(Keystone)

Alberto Sordi

Un'indagine del costume italico

di Mattia Cavadini

Alberto Sordi inizia la sua carriera andando in giro per i cinema e teatri di varietà. Si iscrive a Milano all’Accademia dei Filodrammatici, ma viene cacciato a causa dell’intonazione romanesca. Nel contempo viene scelto dalla MGM per dare la voce ad Oliver Hardy. Nel ’38 entra a teatro, nel ’43 approda nello storico gruppo satirico Za-Bum di Mattoli.Il primo vero successo arriva grazie alla radio, dove Sordi presenta i personaggi di Mario Pio, il signor Dice, il conte Claro e il Compagnuccio della parrocchietta, satireggiando l’Italietta democristiana di allora.

 

Nel 1952 Fellini lo propone come divo dei fotoromanzi dello Sceicco bianco, e poi come uno dei Vitelloni. E’ il 1953 quando Sordi gira per la regia di Steno Un giorno in pretura, film ad episodi, il migliore dei quali ha come protagonista Nando Moriconi, un bullo logorroico ed esibizionista, maniaco dell’America imparata al cinema che si esprime in un inglese immaginario. Nando Moriconi (detto "Santi Byron, il Gene Kelly italiano"), vestito di jeans col risvolto e maglietta di filo bianco sopra l’immancabile canotta, diventa il protagonista di Un americano a Roma per la regia di Steno. Il film (che passerà alla storia per la scena dei maccaroni) è il vero trampolino di lancio di Alberto Sordi.

Sordi, attore impareggiabile

Sordi, attore impareggiabile

di Michele Fazioli (Archivi RSI, 1994)

Nel ’54 escono 13 film con Sordi che si sposta esausto da un set all’altro, 8 nel ’55, tra cui il Il segno di Venere con cui inizia la felice collaborazione con Dino Risi. Nel ’60 è il trionfo con La grande guerra di Monicelli, in tandem con Vittorio Gassman. Il film, presentato alla Mostra di Venezia, otterrà il Leone d’oro e sarà il primo grande riconoscimento ottenuto da una "commedia all’italiana". Con il personaggio di Oreste Jacovacci, Sordi mette in scena in modo magistrale la figura  dell’"italiano medio", figura che ritornerà nei successivi film Una vita difficile e Tutti a casa di Comencini. Da qui innanzi Sordi smette definitivamente i panni farseschi e caricaturali della maschera, per indossare, quelli dell’uomo qualunque, nel quale tutti possono riconoscersi.

Ed è qui che nasce il mito di Alberto Sordi: mito che consiste nel fare del cinema la rappresentazione insieme vera e grottesca degli Italiani: un interminabile carnevale della vita e dei rapporti sociali, dove la maschera non assorbe l’attore ma, al contrario, lo rivela, in un susseguirsi di ingrandimenti e agnizioni. In sessant’anni di carriera e in più di centocinquanta film Alberto Sordi ha donato al cinema italiano una galleria di personaggi unici e indimenticabili: il vigile, il medico della mutua, il tassista, il piacione: personaggi semplici, riconoscibili, catalogabili; quasi fossero i nostri vicini di casa: simpatici, antipatici, comunque sempre famigliari. Alberto Sordi ha colto l’italiano nella sua essenza: è stato il vigliacco, il furbo, l’arruffone, l’idealista, il menefreghista… ed ancora…l’altruista, l’ironico, l’idiota, ...in una sola parola: l’italiano, con i suoi pregi ma soprattutto con i suoi difetti.

 

Sordi si è reso protagonista di un’indagine psicologica del costume italico tra le più acute che siano mai state concepite, trasformando la commedia italiana, da genere cinematografico, nella fotografia insieme lucida e spietata di una nazione e della sua storia. E in questo è stato grande, unico e “vero”, nel senso che ha saputo abbattere come nessun altro il confine tra il personaggio di celluloide e l’uomo reale.

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