«All’inizio era l’emozione»

Céline, sgradevole e imprescindibile

Maledetto, esacerbato e profetico. E soprattutto scrittore del tutto privo di mezze tinte, che nel 1932 dà alle stampe uno dei grandi romanzi del Novecento (il “Viaggio al termine della notte”, che con ogni probabilità è “il” romanzo del Novecento), e solo cinque anni dopo si trasforma nell’autore del famigerato “Bagattelle per un massacro”, il primo dei tre libelli antisemiti che gli costarono la fuga e l’esilio sul finire del secondo conflitto mondiale. Sgradevole, quindi, eppure imprescindibile. Oggi più che mai.

A sessant’anni dalla morte Louis-Ferdinand Céline, proprio con tutte le sue stridenti contraddizioni, rimane un segnavia ineludibile per capire da dove proveniamo e ciò che siamo. Nessuno come lui, infatti, si è calato nel cuore di tenebra del “secolo breve” e ne ha sondato gli abissi, reinventando poi la propria esistenza e la propria personalissima discesa agli inferi -un’allucinata variazione novecentesca sul tema della goethiana discesa alle Madri- in un’opera narrativa che ci appare come un grande interrogativo che investe il senso o non senso del nostro esistere nel mondo e nella storia. Come ha scritto un grande “célinien” della prima ora, quale fu il compianto Guido Ceronetti: «Céline significa subito, prima di ogni memoria o fatto, un’umanità e un’epoca. Céline ci evita brutalmente di perdere tempo, di allontanarci dalla verità, dalle emozioni, dalla musica, dalla vita e dalla morte».

 

Più che di una semplice “opera”, insomma, nel caso di Céline è necessario parlare di una realtà ricreata nella lingua e con la lingua, non solo in virtù dell’utilizzo dell’argot, la vecchia parlata parigina con le sue violente contrazioni sillabiche, ma soprattutto in virtù della trasformazione dell’argot in una musica, quella “petite musique” che secondo le intenzioni di Céline doveva restituire una sorta di emozione primordiale, non ancora snaturata dalle ovvietà del parlare comune, dalle messinscene letterarie e dal gergo sclerotizzato dei traffici sociali. Lo stesso Céline, in un’intervista concessa negli ultimi anni di vita alla Radio di Losanna, aveva spiegato a modo suo questo principio stilistico che è anche un principio di poetica: «Nelle Scritture sta scritto: all’inizio era il Verbo. No! All’inizio era l’emozione. Il Verbo è venuto dopo, per sostituire l’emozione».

Si tratta di un aspetto che è stato colto in maniera molto penetrante da uno dei suoi traduttori italiani nonché raffinatissimo scrittore, Gianni Celati, che ha paragonato i libri di Céline a «un’isola oceanica poco accessibile, quasi disabitata». La “petite musique” è già presente nel “Viaggio al termine della notte” e in “Morte a credito” (1936), ma perviene alla massima espressione nelle opere che Céline diede alle stampe dopo gli anni di esilio e il ritorno in Francia, soprattutto nella “Trilogia tedesca” che comprende “Da un castello all’altro” (1957), “Nord” (1960) e “Rigodon”, pubblicato postumo nel 1969.

La “Trilogia tedesca”, detta anche “Trilogia del Nord”, magistralmente tradotta per Einaudi da un sensibilissimo letterato come iGiuseppe Guglielmi, costituisce il centro dell’isola Céline, dove confluiscono e rivivono non solo l’esperienza della fuga attraverso la Germania in fiamme nel 1944, ma anche l’esilio in Danimarca nell’immediato dopoguerra e i ricordi della vita a Montmartre prima del secondo conflitto mondiale. L’approdo all’isola, per continuare con la suggestiva metafora proposta da Celati, è invece costituito dai due libri che Céline scrisse immediatamente dopo il ritorno in Francia, “Pantomima per un’altra volta” (1952) e “Normance” (1954), che furono pubblicati da Gallimard e segnarono il suo controverso ritorno sulla ribalta letteraria. Anche questi due libri sono stati tradotti in italiano da Giuseppe Guglielmi e pubblicati da Einaudi, che adesso, seguendo l’esempio di Gallimard, li ripropone riuniti in un unico volume della collana “Letture” (Céline li aveva del resto pensati come un unico blocco narrativo dal titolo “Pantomima per un’altra volta I e II”). Per accedere all’isola Céline è molto importante proprio il concetto di pantomima, “féerie”, che contiene l’idea della fiaba ma anche della fantasmagoria e della sua teatralizzazione.

 

Tutto infatti è teatralizzato in questi due romanzi, e la teatralizzazione avviene per mezzo della “petite musique”, che Céline aveva già sperimentato alcuni anni prima nei due pannelli di “Guignol’s band” ma qui diventa davvero un principio stilistico in quanto principio poetico, e viceversa. È una musica, ha notato Celati, «senza costruzione armonica, ridotta ad andamenti cantilenanti», che nei suoi continui “staccati” -costituiti soprattutto dai celeberrimi tre puntini di sospensione- riesce a restituire la realtà nella sua lacerante e lacerata immediatezza, non ancora falsata dalle ipocrisie civili, che sono anche (e sempre) ipocrisie sintattiche e grammaticali. La prima parte è costituita dal racconto della vita a Montmartre nel periodo precedente la fuga in Danimarca, mentre la seconda è la cronaca dettagliata, eppure vertiginosamente sospesa tra ricordo e allucinazione, di due bombardamenti alleati che colpirono Parigi nel 1942 e nel 1944.  

Massimo Raffaeli, che ha curato la prefazione delle più recenti ristampe Einaudi, ha parlato giustamente della “verità” di Céline come di un «dolore nella sua esattezza lancinante, animale». E’ proprio questo elemento a rendere decisivo il confronto con la sua opera, perché circoscrive e definisce il residuo spazio di un’estrema libertà: la libertà della deformazione, la rabbia e il grottesco come modi (forse gli unici, ormai) di un’autentica conoscenza della realtà. Lo stesso Céline, in un passo di “Pantomima per un’altra volta”, ha espresso come meglio non si potrebbe il senso più profondo di una simile forma di conoscenza, che è sempre più la nostra: «Confusione dei luoghi, dei tempi! Merda! È la féerie voi capite… Féerie è questo… l’avvenire! Passato! Falso! Vero!». Il “célinien” Ceronetti, da parte sua, ne ha fornito una lettura che è difficile non condividere: «J’ai eté con toute ma vie, dice Céline. Questo va bene per ogni uomo. Siamo tutti cons, variano però i modi».

Mattia Mantovani
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