Anton Cechov

La prigione della vita: si nasce, si vive, si muore

Era nato il 29 gennaio 1860, centossant’anni fa, ed è morto a soli 44 anni, il 15 luglio 1904. Ma nel suo caso, come nel caso di un altro grandissimo scrittore e drammaturgo come Georg Büchner, pochi anni sono stati sufficienti per cogliere l’essenza della vita e restituirla in straordinarie figurazioni artistiche. In un ventennio circa di produzione narrativa e teatrale, Anton Cechov è riuscito infatti nell’impresa davvero unica e prodigiosa di cogliere i tratti essenziali di un luogo e di un’epoca -la Russia dell’ultimo scorcio del diciannovesimo secolo- trasformandoli nei tratti di fondo della condizione umana in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo. Ecco perché i suoi racconti, i suoi brevi e fulminei schizzi narrativi, il suo teatro cosiddetto leggero (i vaudeville degli esordi) e i suoi grandi drammi della maturità (“Il gabbiano”, “Tre sorelle”, “Zio Vanja” e “Il giardino dei ciliegi”) formano un tutto compiuto, ci offrono il preciso quadro di un’epoca e insieme ci fanno capire che la vita umana è stata sempre la stessa e sarà sempre la stessa, indipendentemente dai luoghi, dai contesti sociali e dalle  conquiste, vere o presunte, del progresso e della civiltà.

Uno dei suoi massimi studiosi italiani, Fausto Malcovati, che gli ha dedicato una congeniale biografia pubblicata negli scorsi anni da Marcos y Marcos col titolo “Il medico, la moglie, l’amante”, ha proposto una lettura molto suggestiva, sostenendo che la specifica grandezza di Cechov è da ravvisarsi nel fatto che lo stesso Cechov, in ultima analisi, era un medico prestato alla letteratura, e di conseguenza aveva applicato alla letteratura la prassi medica basata sull’osservazione e la diagnosi. Ma la definizione più profonda e centrata della sua opera, o per meglio dire dell’eterna “condition humaine” che nella sua opera si rispecchia, l’ha forse fornita Ennio Flaiano, che in un simpatico e insieme disperante aforisma scrisse: «Molte persone vivono e lavorano a Macerata. E’ l’essenza di Cechov». Non voleva ovviamente essere un’offesa agli abitanti di Macerata: il luogo è puramente indicativo, “l’essenza di Cechov” è ovunque, e la  cittadina marchigiana indica per estensione quell’immensa provincia che è il mondo intero.

Cos’è mai “l’essenza di Cechov”? E’ il nulla, ma non il grande nulla metafisico che si identifica nel silenzio di Dio, nel pessimismo di Leopardi e nel terrore degli spazi infiniti di Pascal, quanto piuttosto il nulla comune nel quale si è tutti immersi, il nulla limaccioso e fanghiglioso della quotidianità che non va da nessuna parte, lo stillicidio delle ore e dei giorni che formano una grigia eternità in miniatura: «Afosi crepuscoli d’estate, momento miope del giorno -dicono i versi della poesia di Iosif Brodskij “Omaggio a Cechov”-, quando tutto l’insieme perde il suo buon dieci per cento». Se per Italo Svevo la vita è una «malattia della materia», per Cechov invece la vita è una prigione senza sbarre visibili, un paesaggio monotono e desolato che ricorda le immagini della steppa riprodotte dal suo amico pittore Levitan, oppure un susseguirsi stagnante e quasi ipnotico di momenti vuoti che si ritroverà poi in certe romanze di Rachmaninov. Non deve quindi sorprendere che il nucleo più profondo della sua opera sia contenuto nel meno cechoviano dei suoi libri, “L’isola di Sachalin”, lo sconvolgente resoconto del viaggio che Cechov intraprese nel 1890 per studiare le condizioni di vita dei deportati nella colonia penale alle estreme propaggini orientali della Russia.

Malcovati consiglia giustamente di non dimenticare mai il medico accanto allo scrittore. In effetti, nelle pagine dedicate a Sachalin si ha l’impressione di incontrare anzitutto il medico che si avvicina alle sofferenze dei propri simili con un senso di profondissima pietas. Tuttavia, con l’avanzare del racconto, si profila con chiarezza il grandissimo scrittore che riesce a rendere con pochi tratti un paesaggio «ai confini del mondo», dove «l'anima è invasa da quel sentimento che, forse, ha già provato Odisseo mentre navigava per mari sconosciuti», e il clima «predispone ai pensieri più foschi». Si avvertono echi danteschi, con la colonia penale paragonata a un girone infernale, ma è possibile cogliere anche talune suggestioni che poi si ritroveranno nel Conrad di “Cuore di tenebra”, in Kafka e nei capitoli africani del “Viaggio al termine della notte” di Céline.

Ma Cechov, come ogni grandissimo scrittore, rimanda solamente a se stesso: i personaggi incontrati durante il viaggio confluiranno poi, reinventati letterariamente,  nei grandi racconti della maturità e più ancora nei testi teatrali. Le contadine «dolorosamente pensierose, un po' come le vedove», fanno pensare alle tre sorelle dell’omonimo dramma, le lunghe strisce di sabbia che si perdono «nel mare tetro e malvagio» si trasformeranno nel desolato paesaggio campestre che fa da sfondo a “Il giardino dei ciliegi” e “Il gabbiano”. La vita, insomma, come una grande galera, che non si sa cosa sia: ci si fanno idee, si costruiscono illusioni, ma alla fine c’è solo il tempo che passa. Il nulla, appunto. Quello stesso nulla che il già ricordato Flaiano è riuscito magnificamente ad esprimere in queste righe, davvero molto cechoviane, scritte a Parigi nel 1965: «La nostra ansia di evadere non è suggerita dalle pareti nude del carcere, ma dagli affreschi che lo decorano, dalle inferriate del sedicesimo secolo, dalle tappezzerie e dai marmi. E soprattutto dalle facce soddisfatte degli altri carcerati». «A Mosca! A Mosca!», continuano a ripetere le tre sorelle. Ma ovviamente non ci andranno mai. Perché succede quel che succede, tutto va come deve andare, si nasce si vive si muore. Nient’altro. Come ha scritto un’altra sua lettrice d’eccezione, Katherine Mansfield: «L’aldilà? Un grande spiazzo, alberi, ombra, una tazza di tè e Cechov. Fosse così, potrei anche crederci. Ma a una condizione: che ci sia lui».

Mattia Mantovani
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