Bella ciao

Da inno della Resistenza a tormentone pop globale

di Corrado Antonini

Alzi la mano chi pensava che Bella ciao sarebbe diventata, un giorno, un tormentone. Uno di quei motivetti da karaoke o da spiaggia degni di Tonino Carotone o di Enzo Ghinazzi, in arte Pupo. Io no di certo. Se andate a cercarla su Youtube, scoprirete che Bella ciao negli ultimi mesi ha accumulato milioni e milioni di visualizzazioni nelle più svariate versioni, oltre che nelle lingue più diverse.

E come mai la canzone simbolo della Resistenza si è trasformata, d’un tratto, in un motivetto da karaoke globale? È presto detto. Bisogna ringraziare la serie tv di turno.

La casa de papel è una serie tv prodotta in Spagna, la serie non in lingua inglese di maggior successo nella breve storia di Netflix. In uno degli episodi succede che due personaggi, Il Professore e Berlino, al termine di un lauto pasto e alla vigilia del colpo del secolo, svaligiare, cioè, la zecca di stato spagnola, intonino Bella ciao come documentato sopra.

Parte tutto da qui, da questo frammento. Dopodiché l’onda di Bella ciao si è propagata nel mondo intero alla velocità della luce. Tutti la cantano, tutti la citano, tutti la vogliono sentire nelle salse più diverse. Milioni, centinaia di milioni di visualizzazioni su Youtube. Netflix stessa, forse sorpresa dal fenomeno, ha realizzato un video con dei fan sauditi della serie che la intonano in lingua araba. È spuntata la consueta e orrida versione remix, furoreggiano le versioni casalinghe in canotta, o facendo il trenino, e i tifosi brasiliani presenti in Russia durante i mondiali di calcio, il giorno dopo l’eliminazione dei rivali argentini, gironzolavano per le strade di Mosca e San Pietroburgo intonando “O Di Maria, O Mascherano / O Messi tchau, Messi tchau / Messi tchau tchau tchau”.

In Italia, va da sé, e in particolare sui social, è scoppiato un mezzo finimondo. C’è chi ha parlato di oltraggio, di affronto alla memoria. Polemica a parte, è interessante notare anzitutto una cosa. E cioè che dei rapinatori, alla vigilia di un colpo ai danni di uno stato democratico, intonano un canto di resistenza, o meglio, Il Canto che rappresenta, più di qualunque altro, la lotta al nazifascismo, e divenuto, negli anni, simbolo globale di resistenza contro l’oppressione. Siamo cioè di fronte a un canto di ribellione reso virale da una multinazionale dell’intrattenimento in un’epoca in cui fare marketing cavalcando l’onda del dissenso o promuovendo, a scopo di lucro, le battaglie civili del momento, sembra diventata l’ultima frontiera dei pubblicitari e dell’industria dell’intrattenimento tutta. Fenomeno o prassi di cui il fotografo Oliviero Toscani con le sue campagne per Benetton fu certamente il precursore. Bella ciao è così stata abbracciata da milioni di spettatori, in parte ignari dell’origine e della storia della canzone, ma parteggianti, di fatto, per una banda di rapinatori alla vigilia di un crimine ai danni di uno stato sovrano e democratico. Una curiosa sterzata nella storia di questa canzone.

In realtà il tormentone estivo innescato dalla serie tv La casa de Papel è solo l’ultimo traino di cui ha goduto la canzone. Tre anni fa, ad esempio, dopo l’attentato alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, Antenne 2, il secondo canale della televisione pubblica francese, organizzò in fretta e furia una serata di sostegno per le vittime dell’attentato e la redazione del giornale. Il programma, trasmesso in prima serata, s’intitolava Je suis Charlie, proprio come lo slogan diffuso sotto forma di hashtag nel mondo intero poche ore dopo la carneficina.

Nel corso di quella serata televisiva, che fu beninteso molto carica e difficile sul piano emotivo, il comico Christophe Alévêque, intonò, accompagnato da un pianoforte, Bella ciao, chiamando il pubblico dello studio televisivo a partecipare a sua volta all’interpretazione. Non dimentichiamo che la canzone, molti anni prima di Netflix e di Charlie Hebdo, fu cantata da Yves Montand, al quale si deve in verità molto del successo diciamo così “pop e globale” di questo tema popolare.

La storia di Bella ciao, anche nei suoi sviluppi più recenti, Charlie Hebdo e Netflix su tutti, è una storia affascinante e insieme difficile da districare. Canzone simbolo della Resistenza partigiana, fino alla Liberazione era in verità poco nota. L’inno dei Partigiani era piuttosto Fischia il vento, ma sul finire degli anni ’50, come annota il musicista e linguista Carlo Pestelli in un saggio pubblicato di recente e dedicato proprio alla storia di Bella ciao, si presentò la necessità di “unire la varie anime della Resistenza, quella comunista, quella socialista, quella cattolica, quella liberale, quella monarchico-badogliana”. Fischia il vento, anche in virtù di quel “sol dell’avvenir” non poteva certo fungere da inno super partes, e lo stesso valeva per ogni altro canto di ispirazione politica. Si optò dunque per Bella ciao, che “slegava la Resistenza dalle appartenenze di partito raccontando qualcosa di atemporale”. Non a caso, e per strano che possa sembrare oggi, il congresso DC che elesse come segretario il partigiano Benigno Zaccagnini si concluse proprio sulle note di Bella ciao.

Più sopra abbiamo ricordato la versione della canzone che Yves Montand registrò nel 1963. A quella storica versione seguirono quelle di Milva e di Giorgio Gaber. Pochi mesi dopo, al festival dei due mondi di Spoleto, il Nuovo Canzoniere italiano di Roberto Leydi, presentò lo spettacolo Bella ciao, nel corso del quale Giovanna Daffini, ex mondina, interpretava la canzone su un testo diverso, lasciando intendere che la canzone fosse in realtà nata in risaia. Nasce lì l’idea che Bella ciao sia un canto di mondine poi adattato dai partigiani, nel più classico tentativo di “invenzione di una tradizione”. Questa attribuzione è però poi stata smentita, oltre che da alcuni studiosi di tradizioni popolari, anche da Vasco Scansani, il quale scrisse all’Unità nel maggio del 1965 per dichiarare come il testo della versione delle mondine di Bella ciao cantata da Giovanna Daffini, fosse opera sua. Fu proprio lui a scriverlo nel 1951, a guerra conclusa, e non in risaia, basandosi sul testo della versione partigiana.

Da allora, attorno all’origine di Bella ciao sono spuntate le più diverse teorie. Anni fa, ad esempio, qualcuno provò ad associarla alla tradizione klezmer, sulla scorta di una registrazione realizzata a New York nel 1919 da un fisarmonicista ebreo emigrato in America da Odessa, tale Mishka Ziganoff. Che si sia tentato di imparentare Oi oi di kollen a Bella ciao è comprensibile. Si assomigliano, pur se parzialmente, ma va detto che nessuno, fin qui, è riuscito a provare la parentela fra i due temi.

Sappiamo che la cultura popolare viaggia per strade insieme parallele e divergenti, s’interseca nello spazio e nel tempo, e provare a fissarla è spesso un esercizio vano, destinato a essere confutato o quanto meno corretto. La storia di Bella ciao è la storia del repertorio di tradizione, che sovente ci arriva da fonti, luoghi ed epoche diverse, rendendo davvero difficile, se non impossibile, risalire a un’origine unica e ricostruirne con precisione il percorso.

Forse proprio in virtù della sua popolarità, ma anche della sua incerta origine, Bella ciao attrae la curiosità e le ambizioni filologiche di molti. L’idea di trasformarsi in una sorta di Indiana Jones dell’etnomusicologia è certamente suggestiva, anche in considerazione del fatto che i modi del canto popolare in fondo sono limitati, dallo stesso canone sono derivate centinaia e centinaia di canzoni, che a loro volta hanno generato centinaia e centinaia di varianti. Di primo acchito si è portati a cogliere delle corrispondenze o dei calchi anche laddove questi, di fatto, non esistono, o andrebbero quanto meno provati. Il gioco però, oltre che divertente, può trasformarsi anche in un’istruttiva caccia al tesoro sulle tracce dei nostri antenati.

Tornando all’idea, sempre suggestiva, di “invenzione della tradizione”, c’è chi, forzando un po’ la mano, mette in relazione diretta Bella ciao a Fior di tomba, un’antica canzone di origine normanna. Sul piano tematico la cosa ci può stare, non fosse che per l’immagine del fiore cresciuto o posto sulla tomba dell’amato o, in alcuni casi, addirittura sulla forca del condannato. Un tema ricorrente nella canzone popolare, così come ricorrente è l’attacco “stamattina mi sono alzato”, basti pensare a tutt’altra tradizione, quella dei blues, con il fatidico “I woke up this morning” con cui per l’appunto si aprono molti blues.

Sul piano melodico invece la questione appare più problematica. Le versioni conosciute e tramandate, in particolare da Teresa Viarengo e dalla tradizione piemontese, parrebbero escludere il calco musicale. Resta però che alcuni interpreti, e un certo modo di forzare la tradizione, se non proprio di reinventarla, tendono a imporre questi calchi e a trarre in inganno l’ascoltatore, come appunto si verificò a metà anni ‘60 con la versione di Bella ciao delle mondine. Antonella Ruggiero, ad esempio, cantò una sua versione di Fior di tomba, suggerendo, a metà strada fra il klezmer e il dixieland, come Bella ciao ne sia un calco diretto.

Teresina, che l’è morta per amor. Molto prima del partigiano, morto per la libertà. Fior di tomba, la canzone da cui, secondo alcuni, scaturì Bella ciao, cantata a questo modo, può facilmente trarre in inganno. Si tratta di un tentativo di attribuire a Bella ciao una matrice che in verità, andassimo a leggere quel che di Fior di tomba aveva da dire uno studioso come Diego Carpitella, è tutta da dimostrare. Scopriremmo piuttosto che le diverse versioni di quel canto, di cui si colgono le prime tracce in Normandia nel quindicesimo secolo, si diffusero in Provenza, in Guascogna, in Catalogna e infine in Italia, in particolare in Piemonte. Costantino Nigra la recensì nel suo Canti popolari del Piemonte nel 1888, una versione dialettale diffusa sulle colline intorno a Torino. E da lì poi la stessa si diffuse con altre varianti in Lombardia, in Liguria, in Veneto e in Emilia. Da un punto di vista melodico, e nonostante la bella versione della Ruggiero, Bella ciao e Fior di tomba appaiono molto lontane.

Rimane la questione di fondo: Bella ciao come canto di ribellione propagatosi nel mondo intero grazie a Netflix, colosso dell’intrattenimento che monetizza sul fenomeno, giocando su uno sdegno civile che in tutta evidenza parte da presupposti altri ma che sfrutta l’onda di un dissenso che d’un tratto si è fatto pop e mainstream. Se cercate su Youtube troverete decine e decine di versioni della canzone, eseguita nelle lingue più diverse: in cinese, in russo, in danese, in arabo, in turco, in tedesco. Una delle più emozionanti è probabilmente quella dedicata alle guerrigliere di Kobane, ma anche quella, ormai un classico, di Mercedes Sosa. Cercate, ascoltate, e fatevi un’idea. In fondo la storia di Bella ciao racconta che il canto di tradizione difficilmente può essere catturato e inchiodato al muro, o fissato su uno spartito, perché scappa via di continuo. Fra qualche anno, ne siamo certi, qualcuno racconterà la storia di Bella ciao in modo molto diverso da come abbiamo provato a raccontarla noi oggi.

"Bella ciao", di Corrado Antonini
"Bella ciao", di Corrado Antonini Archivi RSI, 2018
 
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