequivocabile la DDR all’URSS: se fosse uno stratagemma voluto da Spielberg (al fine di rappresentare la confusione che persiste nell’immaginario dell’americano medio tra quei due Stati comunisti dal nome fin troppo lungo), la scelta rientrerebbe tra le “intuizioni del genio di Cincinnati”. Tuttavia, qualche dubbio rimane, soprattutto se consideriamo il tempo primaverile da quadretto idilliaco nel finale, al rientro di Donovan a Brooklyn.

Grigia e fredda la Berlino divisa dal Muro nel 1961

 

Al di là del sottile americanismo che tende a piegare la realtà storica dentro i connotati della propaganda anti-sovietica, è interessante osservare, in conclusione, l’originalità di Spielberg nella cura di dettagli apparentemente insignificanti, che ci permettono però di calarci nel clima dell’epoca con una buona dose di verosimiglianza. Un esempio su tutti è il Caso del nichelino cavo: cospiratori comunisti e infiltrati inviati dal Cremlino avevano infatti ideato un sistema per scambiarsi e poi inviare informazioni segrete, inserendo un bigliettino in apposite monete cave (il Caso del nichelino cavo è appunto il nome dell’indagine della CIA che porta alla cattura della spia sovietica inscenata nel lungometraggio). Ebbene, per aprire il “porta-pizzino”, Spielberg mette nelle mani del suo Rudolf Abel una lametta da rasoio su cui compare l’inequivocabile marchio di fabbrica “U.S.A”. Un particolare che rievoca fedelmente il terrore (che serpeggiava nell’America del maccartismo) di essere intaccata dal suo interno dalla minaccia sovietica, sia che essa portasse il nome di Abel o dei Rosenberg.

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