Alda Merini

Il costo intollerabile del successo

di Paolo Taggi

Un giorno del 1988 ho letto in una breve che la poetessa milanese Alda Merini aveva lasciato l'Ospedale Psichiatrico dopo l'ennesimo ricovero. Cinque righe, su un solo quotidiano. Non c'era Internet, allora: ho cercato di lei in librerie dove i suoi libri erano introvabili. Ho guardato sulle enciclopedie. Ho chiamato il suo raffinato e colto editore, Vanni Scheiwiller, scoprendo che "l'inquieta poetessa dei Navigli" aveva fatto del suo ufficio il proprio nido supplente.

Aleggiava intorno a lei un culto sussurrato, come se i suoi ammiratori temessero di perderla nel momento in cui la sua poesia avesse superato la clandestinità. Alda Merini è stata una passione letteraria alta, colta, perbene, che aveva coinvolto Quasimodo, Manganelli, David Maria Turoldo, Volponi. Pasolini per primo ne aveva riconosciuto le potenzialità premiandola a un concorso quando era un’adolescente diafana, dolce, stinta e sua madre pretendeva che scrivesse in bella calligrafia.

Quanto a me, ero agli inizi della mia storia di autore televisivo. Ho pensato di invitarla -per conoscerla meglio e farla conoscere- nel talk show che firmavo per Telemontecarlo: Specchio della vita, condotto da Nino Castelnuovo. In un primo momento, le persone che le stavano vicino mi hanno risposto che non avrebbe retto allo stress delle telecamere. Poi, quelle stesse persone, sono diventate il mio miglior alleato. Ci sentivamo ogni giorno al telefono, e mi tenevano informato sulla meteorologia interiore della poetessa, soggetta a perturbazioni improvvise. Il suo secondo marito, Michele Pierri, medico e poeta tarantino (sposato nel 1984), se ne era andato da poco. Era stato un incontro tra poeti malvissuti nel mondo.

Quando il cielo sopra Alda si è fatto più sereno, finalmente è venuta a Roma, a registrare il programma. La aspettavano trenta "caratteri", rappresentativi della Commedia Umana. Nell'ora passata a confrontarsi con loro, Alda Merini li ha conquistati ad uno ad uno. Leggere nei loro occhi ammirazione e stupore le ha dato una progressiva, tangibile sicurezza. Non ci sono stati applausi scontati, né standing ovation ma scoperta, comprensione, scambio. Prima di ripartire per Milano, ci ha detto di essersi sentita risarcita, appagata, riconosciuta.

È stato anche grazie a quel programma che i media l'hanno scoperta. Maurizio Costanzo, prima di tutti. Dalla, Vecchioni, Mina, l'hanno cantata. In tanti hanno celebrato la sua poesia, che ha iniziato a sciogliersi nell'aria del tempo. È diventata richiestissima, senza mai essere commerciale. In un panorama televisivo in metamorfosi inversa - da cigno a brutto anatroccolo- è riuscita comunque ad essere altro. E altra. Qualcosa di molto diverso dagli ospiti fino ad allora e da quelli che sarebbero venuti nei trent'anni successivi.

È stata star, diversamente. Anche se ha imparato a gestire gli applausi e scoperto di averne bisogno, nei suoi bilanci il saldo finale era comunque negativo. Perché il peso della voce "successi" veniva annullato dagli interessi passivi dei torti subiti in un passato non rimarginabile: Le sofferenze che ho subito, i torti che ho vissuto non mi lasceranno mai. Questo ci terrei che lo dicesse. Questo mi interessa più della poesia, mi dirà quasi vent'anni dopo, al vertice della fama che può avere un poeta, e all'inizio di un declino fisico a cui non aveva più la forza di opporsi.

"Il vero diario non sarà mai scritto"

"Il vero diario non sarà mai scritto"

Incontro con Alda Merini (di Paolo Taggi)

In un freddo giorno di gennaio del 1993 sono andato a trovare Alda Merini, nella sua casa sui Navigli. Rai3 mi aveva chiesto di dedicarle un ritratto nel momento del decollo definitivo. L'ho trovata più sicura di sé, rispetto al primo incontro. Ho passato un po' di tempo con lei. Siamo andati nel bar dei navigli dove tante volte le avevano negato un caffè ed era fiera di mostrare le telecamere che la seguivano; siamo andati al Paolo Pini, l'Ospedale psichiatrico dove ha passato tanti anni, e ha accarezzato i malati che le venivano incontro chiedendole una caramella e chiamandola "mamma". Ho capito, in quell'occasione, che non c'era una sola Alda Merini. Ce n'erano tante. Almeno quante erano le vite che viveva contemporaneamente. Ho cercato di esprimere il sovrapporsi, alternarsi, scontrarsi, delle sue parti razionali e quelle incontrollabili utilizzando due stili di ripresa molto diversi: una camera fissa, con luce giusta, attenta a passare dai primi ai primissimi piani. L'altra a mano, tarata in modo da offrire una fotografia molto calda, con l'obiettivo di inseguire i suoi pensieri in fuga. Chissà cosa vedeva, mi sono chiesto spesso, dall'alto dei suoi deliri.

"Riesco a portare serenamente un delirio"

"Riesco a portare serenamente un delirio"

Incontro con Alda Merini (di Paolo Taggi)

Un pomeriggio siamo andati alle Varesine, il Luna Park destinato a lasciare il posto a stupori nuovi come il Bosco Verticale. Lei all'improvviso mi ha detto che voleva dedicare una poesia a mio figlio, nato il giorno prima. Non ho fatto in tempo a trascriverla, non l'avrebbe mai saputa ripetere. Per anni batteva a macchina i suoi versi. Poi, quando ha cominciato a sentire il “fare poesia” come un dovere assoluto - e la via per stupire ed essere ammirata- ha iniziato a improvvisare a bassa o ad alta voce, sempre più velocemente, come se le parole le cascassero di bocca. O per liberarsene il più in fretta possibile. Lasciava che la poesia sgorgasse. Per lei teneva solo i sentimenti che le avevano animate. C'era sempre qualcuno pronto a raccogliere al volo i suoi versi. C'era sempre qualche giovane artista lunatico che cercava luce all'ombra del mito nascente. Era iniziata la corsa a pubblicarla, raccogliendo anche ciò che era destinato a rimanere una scia evanescente, come le aurore boreali: La poesia non è stata al centro della mia vita. E' stata una dimensione a latere, una sindrome di accomodamento, per compagnia. La Poesia la stava innalzando nel Pantheon dei poeti illustri e intanto la sbatteva sugli scogli dell'altra se stessa. Le ricordava la normalità che avrebbe voluto avere. Era la sua irrinunciabile condanna.

Scarpette rosse

Scarpette rosse

Incontro con Alda Merini (di Paolo Taggi)

Era il 2005 quando sono tornato a trovare Alda Merini, sempre nella sua casa. Volevo capire se e come il successo l'aveva cambiata. Le ho chiesto, a sorpresa, se le andava di rivedere il ritratto di cui era stata protagonista quando tutto stava iniziando. Appena ho schiacciato il play e ha visto sul piccolo monitor (in casa sua non c'era la tv) la sua immagine di dodici anni prima ha coperto lo schermo con la mano. Mi fa male questo video. Io devo dimenticare quello che è stato, ha detto. Ho aspettato per qualche minuto, poi ha cambiato idea: vediamo qualcosa? Man mano che il film scorreva si è fatta coinvolgere da pensieri e parole che pensava di aver lasciato alle spalle e ha iniziato a commentarli. Impietosamente. Alla fine, mi ha chiesto di ricominciare daccapo. Se lo scrivi a mano, il segno - è un + non finito. È in quel brevissimo intervallo in cui il meno diventa un più che si colloca tutto il viaggio di Alda Merini tra l'indifferenza e il disprezzo del prima e la celebrità del poi.

La casa di Alda Merini era sempre la stessa. La collezione di macchine da scrivere (quando finiva il nastro, ne usava un'altra). Tappi di sughero che galleggiavano in bottiglie semivuote. I colori della stanza da letto, come un interno di Van Gogh. I numeri di telefono incisi sui muri. In fondo, non ha mai lasciato davvero quella tana lungo il Naviglio, né ci aveva abitato fino in fondo. L'ha impregnata di presenze/assenze, lasciando che fosse ostile e protettiva, familiare ed estranea, come un nido nemico: Ci sono delle ombre, qui dentro. C'è l'armonia per il fatto che io la riempio, ma appena me ne vado questa casa si gela e quando torno sento il freddo di questo vuoto. Perché forse sono soltanto io l'armonia di questa casa. Sono io che do vita a questi oggetti in fondo inanimati.

Alda Merini e il successo

Alda Merini e il successo

Incontro con Alda Merini (di Paolo Taggi)

Se la casa era sempre la stessa, Alda Merini, invece, era consumata. Più di quanto gli anni trascorsi lo giustificassero. Il successo l'aveva indebolita. Visto dall'altra riva, il passato non le sembrava più così crudele. Era delusa e tradita da qualcuno o qualcosa. Non aveva più appuntamenti inventati a metterle fretta. Anche se la normalità non le era mai appartenuta, sembrava rimpiangerla. Tutto le sembrava, retrospettivamente, inutile. Le ipotesi di candidatura al Nobel, i premi.

Che cosa le manca?, le avevo chiesto nel 1993. Molto denaro. Se fossi ricca aiuterei gli altri. Perché la gente non deve avere quello che desidera? Poi il denaro è arrivato, ma non ci sono banche in cui convertire in autostima i riconoscimenti tardivi. Alda Merini, del resto, è sempre stata spietata con se stessa. Sebbene abbia cercato di aprire varchi con la finzione, ha sempre ammesso i suoi fallimenti senza complici o corresponsabili: l'abbandono delle figlie, per esempio; i tormenti sentimentali, continuamente ripensati come in una antica mappa, sulla base delle sue stesse ipotesi, visioni, fantasie. L'ultimo uomo di cui mi aveva parlato dodici anni prima si chiamava Titano. Erede del poeta Porta, era diventato un clochard. La polizia le chiedeva se non aveva paura che la derubasse. Lei rispondeva: è quello che voglio. Lo hanno già fatto in tanti...

Poesia per Titano

Poesia per Titano

Incontro con Alda Merini (di Paolo Taggi)

Le ho chiesto di lui, dodici anni dopo. Con una naturalezza disarmante mi ha risposto: Titano è morto. In fondo anche per colpa mia. Gli aveva lasciato le chiavi sotto lo zerbino, e qualcuno le ha rubate. Così è morto di freddo. Nel 1993, aveva insistito molto sulle torture subite in Ospedale psichiatrico, l'elettroshock, le umiliazioni, le sofferenze degli altri malati. Dodici anni dopo, erano bagliori attenuati. Erano gli altri a ricordarglieli, per emozionarla ed emozionarsi. Ecco la società sbagliata. Questa società chiedeva ufficialmente poesie incantevoli, ma voleva solo la lava che la bruciava dentro. Era il costo intollerabile del successo: parlare della vita sottostante, della ferita antica, per non tornare a sentirsi niente.

"L'amore è l'unico rimedio al male"

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Incontro con Alda Merini (di Paolo Taggi)

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