Brian Johnson e Angus Young
Brian Johnson e Angus Young (reuters)

Back in Black

I 40 anni del monumento rock degli AC/DC

Quattro rintocchi di campana a morto. Grevi. Ne seguono altri otto a scandire le misure. Sopra c’è un semplice arpeggio di chitarre elettriche. È come l’immagine di un fulmine che si imprime sulla retina durante un temporale, lì per rimanere anche quando il lampo è scomparso dal cielo nero. La batteria tiene il tempo, tutto si ingrossa quando entra la cassa e il basso si fa sentire. Siamo a dodici rintocchi adesso. Il tredicesimo, l’ultimo, arriva distanziato e solitario. Il brano ha preso slancio e procede in un mid tempo che non lascia scampo. Poi ecco la voce, una voce diversa, mai sentita prima dai fan…

Chi lo ha ascoltato il giorno della sua uscita, il 25 luglio 1980, quarant’anni fa, di sicuro si ricorda bene il momento in cui per la prima volta la puntina ha graffiato i solchi di quel disco dalla copertina completamente nera, listata a lutto e ornata solo dal prepotente logo del gruppo e da un titolo di tre parole. Era qualcosa di speciale. Il paradigma dell’hard rock impresso nel vinile: Back in Black.

Quarant’anni e 50 milioni di copie più tardi, il capolavoro degli AC/DC è ancora così: enorme, una pietra miliare. È l’album più venduto della storia dopo Thriller di Michael Jackson, perfetto ieri come oggi nella sua essenzialità senza compromessi. Ma Back in Black non è solo uno dei dischi più famosi di tutti i tempi. È nato dal dolore e dalla perdita, è un tributo a un amico scomparso. E segna anche una rinascita spettacolare, quella di un gruppo che dal baratro dove era precipitato, non solo è riemerso ma ha anche dato la scalata all’Olimpo. Arrivando fino alla cima e rimanendoci ancora oggi.

Già, la cima. It’s a Long Way to the Top (If You Wanna Rock’N’Roll) recita uno dei loro primi successi, è lunga la strada per arrivarci… Angus e Malcolm Young di quella strada ne avevano percorso già un bel pezzo anche prima di cominciare, dal gelido inverno della natia Glasgow, in Scozia, fino all’assolata Australia. Ci erano giunti da ragazzini insieme alla loro numerosissima famiglia. I due fratelli chitarristi hanno solo diciott’anni il primo e venti il secondo quando nel 1973 mettono in piedi il gruppo che li farà conoscere al mondo, gli AC/DC. Rock’n’roll, puro, diretto, trascinante, nel solco di Chuck Berry, di Little Richard, di tutti gli eroi degli anni Cinquanta e di tutti i bluesmen che ne avevano lastricato la strada. Elettrici, irresistibili, quel sound e quel gruppo hanno in sé fin dall’inizio elementi destinati a diventare iconici, veri e propri marchi di fabbrica sonori e visivi.  L’immediatezza primordiale delle canzoni, prima di tutto. L’energia di Angus e il suo tarantolato dimenarsi con quella divisa da scolaretto che lo accompagna ancora oggi, armato della sua Gibson SG in un tornado di energia, sudore e assoli incendiari che ne faranno uno dei chitarristi rock più ammirati, amati e influenti di tutti i tempi. Le ritmiche perfette di Malcolm, che anche se se ne sta in secondo piano, gli occhi coperti dalla zazzera di capelli, è il vero motore della band e lo sarà fino alla morte nel 2017. Un gruppo così ha bisogno di un frontman all’altezza. E i ragazzi Young ne hanno uno pazzesco: Bon Scott. Spavaldo, sicuro di sé, carismatico, domina prepotentemente il palco a petto nudo, animato da un lampo di follia ma caloroso e amato da tutti.

Dall’esordio del 1975 con High Voltage non ci vuole poi tanto perché gli AC/DC si creino un seguito e una reputazione solidissima e attirino l’attenzione delle etichette discografiche nel vecchio continente e negli USA. T.N.T, Dirty Deeds Done Dirt Cheap, Let There Be Rock, Powerage: album dopo album crescono. E nel 1979 Highway to Hell regala loro il primo milione di copie vendute. Le cose vanno alla grande.

Poi la tragedia.

Il 19 febbraio 1980 il corpo senza vita di Bon Scott viene ritrovato in una macchina parcheggiata in una strada di Londra, dove il gruppo si è trasferito. La notte prima ha fatto bisboccia con un amico. È rimasto a dormire in auto per smaltire la sbronza colossale. Si dice che nel sonno abbia vomitato, soffocandosi. Il certificato di morte riporta “acuto avvelenamento da alcol” e archivia il decesso come “morte accidentale”. Una fine simile a quella di Hendrix e a quella che farà, di lì a qualche mese, John Bonham dei Led Zeppelin.

Gli AC/DC si ritrovano di fronte alla scelta più drammatica, fermarsi o andare avanti, la stessa che anche i nostri Gotthard dovranno affrontare molti anni dopo. Alla fine la decisione è quella di continuare, per il gruppo, ma anche per Bon. L’album che verrà sarà per lui, un tributo alla sua figura. Forse nessuno lo dice, ma quel disco per il gruppo è un modo di affrontare il lutto. Ma prima c’è da trovare un nuovo cantante. Si fanno parecchi nomi, compreso quello di Marc Storace degli elvetici Krokus. La scelta però sarà un’altra. Era stato proprio Bon Scott a parlare ad Angus di un tizio, tale Brian Johnson, la voce dei Geordie, una hard rock band inglese di Newcastle. Lo aveva colpito una sua performance, dove Johnson sul palco aveva dato proprio tutto, finendo per farsi portare fuori in barella: a furia di urlare e agitarsi furiosamente gli era venuto un attacco di appendicite. Il gruppo lo chiama e la sua audizione va bene. C’è feeling. Gli AC/DC ufficializzano il nuovo cantante il 1. aprile e pochi giorni dopo volano alle Bahamas. La scelta di registrare ai Compass Point di Nassau è dovuta a motivi fiscali e alla mancanza di studi disponibili a Londra per il periodo fissato. Quello che li aspetta laggiù non è però un paradiso idilliaco. In mezzo a tempeste tropicali che finiscono per ispirare a Johnson i primi memorabili versi di Hells Bells, fra problemi tecnici e doganali che rallentano la consegna della strumentazione, gli AC/DC cominciano a lavorare con Mutt Lange, il produttore che ha firmato il precedente Highway to Hell. Lange – lanciato anche lui verso una sfolgorante carriera – è la persona giusta per tirare fuori il meglio dalla band. Come sempre, quando sono personalità forti a scontrarsi il processo non è indolore, le discussioni non mancano. Sotto la sua guida però gli AC/DC realizzano qualcosa di immortale.

Back in Black è un disco asciutto, ha il fisico di un atleta, senza un filo di grasso addosso. Il suono è perfetto ancora oggi, pulito eppure possente, muscolare. L’essenzialità degli AC/DC risalta come non mai e la voce di Johnson si presenta in tutta la sua ferocia abrasiva. Il risultato sono 42 minuti e 11 secondi dove è condensata l’essenza del rock duro, hard rock o heavy metal che sia. Un’energia contagiosa, il tiro micidiale di una band che è come il motore di una macchina da corsa e sì, anche tutti i cliché di testi figli di quei tempi e zeppi di pesanti allusioni sessuali. Fra i dieci brani ci sono dei classici istantanei. Hells Bells apre il disco nel segno di una serietà e di una concentrazione fino ad allora mai sentite in un album degli AC/DC. Shoot to Thrill scaccia le atmosfere funeree con una sferzata di adrenalina, grande come gli stadi che da allora la band riempirà.  You Shook Me All Night Long è da urlare a pieni polmoni e perfetta per quelle cornici live così come per essere passata in radio. Soprattutto, c’è Back in Black il brano che dà il titolo all’album e ne apre il secondo lato. Un ticchettio strascicato come il timer di un ordigno e poi l’esplodere di un riff monumentale, immediato e definitivo, un big bang che in un istante dà vita a schiere infinite di aspiranti musicisti rock, molti dei quali destinati a diventarlo davvero. Anche gli altri pezzi sono più killer che filler. What Do You Do for Money Honey e Given the Dog a Bone continuano l’assalto frontale insieme a Shake a Leg e Have a Drink on Me. Si rallenta un po’ con Let Me Put My Love into You per chiudere con uno slow che chiarisce come il blues abbia dato vita a tutto quanto: Rock and Roll ain’t Noise Pollution. La chitarra di Angus è torrida e più incisiva che mai, le ritmiche di Malcolm sono granitiche. Cliff Williams al basso e Phil Rudd alla batteria sono le ossa forti di un sound minimalista e inconfondibile, scarno e caldo al tempo stesso. Il disco è un distillato di tutto quanto di meglio gli AC/DC sanno fare, la dichiarazione forte e chiara che il gruppo non solo c’è ma è anche in stato di grazia.

Finite le registrazioni in poche settimane, l’album rimane in attesa mentre la band presenta Brian Johnson al pubblico. Sono passati solo quattro mesi dalla scomparsa di Bon Scott. Il debutto è a Namur, in Belgio, il 29 giugno del 1980. Il primo a farsela sotto è proprio Johnson, ben consapevole dell’eredità con cui si deve confrontare. Nervosissimo, si calma un poco quando tra il pubblico vede un cartello con scritto “R.I.P. Bon Scott – Good Luck Brian” e si rende conto di quanto i fan desiderino che il gruppo continui a vivere. Commette errori quella sera, tanto da andare in tilt e cantare due volte la stessa strofa di un brano. Ma non molla, non si risparmia, dà tutto e la band con lui. Alla fine il pubblico accetta quel figlio della classe operaia che si sbraccia e urla fino allo sfinimento con un berretto alla Andy Capp calcato in testa. Forse non ha la presenza di Bon Scott, ma è uno della gente. Andrà sempre meglio. Bon Scott non verrà mai dimenticato, né dal pubblico né dai suoi compagni, ma Brian Johnson si conquisterà sul campo il diritto di essere lì, sull’onda del successo epocale di Back in Black. Un disco che non è solo un disco: da quarant’anni è parte del codice genetico di ogni generazione di amanti del rock, tratto distintivo e condiviso di una comunità che non ha confini geografici o di età.

Back in black fa 40 anni

Back in black fa 40 anni

TG 20 di sabato 25.07.2020

 
Fabrizio Coli
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