(Keystone)

Clint Eastwood

Dalle praterie del West all'indipendenza creativa

Lo sguardo indecifrabile dei suoi occhi di ghiaccio la dice lunga sull’impossibilità di incasellarlo, di fissarlo in un unico personaggio, di etichettarlo solo come attore, come regista, come premio Oscar o come icona del pubblico. Eppure, Clint Eastwood rimane coerente e fedele a se stesso. Seguire il filo della settantina di film che ha interpretato, diretto o entrambe le cose, porta dagli Studios hollywoodiani degli anni Cinquanta fino a un’impressionante indipendenza creativa e produttiva. È la forte impronta personale a rendere omogeneo questo variegato paesaggio filmico, modellato da un uomo di cinema prolifico, per natura incapace di fermarsi, di sprecare tempo o di smettere di fare il suo mestiere. Tanto ieri quanto alla soglia dei novant’anni.

Lavorare sempre, lavorare dove si può. Forse Clint Eastwood quest’etica del lavoro la assorbe già da bambino, mentre gira di città in città con la famiglia durante la Grande Depressione. In quell’epoca ci nasce, il 31 maggio 1930 a San Francisco. Da ragazzo vuole diplomarsi in musica ma la vita ha altri piani. Stanziato in California durante la guerra di Corea, al termine della leva finisce a Hollywood quasi per caso. Un provino per la Universal e poi piccole parti in film come La vendetta del mostro (1955) di Jake Arnold, talvolta neppure accreditato. Nel 1959 ottiene un ruolo nella serie tv western Rawhide (Gli uomini della prateria) e il suo volto comincia a farsi conoscere presso il grande pubblico. Vi lavora fino al 1965 e in quel periodo gli arriva la proposta di girare un western in Spagna. Il film è Per un pugno di dollari e il regista è Sergio Leone. È il 1964 e nella carriera di Eastwood si apre un capitolo importante. L’enigmatico personaggio dell’Uomo senza nome, violento ma con una sua morale, diventa popolare e il film – come i successivi Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto e il cattivo (1966) – sbanca il botteghino, prima in Europa, poi in America. Le battute scarne dell’Uomo senza nome sono dovute proprio a Eastwood, che sfronda pesantemente il copione. La sua laconicità è uno degli elementi caratteristici del film, quanto le musiche di Ennio Morricone, gli sguardi intensi, il ritmo dilatato.

 

Sono anni di ascesa per Eastwood. Collabora per la prima volta con Don Siegel in L’uomo dalla cravatta di cuoio (1968). Con lui realizza diversi film e quello con il regista è un incontro centrale per la sua futura carriera di filmmaker. Ma è soprattutto Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (1971) a segnare una nuova svolta.  Il personaggio di Harry Callahan (che in italiano acquista una “g”) interpretato da Eastwood, piace al pubblico e scatena grandi discussioni per i modi spicci e l’inclinazione a farsi giustizia da solo. Con i cinque film di cui fino al 1988 è protagonista – diretti in seguito da altri registi fra cui lo stesso Eastwood – “Dirty Harry” entra nell’immaginario collettivo, così come era accaduto all’Uomo senza nome di Leone. Una delle sue battute, “go ahead, make my day”, viene addirittura presa in prestito dall’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan.

Campione del box office, Eastwood però non si accontenta. Nel 1968 fonda la sua casa di produzione, la Malpaso Company e l’esordio alla regia è dietro l’angolo con il thriller Brivido nella notte (Play Misty for Me) del 1971. Da Siegel ha imparato a lavorare velocemente, a rispettare il budget e le scadenze. Al suo amico e maestro dà anche una piccola parte nel film, quella del barista. Forse Eastwood non lo sa ancora, ma si sta avviando a diventare uno degli autori più prolifici e rispettati del panorama cinematografico. È sempre al lavoro, alternando progetti personali ad altri dove è “solo” la star. Da una parte non disdegna territori conosciuti. Fra gli anni Settanta e Ottanta, interpreta e spesso dirige una serie di western e di film d’azione, come Lo straniero senza nome, Il texano dagli occhi di ghiaccio e Il cavaliere pallido, L’uomo nel mirino o Assassinio sull’Eiger, girato anche in Svizzera. Dall’altra però, fin dall’inizio, non esita mai a mettersi in gioco, dietro o davanti alla macchina da presa, in progetti che deviano dalla sua immagine di duro, dal sentimentale Breezy (1973) a Bronco Billy (1980) che, con il suo ritratto di un individualista sognatore alla guida di uno spettacolo sul vecchio West, gli sta particolarmente a cuore.

Se oggi si guarda alla sua sterminata filmografia saltano all’occhio la continuità produttiva e la grande libertà rispetto ai generi. Ci sono drammi, polizieschi, western, thriller, commedie. Esplorazioni dell’America rurale – Honkytonk Man (1982) o Un mondo perfetto con Kevin Costner (1993) – così come di quella borghese (Mezzanotte nel giardino del bene e del male del 1997). Molti lavori sono tratti da opere letterarie. Con Flags of our Fathers e Lettere da Iwo Jima, nel 2006 affronta da regista il genere bellico. Compie incursioni nel romanticismo (I ponti di Madison County (1995), con Meryl Streep) o addirittura nello spazio (Space Cowboys, 2000). Numerosi i film dedicati a personaggi reali, come J. Edgar con Leonardo DiCaprio (2011) sul capo dell’FBI J. Edgar Hoover, o Invictus (2009) dove Morgan Freeman è Nelson Mandela. A inaugurare il filone biografico era stato Bird (1988) sul sassofonista Charlie Parker, omaggio all’amore di Eastwood per il jazz. Anche storie vere di personaggi sconosciuti ai più lo stimolano, come quella di Richard Jewell (2020) sull’omonima guardia giurata che con il suo intervento evitò la morte di molte persone durante l’attentato alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996, ma che venne sospettata dello stesso crimine e messa in croce dai media. Durante il montaggio del film, un incendio ha minacciato gli studi. Il regista si è rifiutato di lasciare l’area, spiegando di avere del lavoro da fare.

Quelle citate sono opere diverse tra loro, alcune più riuscite di altre. Ma sempre le accomuna uno stile fluido ed essenziale, in grado di mettere perfettamente a fuoco temi e personaggi. Sono però in particolare altri quattro i film che hanno elevato Eastwood al rango di maestro del cinema. Con Gli Spietati conquista nel 1993 le sue prime statuette (per il miglior film e la migliore regia, alle quali si aggiungono l’Oscar per il migliore attore non protagonista a Gene Hackman e quello per il miglior montaggio). È il capolavoro western con cui culmina la riscrittura del genere a cui Eastwood ha preso parte fin dai film di Leone e che stavolta di fatto smonta la mitologia del West, analizzandone la violenza e le sue conseguenze, sia sulle vittime che sugli autori. Il tema delle conseguenze della violenza torna in Mystic River (Oscar nel 2004 al protagonista Sean Penn e al non protagonista Tim Robbins): un racconto a tinte scure di come un abuso subito da bambino porti a conseguenze terribili in età adulta. Million Dollar Baby è un’altra di quelle potentissime storie che Eastwood riesce a narrare come pochi, mettendo in scena la complessità di personaggi ai margini attorno al dramma di una giovane donna che trova nel pugilato una speranza di riscatto solo per sprofondare amaramente in una tragedia assoluta. Quattro gli Oscar nel 2005: miglior film, migliore regia, migliore attrice protagonista (Hillary Swank) e migliore attore non protagonista (Morgan Freeman). L’amarezza permea anche Gran Torino (2008) che non regala nuove statuette a Eastwood ma che è comunque uno dei lavori migliori della sua maturità. Un film intenso e ruvido come il suo protagonista, interpretato dallo stesso regista, un ex marine in là con gli anni, in lotta con un mondo al quale i suoi valori non appartengono più e che si libera dai propri pregiudizi attraverso un estremo sacrificio.

 

Maverick: si chiamano così i capi di bestiame non marchiati e il termine è diventato sinonimo di ribelle o per lo meno di persona fortemente indipendente. Eastwood, questa indipendenza la rivendica da sempre. Politicamente vicino all’area repubblicana, talvolta ha appoggiato i democratici su specifiche questioni. “Sono troppo individualista per stare a destra o a sinistra”, raccontava anni fa a Michael Henry Wilson, autore del volume Eastwood on Eastwood pubblicato dai Cahiers du cinema, commentando la propria candidatura a sindaco della cittadina californiana di Carmel, dove poi è stato eletto nel 1986 per un mandato di due anni. Sposato due volte e con alle spalle diverse relazioni importanti – la più nota è quella con l’attrice Sondra Locke, al suo fianco in diversi film – Eastwood ha avuto sette figli da cinque donne diverse. Fra questi, Scott e Alyson hanno seguito le orme del padre come attori mentre Kyle è musicista e compositore. Tanto al cinema, quanto nella vita privata, è sempre stato Clint Eastwood a decidere cosa fa Clint Eastwood. “Che io abbia successo oppure no, voglio doverlo solo a me stesso”. Questa frase dei tempi dell’esordio alla regia resta valida ancora oggi.

Fabrizio Coli
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