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Cinema e diritti umani

Il ruolo del cinema nella difesa dei diritti umani

di Andrea Sala

Con il cinema si parla di tutto, si arriva a tutti, parola del celebre regista francese Jean-Luc Godard. Se il cinema non può tutto, effettivamente può far molto. Malgrado la sua giovane età, il cinema è una delle arti più amate e più popolari al mondo, un’arte che si è posta fin da subito in difesa dei diritti umani, ancor prima che questi venissero ratificati. Nel 1948, quando fu firmata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cinema aveva infatti già denunciato la violazione di gran parte dei diritti appena codificati.

L’esempio più eclatante è sicuramente Il grande dittatore di Charlie Chaplin, audace parodia satirica di Adolf Hitler e del nazismo. Realizzato a partire dal 1938, il film fu proiettato per la prima volta nel 1940, in piena Seconda guerra mondiale. Nonostante Chaplin sapesse che la maggior parte dei mercati europei avrebbe rifiutato di distribuire il film, si espose al rischio di un fiasco commerciale da due milioni di dollari (cifra enorme per l’epoca). Inoltre, era consapevole che il suo celeberrimo personaggio, Charlot, avrebbe potuto perdere il suo alone mitico una volta che avesse parlato, ma era fortemente motivato a non tacere in quel momento così cruciale della storia. Il discorso finale – appello agli uomini - non tratta il nazismo come un incidente di percorso, ma come il frutto di una scelta politica ed etica. Una riflessione che rende questo discorso estremamente attuale.

Tutti noi esseri umani dovremmo unirci, aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. […]. Soldati, combattiamo per abbattere i confini e le barriere. Combattiamo per eliminare l’avidità e l’odio. Un mondo ragionevole in cui la scienza ed il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati! Nel nome della democrazia siate tutti uniti!


Il cinema come specchio della società

Altri grandi film hanno marcato la storia del cinema e dato un forte aiuto al progresso, alla sensibilizzazione e al rispetto dei diritti umani. Tra i cineasti votati a questa nobile causa, mi piace menzionare Kathryn Bigelow, prima donna a vincere il premio Oscar di miglior regista, la quale ha denunciato l’uso della tortura da parte dei servizi segreti americani in Zero Dark Thirty e le disparità razziali presenti all’interno della società dello Zio Sam in Detroit. I suoi film incarnano alla lettera gli articoli 1, 2 e 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Dire che il cinema sia sempre e soltanto finzione non è dunque corretto. La nostra è una società panottica, tutto passa dal filtro e dall’obiettivo di una fotocamera o di una cinepresa. Crediamo esclusivamente a ciò che possiamo vedere. Se non ci sono immagini di un avvenimento, non c’è avvenimento o, perlomeno, non ci crediamo davvero. Ad esempio, all’inizio della guerra civile siriana non giungevano in Occidente immagini dei massacri. L’assenza di immagini si traduceva erroneamente in assenza di massacri e, di conseguenza, di condanne per i trasgressori. Per contro, l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, ci ha colpiti in maniera così profonda, tra le altre ragioni, perché è stato ripreso dalle telecamere e trasmesso costantemente dalle televisioni di tutto il mondo.

Questi esempi ci permettono di dimostrare come il cinema agisca spesso (e quasi per magia) come un sostituto della realtà, al punto che a volte non riusciamo a distinguere la realtà stessa dalla finzione. Ciò che ricordiamo della guerra del Vietnam è Apocalypse Now, lo sbarco in Normandia diventa Il giorno più lungo e la fine dell’Apartheid si sovrappone inevitabilmente con Invictus.

Cinema e diritti umani
Cinema e diritti umani Di Farian Sabahi (Archivi RSI, 2003)


Il cinema può ancora sensibilizzare le persone?

Viviamo in un mondo segnato profondamente dalla rapidità e dal cambiamento. In materia di diritti umani, siamo inondati quotidianamente di immagini che ne denunciano le violazioni più atroci, provenienti da ogni tipo di vettore d’informazione e dalle fonti più disparate (e a volte discutibili). Benché ci indigniamo sul momento, finiamo presto per dimenticare ciò che ci aveva fortemente impressionato poco prima. Nonostante la sua potenziale forza, l’immagine subisce oggi una svalorizzazione dovuta ad un’offerta eccessiva e spesso fuorviante della realtà. Questa inflazione visiva causa un paradosso nella difesa dei diritti umani. Da una parte abbiamo a disposizione la tecnologia e i mezzi per denunciare ogni sorta di violazione, d’altra parte questa massimizzazione della denuncia rende la stessa meno stringente e penetrante.

Il cinema può aiutarci a risolvere questo inghippo. Grazie alla sua natura autoriale e alle sue modalità di produzione, il cinema ci offre un prodotto frutto di una profonda riflessione e di una più o meno lunga realizzazione operativa. Anche le modalità di fruizione di un film sono fortemente diverse rispetto a quelle di qualsiasi altro vettore d’informazione. Così come la lettura di un libro, la visione di un film richiede tempo e concentrazione. Questo implica che dobbiamo allontanarci dalla frenesia giornaliera che caratterizza la società in cui viviamo, dove lo scorrere (scroll) rapido e incessante delle immagini ci impedisce di coglierne il vero valore, per immergerci in una dimensione critica e riflessiva. Solo prendendoci il tempo di riflettere davvero su ciò che vediamo possiamo apprenderne la dimensione tragica ed emotiva, e, di conseguenza, riflettere e agire.

Il cinema, in fondo, in particolare quello engagé (si pensi ai numerosi film dell’insuperabile Ken Loach), fa proprio questo: rende indelebile nella memoria degli utenti una realtà intollerabile, su cui prima della visione non ci si era soffermati, e che dopo, come un pugno allo stomaco, sollecita ogni singolo spettatore a fare di più e meglio nel rispetto dei diritti umani.

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