Avishai Cohen
Avishai Cohen

Una grande Session al Jazz in Bess

Duo + Quartet, giovedì 25 ottobre, ore 20:30

ROELOFS & BENNINK (h. 20.30)
Joris Roelofs
clarinetto basso
Han Bennink batteria

AVISHAI COHEN QUARTET (h. 22.00)
Avishai Cohen tromba
Yonathan Avishai pianoforte
Yoni Zelnik contrabbasso
Nasheet Waits batteria

Una collaborazione RSI Rete Due – Jazz in Bess, Lugano

Nel ricco panorama della scena clarinettistica internazionale, il giovane olandese Joris Roelofs si è ormai ritagliato un brillante spazio tutto per sé. Nato trentaquattro anni fa ad Aix-en-Provence e cresciuto ad Amsterdam, Roelofs ha studiato accuratamente tanto la famiglia dei sassofoni quanto quella dei clarinetti, mettendosi in luce in patria ancora adolescente. Dopo aver militato per qualche anno nella Vienna Art Orchestra, dieci anni fa si è trasferito a New York facendosi subito notare per maturità e consapevolezza espressiva. Notoriamente, da una trentina d’anni nel mondo del jazz è in atto una grande rinascita del suo strumento, che ha dato spazio ad ogni tendenza: dal recupero della tradizione più antica alle ricerche timbriche sperimentali, dalla traduzione dei classici moderni su questo strumento all’approfondimento delle sue relazioni con tante vivaci tradizioni popolari, nell’ambito di un proficuo rapporto con la world music.
Il musicista proveniente dai Paesi Bassi sembra aver scelto un campo nel quale la contemporaneità non esclude proficui rapporti con la storia: appare dunque simbolico il premio statunitense intitolato alla memoria di Stan Getz e Clifford Brown, da lui vinto nel 2003 (prima di lui era sempre stato aggiudicato a musicisti nati in America). Del resto Roelofs, che ha iniziato a farsi ascoltare come polistrumentista, sta privilegiando sempre più il clarinetto basso, strumento affascinante con il quale (nonostante l’ingombrante ombra di maestri quali Eric Dolphy, Bennie Maupin, David Murray o di altri europei come Gunter Hampel, Willem Breuker, Michel Portal, John Surman, Louis Sclavis, Gianluigi Trovesi) c’è ancora molto di nuovo da dire nel mondo del jazz.
Il creativo legame con la tradizione spicca anche grazie al nome del partner scelto per questo concerto: Han Bennink. Il batterista e percussionista, pure lui olandese, fa parte del gotha del jazz di matrice europea sin dagli anni ’60. Dopo aver spalleggiato i grandi solisti americani in visita nei Paesi Bassi (tra questi Eric Dolphy, che accompagnò in uno dei suoi ultimi concerti documentato su disco), diventa figura di riferimento della libera improvvisazione europea, lavorando con Misha Mengelberg, con l’Instant Composer Pool – all’epoca la formazione di punta del movimento olandese - più tardi con Peter Brötzmann, Evan Parker, Paul Bley, Anthony Braxton e moltissimi altri. Batterista con un’immensa esperienza, dal jazz tradizionale alle avventure sonore più estreme, Bennink ha fra le sue maggiori cifre stilistiche - oltre che un irresistibile swing e un complesso rumorismo percussivo – anche un surreale humor scenico e una personalissima teatralità che ne fanno un artista unico, da ascoltare e da vedere.

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L’approdo alla prestigiosa etichetta tedesca ECM, avvenuto nel 2015 con Into The Silence, segna la definitiva affermazione per il trombettista israeliano Avishai Cohen, figura di rilievo della scena jazzistica internazionale fin dagli anni Novanta.
Nato a Tel Aviv nel 1978, affermatosi musicalmente nel proprio Paese, Avishai è uno dei tanti compatrioti d’ispirazione jazzistica che negli ultimi decenni hanno scelto New York come propria città . Nel suo caso abbiamo a che fare con un’intera famiglia, tre fratelli che spesso si esibiscono sotto l’insegna di Three Cohens: gli altri sono il sassofonista Yuval e la clarinettista Anat.
La vastità della comunità israeliana newyorkese (certo stimolata dal «rinascimento ebraico» promosso a fine millennio da figure come John Zorn e Don Byron) ha anche causato una curiosa confusione onomastica. Poco prima del nostro uomo, in città approdava infatti un altro Avishai Cohen, contrabbassista classe 1970, tanto che qualche appassionato crede si tratti di un unico abile polistrumentista; tanto, soprattutto, da spingere il più giovane a firmare il proprio esordio discografico (nel 2003, per la Fresh Sound) con una dichiarazione d’identità: The Trumpet Player. Certo nella storia del jazz non si tratta del primo caso di omonimia, ma di solito la coincidenza ha riguardato periodi diversi della storia.
I due Avishai, comunque, si distinguono per estetiche molto diverse. Mentre il contrabbassista è uno spettacolare macinatore di note, il trombettista si rivela spesso pensoso, impressionista, interessato alla sottrazione delle note, idea che naturalmente deve molto a Miles Davis. In questa chiave si spiega anche l’interesse della sofisticata ECM per il nostro Avishai, che per l’etichetta ha già pubblicato anche Cross My Palm with Silver, inciso nel 2016 (in entrambi gli album si ascoltano anche il pianista Yonathan Avishai e il batterista Nasheet Waits). Ma l’israeliano non trascura gli agganci allo swing più palpabile, come ha mostrato collaborando con sassofonisti quali Mark Turner o Greg Tardy e facendo parte del robusto gruppo SF Jazz Collective. E anche la scelta dei suoi accompagnatori, un trio ritmico che dà pieno spazio al suono del leader, va nella stessa direzione.
(Claudio Sessa)

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