Al Pacino

Negli occhi dei personaggi

C’è una scena del Padrino dove Michael Corleone è seduto in poltrona. Attorno a lui gli altri membri della famiglia stanno decidendo come agire dopo l’agguato a suo padre, don Vito. Michael, che fino a poco prima si è sempre tenuto lontano da quel mondo, è silenzioso, rimane sullo sfondo. Poi, prende la parola e la macchina da presa stringe piano su di lui. È il momento in cui tutto cambia. La sua figura diventa centrale e comincia a compiere il suo destino. Un semplice, perfetto, movimento di camera che è puro cinema. Insieme al futuro del personaggio si svela anche il futuro di chi lo interpreta, destinato alla grandezza. Attraverso una galleria di personaggi intensi e complessi, Al Pacino è diventato uno dei più grandi attori della sua generazione. Gangster, tutori dell’ordine, persone ai margini o eccezionali: in comune hanno una tensione che scorre sottopelle come un fiume carsico pronto a esplodere in superficie mentre sono presi in un tiro alla fune fra due estremi, bene o male, speranza o disperazione, certezza o confusione… Una tensione che gli occhi esprimono in maniera unica. È lo sguardo di Michael Corleone, di Carlito Brigante, del detective Dormer di Insomnia o di Lefty Ruggiero in Donnie Brasco: lo sguardo di Al Pacino.

Viene dalla strada quel volto che il monumentale film di Francis Ford Coppola trasforma in una star planetaria dalla sera alla mattina. È il 1972 e Alfredo James Pacino ha 32 anni. È nato il 25 aprile del 1940 a New York in una famiglia italo-americana di origini siciliane. Cresce a East Harlem e nel Bronx e la sua infanzia è segnata dal divorzio dei genitori. Lo tirano su la madre e i nonni. Al non è un grande studente e da giovane ha la fama di combinaguai. Ma ama recitare. Recita ovunque, in strada, a scuola, in salotto. Lascia gli studi da adolescente, andando via di casa e mantenendosi con mille lavori. Il teatro lo attrae inesorabilmente. Entra prima all’Herbert Berghof Studio e pochi anni dopo si aprono finalmente anche le porte dell’Actors Studio: ne diventerà co-presidente, nel 1994. Adepto del metodo Stanislavskij, assorbe profondamente a livello psicologico i personaggi che interpreta. Nel suo modo di recitare c’è tutta l’energia assorbita dalla strada ma anche tanto studio, tanta preparazione. “Diversamente da quello che la gente pensa, più provi, più ripeti e più sei spontaneo”, racconterà anni dopo al regista Christopher Nolan. Lavora sodo. Con il suo debutto a Broadway in Does a Tiger wear a Necktie? di Don Petersen ottiene nel 1969 un Tony Award come non protagonista.

In quello stesso anno debutta nel cinema nel film indipendente Me, Natalie di Fred Coe e nel 1971 ha il suo primo ruolo importante, quello di un eroinomane in Panico a Needle Park (1971) di Jerry Schatzberg. Coppola sta lavorando alla saga di una famiglia malavitosa italo-americana tratta da un romanzo di Mario Puzo e nota questo attore praticamente sconosciuto, bassino e dal fascino certamente non convenzionale. Dopo estenuanti provini e contro il parere dei produttori, Al Pacino ottiene la parte.  Il Padrino, con il suo enorme successo di critica, pubblico e incassi, segna un punto di svolta negli anni della Nuova Hollywood, movimento di rinnovamento del cinema statunitense frutto dei tempi e della crisi delle vecchie strutture produttive degli studios. Quel film sancisce anche la trasformazione dei registi da meri esecutori in autori a tutti gli effetti con la libertà che ne consegue, sulla scia di quanto avviene in Europa.  Tre Oscar: miglior film, migliore sceneggiatura non originale e a Marlon Brando, unico divo già affermato, va la statuetta di migliore attore protagonista per il ruolo di don Vito Corleone. Ma anche il talento della nuova generazione viene alla ribalta. Il Michael Corleone di Pacino è perfetto, profondo, feroce e gli frutta la prima delle nove nomination della carriera, stavolta come non protagonista. Gli anni Settanta per lui si aprono col botto e continuano alla grande.

Torna a lavorare con Jerry Schatzberg nel 1973 in Lo spaventapasseri, premiato a Cannes, dove lui e Gene Hackman dipingono due personaggi ai margini. Dello stesso anno è Serpico di Sidney Lumet, tratto da una storia vera: Pacino è un poliziotto solo contro la corruzione del sistema. Subito dopo – 1974 – ecco Il Padrino Parte seconda che mantiene ed esalta tutta la grandezza del predecessore. Pacino brilla ancora e con lui un altro attore simbolo della Nuova Hollywood, Robert De Niro nel ruolo di don Vito da giovane. È la prima volta che i due sono nel cast dello stesso film anche se non recitano insieme: succederà, ma più tardi.  L’impressionante serie di pellicole – cinque in quattro anni a partire dal Padrino – non si ferma e nel 1975 Pacino è protagonista di Quel pomeriggio di un giorno da cani – ancora di Sidney Lumet – in un altro ruolo memorabile, quello del disgraziato rapinatore Sonny.

Il primo fiasco commerciale arriva con Un attimo, una vita (Bobby Deerfield, 1977) di Sydney Pollack. Dopo un periodo prevalentemente opaco per Pacino (tranne che per … E giustizia per tutti di Norman Jewison, 1979) è Brian De Palma a ridargli lustro. Scarface (1983), sceneggiato da Oliver Stone, si ispira all’omonimo classico di Howard Hawks di cinquant’anni prima. Racconta l’ascesa e la caduta di un criminale, che questa volta è un esule cubano a Miami. Rozzo, violento, infiammabile ma lucidamente determinato a prendersi tutto perché il mondo gli appartiene: così è l’iconico personaggio del narcotrafficante Tony Montana. Il film divide la critica, ma il pubblico lo accoglie bene e l’interpretazione di Pacino è indimenticabile. Segue però il rovinoso fiasco commerciale del costoso Revolution (1985) e Pacino lascia il cinema per quattro anni. Torna nel 1989 con il thriller Seduzione pericolosa, ben accolto.

Gli anni Novanta per lui sono un periodo prolifico e positivo. Lavora con Warren Beatty nel divertente Dick Tracy e sempre nel 1990, conclude la trilogia del Padrino di Coppola. È il decennio che finalmente gli regala l’Oscar come migliore attore protagonista per Scent of a Woman - Profumo di donna (Martin Brest, 1992), remake dell’omonimo film di Dino Risi del 1974 con Vittorio Gassman. Pacino è il burbero colonnello Frank Slade, cieco e in pensione. Memorabile il suo monologo, un momento divenuto un vero e proprio marchio di fabbrica di Al Pacino. Lo si ritrova in moltissimi suoi film, dall’antecedente Americani di James Foley (Glengarry, Glenn, Ross, 1992), a L’Avvocato del diavolo di Taylor Hackford del 1997 (inutile dire che il diavolo è proprio Pacino); da Carlito’s Way (1993) che lo vede nuovamente al lavoro con De Palma nel toccante ruolo di un ex spacciatore risucchiato dalla vita che sta cercando di lasciare, a Ogni maledetta domenica (1999) di Oliver Stone, ambientato nel mondo del football americano. Forse questa efficacia nei monologhi – che talvolta hanno anche un tratto gigionesco e sornione, accentuatosi con gli anni – è dovuta al teatro che Pacino non ha mai abbandonato in nessun momento della carriera. Teatro e cinema si incontrano nel suo primo lavoro da regista, Riccardo III – un uomo un re (1996) dove cattura la lavorazione dell’allestimento del dramma di Shakespeare (su simili coordinate si muove anche Wilde Salomé diretto nel 2011, sulla pièce di Oscar Wilde). Sempre degli anni Novanta sono anche Donnie Brasco (1997) di Mike Newell e il primo confronto diretto con l’amico e “rivale” Robert De Niro. I due mostri sacri si fronteggiano letteralmente in Heat – La Sfida (1995) di Michael Mann, dove Pacino è un focoso detective e un De Niro freddo come il ghiaccio è il capo di una banda di rapinatori. I due lavorano ancora insieme in Sfida senza regole (film del 2008 di Jon Avnet che non ha causato grandi palpitazioni) e in The Irishman che Martin Scorsese realizza nel 2019 per Netflix. Pacino è diretto da Mann anche in Insider del 1999.

Nel nuovo millennio non è dal grande schermo che gli arrivano le maggiori soddisfazioni. Non mancano film rilevanti, come il thriller di Christopher Nolan Insomnia (2002), Le regole del sospetto di Roger Donaldson (2003), lo scespiriano Il mercante di Venezia (2004) di Michael Radford o ancora le partecipazioni a Ocean’s Thirteen di Steven Soderbergh nel 2007 e a C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino nel 2019. Ma ce ne sono altrettanti passati inosservati. I lavori televisivi invece lasciano quasi tutti il segno. La miniserie di Mike Nichols Angels in America (2003) e il film tv di Barry Levinson You don’t know Jack – Il dottor morte (2010) gli portano ognuno sia un Emmy che un Golden Globe come migliore attore. Per David Mamet è il produttore discografico Phil Spector condannato per omicidio nell’omonimo film tv del 2013. Ancora con Levinson veste i panni dell’allenatore di football Joe Paterno coinvolto in uno scandalo di abusi sessuali su minori (Paterno, 2018) mentre per la serie Amazon Hunters (2020), è a capo di un fumettoso gruppo di cacciatori di nazisti.

Tre figli, mai sposato, molte relazioni alle spalle (fra le altre vengono citate quelle con Jill Clayburgh, Diane Keaton, Madonna, Penelope Ann Miller e l’attrice elvetica Marthe Keller conosciuta sul set di Un attimo, una vita), Pacino è riservato quanto a vita privata. Per lui parlano il lavoro e la lunga sfilza di riconoscimenti. Lunga è pure la lista di ruoli che ha rifiutato, alcuni clamorosi come la parte di Han Solo in Guerre Stellari o quella del protagonista di Pretty Woman. “Per crescere devo correre dei rischi. È importante per me farlo e non sarà facile”, confidava all’epoca de Il Padrino all’intervistatrice Dian Dincin Buchman. È stato di parola e la sua carriera lo conferma con una cinquantina di film all’attivo e decine di pièce interpretate in oltre cinquant’anni di attività. Ma oggi, che di anni ne festeggia ottanta, forse gli verrà da sorridere, pensando a cosa ha lasciato perdere quando quel rischio non lo ha corso.

Fabrizio Coli
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