Charlot

Il campione dei reietti

130 anni fa, il 16 aprile 1889, nasceva Charlie Chaplin, il padre del mitico Charlot, personaggio che ha indissolubilmente marcato e fatto riflettere un’era.

 

di Andrea Sala

Attore, sceneggiatore, produttore, compositore e comico, Charles Spencer Chaplin è riuscito a costruire un vero e proprio alter ego capace di far breccia nel cuore della gente, intrecciando così il suo impegno politico e sociale alla sua vocazione artistica.

La nascita di Charlot

Gli esordi di Charlie Chaplin non sono affatto promettenti. Suo padre, Charles Chaplin Senior è un guitto del teatro di varietà che affoga spesso i dispiaceri nell’alcol. Sua madre, Hannah Hill, è una cantante del Music Hall con saltuari disturbi psichici. A causa delle precarie condizioni della famiglia, il piccolo Charlie viene rimbalzato da un collegio all’altro, crescendo così nella Londra vittoriana povero e derelitto come un personaggio di Charles Dickens (di cui, guarda caso, adora il suo Oliver Twist).

Nonostante le oggettive difficoltà della famiglia Chaplin, grazie alle conoscenze del padre, il giovane Charlie ottiene i suoi primi guadagni con la compagnia di Fred Karno, dove impara l’antica arte della pantomima. Quando la compagnia di Karno va in tournée negli Stati Uniti, Chaplin viene notato e scritturato da Mack Sennet, direttore della casa cinematografica Keystone. Nel 1913 inizia a recitare in numerosi cortometraggi, sviluppando in maniera graduale delle caratteristiche ben precise: bombetta, baffetti a spazzolino, scarpe larghe, canna di bambù, pantaloni lunghi, giacca corta e un inconfondibile modo di camminare. Nasce così Charlot.

 

Charlot, il campione dei reietti

The tramp (il vagabondo) fa il suo debutto ufficiale nel 1914, nel breve film Charlot si distingue. Un debutto che consente a Chaplin di affinare la personalità del suo personaggio, arrivando in poco tempo a dirigere personalmente i propri film. In pochi anni Charlot diventa una vera icona del cinema e guadagna una fama paragonabile a quella di Amleto e di Don Chisciotte. Come possiamo spiegarci questo sbalorditivo e fulmineo successo?

Chaplin disprezza profondamente la società capitalista occidentale e la morale perbenista americana tipica della “buona società” del tempo che, seppur infame e spietata, si pretende ugualitaria e sempre attenta ai bisogni del prossimo. Per questa ragione, ironizza con la finta umanità di una società che si finge caritatevole quando in realtà è solo crudele. Per esempio, nella Strada della paura, distribuisce il cibo ai bambini affamati spargendo il miglio intorno a loro come se fossero delle galline a cui dar da mangiare o, nella Febbre dell’oro, proclama con pungente ironia il mantra che caratterizza la logica della macchina capitalista e del sogno americano: Sperate, siate buoni, tutti potrete un giorno avere fortuna. La fortuna è la grande madre di questa società che ci fa tutti uguali.

Chaplin incanala tutto questo disprezzo in Charlot, rendendolo un antieroe contemporaneo, il campione dei reietti della società della prima metà del Novecento. Così facendo Chaplin si sovrappone completamente a Charlot, alter ego grazie al quale poter riparare l’ingiustizia. Questo è uno dei rari casi in cui la maschera è l’artista. Il giorno in cui Chaplin dà vita a Charlot è come guardarsi allo specchio per la prima volta e ritrovare sé stesso. Quel personaggio racconta la sua turbolenta gioventù, ma grazie alla sua maestria riesce a raccontare la vita di tutti. Questa è la chiave del successo di Charlot. Il piccolo vagabondo rappresenta infatti tutti i migranti, tutti i meticci, tutti i neri, tutti gli ispanici e tutte le altre minoranze etniche e religiose; insomma tutti quelli che cercano il loro posto in una società che li afferra, li respinge, li sfrutta, li schiaccia e poi li getta via.

Charlot in
Charlot in "Tempi moderni" (© Keystone)

Charlot riesce a ballare sulle sue disgrazie e su quelle della società senza farsi travolgere dalla loro portata. Riesce ad affrontare la vita con il sorriso, restituendoci una speranza di umanità. Umanità indispensabile ancora oggi, epoca in cui l’incontro culturale e la convivenza fra le diverse etnie vengono messe a repentaglio quotidianamente.

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