Alla ricerca del Paradiso Terrestre

L'esperienza di Giuliano Scabia nel manicomio di Trieste

di Daniele Bernardi

Nel cammino di Giuliano Scabia c'è un concetto, un'immagine, che si ripropone con pervicacia: il Paradiso Terrestre. Se un poeta geniale e controverso come Ezra Pound, autore per il quale l'idea di paradiso fu certo portante, ha potuto scrivere, alla fine del suo percorso, «ho perso il mio centro / a combattere il mondo. / I sogni cozzano / e si frantumano – / e che ho cercato di costruire un paradiso terrestre», diversa è la visione chi, come Scabia, con le armi del teatro e della poesia, ha cercato di «combattere», o più semplicemente di mutare, un certo modo di concepire il mondo attraverso gli esiti di un differente vissuto.

Era il 1972 quando il drammaturgo, su suggerimento di Franco Basaglia, venne implicato, con altri artisti, in un progetto all'interno dell'ospedale psichiatrico di Trieste. Fino ad allora, nessuno dei coinvolti era mai stato in una clinica del genere e si trattava, quindi, per tutti, di un'esperienza profondamente nuova, radicata in un contesto di cui, sostanzialmente, si capiva ben poco: «non sapevamo a cosa ci sarebbe servita (...) la nostra conoscenza. Non si potevano fare progetti: insegnare a disegnare? Insegnare a scolpire? Insegnare a recitare? Non era facile. Non avremmo avuto un pubblico cui esibire le nostre opere, né scolari da istruire in tecniche particolari, né bambini da divertire, ma una realtà umana che volevamo aiutare a modificare».

Durante i mesi in cui la piccola troupe si unì alla complessa comunità ospedaliera, una serie di svariate pratiche espressive divenne il contenitore, la libera arena, dove era possibile per tutti – pazienti e non – trovare un nuovo modo di «stare insieme», anche per un solo istante (quanto ricorda, tutto questo, le celebri parole che concludono Le città invisibili calviniane: l'unico modo per sfuggire all'inferno – che è il mondo che formiamo stando con gli altri – è «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno (...) e dargli spazio»).

Fu quindi durante i primi momenti di discussione e afasia, di improvvisazione, ballo e canto, di laboratorio di disegno e di creazione di burattini, di ideazione di giornali murali, volantini e altro ancora che nacque, nel cuore della popolazione rinserrata, l'idea di costruire una sorta di grande cavallo di Troia: Marco Cavallo.

Fino a poco tempo prima, viveva nell'ospedale un vecchio animale amato da tutti: il cavallo Marco, appunto. Per anni impiegato nel traino del carretto della biancheria, era stato venduto in previsione della sua macellazione. Contrari a tale destino, attraverso una lettera al Presidente della provincia, i pazienti erano riusciti a salvarlo ottenendo che non venisse ucciso. Da tale spunto, Vittorio Basaglia – cugino dello psichiatra coinvolto con Scabia nel progetto – concepì dunque un'imponente statua equina di colore azzurro, che una volta ultimata avrebbe varcato le porte del manicomio. Ma coi suoi quattro metri di altezza, Marco Cavallo non poteva passare dai normali ingressi; a mo’ di ariete fu quindi scagliato contro un'uscita (gesto significativamente simbolico) che andò in pezzi per l'urto.

«Ho imparato col tempo che il teatro può essere invenzione di futuro perché è un mettersi in gioco col corpo, un mettersi nello sbaglio, in un rischio che fa paura», scrive Scabia in Il teatro non si sa chi sia, breve prosa raccolta nella recente pubblicazione Una signora impressionante (Casagrande, 2019). E ancora, più avanti nel libro: «ho provato di qua e di là, dappertutto, perfino in manicomio, a mettere semi di Paradiso Terrestre. Perché ero convinto (e sono) che l'unica cosa da fare (l'unica buona), sia costruire attimi di Paradiso Terrestre».

Chi ha lavorato – in un certo modo – nel contesto psichiatrico o ha conosciuto da vicino il dolore e l'angoscia della follia, credo sappia cosa intende l'autore: la malattia mentale è uno stato di guerra permanente, irrisolvibile, che segna la persona fin dentro al corpo. Per fronteggiarla è inutile mirare a una grande "liberazione" o, meno ancora, a una guarigione che in ogni caso non ci sarà; come guarire da se stessi? Meglio, allora, creare minimi spazi di manovra in cui i coinvolti possano trovare una peculiare, anche se fragile, brevissima e provvisoria, maniera di stare gli uni accanto agli altri a dispetto della tempesta incombente. Forse pare poco, ma per chi è destinato a una vita di esilio dal mondo, certo, non lo è.

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