Cohen e gli altri

Perché gli ebrei hanno sempre giocato con i propri stereotipi

di Corrado Antonini

Si stima che prima della seconda metà del diciannovesimo secolo, gli ebrei stanziati su territorio americano non fossero più di 15'000. Nel giro di tre, quattro decenni il loro numero salì esponenzialmente fino a raggiungere i quasi due milioni all’inizio del Novecento.

Nel 1880 in America erano già state edificate 270 sinagoghe. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, gli ebrei d’origine europea – ebrei tedeschi, russi, polacchi ecc. – trovarono rifugio negli Stati Uniti, in particolare a New York. A tenere unita la comunità ebraica d’America non c’era soltanto la sinagoga, ma anche, in chiave decisamente più profana, il teatro e la canzone. La storia della canzone americana dei primi anni del Novecento, quella nata e sviluppatasi per il teatro musicale o per il cinema, è una storia fatta in buona parte da autori d’origine ebraica. Compositori come George Gerhswin, Irving Berlin, Richard Rodgers o Harold Arlen; parolieri come Ira Gershwin, Lorenz Hart, Harold Dietz, Yip Harburg o Ted Koehler. Erano tutti figli di quella generazione di immigrati ebrei giunti su territorio americano sul finire dell’Ottocento.

Non sono tanto le canzoni cantate sui palchi dei teatri di Broadway o nelle pellicole dei grandi film di Hollywood a dare conto della radice ebraica quanto piuttosto quelle composte e interpretate per delle scene meno nobili, come il vaudeville (dove i grandi song di Gerhswin o di Harold Arlen non entravano).

La prima canzone di cui vogliamo parlare è la canzone registrata da Monroe Silver, uno dei grandi comici del periodo. Essa fu composta da Harry Ruby, Joe Burns e Murray Kissen. S’intitola semplicemente Pittsburgh, PA e fu registrata a New York il 28 gennaio del 1920, quasi cento anni fa.

Monroe Silver fu uno degli interpreti che più di ogni altro contribuì a rendere popolare il personaggio di Cohen. Cohen è un tipico cognome ebreo, ma è anche, in ambito teatrale e di riflesso anche in quello della canzone, una sorta di stereotipo dell’ebreo, uno stereotipo che come ogni stereotipo amplificava, distorcendole spesso in chiave comico/parodistica le caratteristiche somatiche, linguistiche, psicologiche dell’immigrato ebreo del periodo. I monologhi di quegli anni che hanno per protagonista questo famigerato Cohen sono davvero numerosi, tanto da formare una sorta di filone a sé, che ogni attore o intrattenitore di teatro di varietà doveva avere in repertorio.

Un aspetto importante da tenere in considerazione ascoltando questi monologhi (al pari del resto del repertorio delle cosiddette “coon song” che avevano per oggetto gli afro-americani) è che queste canzoni facevano leva su uno stereotipo che oggi risultebbe problematico per l’implicito sottinteso razzista. Eppure all’epoca erano gli stessi ebrei a giocarci sopra, a riprova di un’autorironia unica al mondo.

Restiamo, dunque, in compagnia di questa macchietta comunemente nota con il nome di Cohen per un’altra canzone incisa addirittura nel 1905, il 19 ottobre del 1905, sempre a New York, da una coppia di interpreti molto amati nel circuito dei teatri di vaudeville ebraico del periodo: Ada Jones e Len Spencer, con The original Cohens.

Abbia già ricordato come la grande stagione della canzone americana d’inizio Novecento abbia goduto della propulsione creativa di una straordinaria generazione di autori d’origine ebraica. Fra questi, colui che George Gershwin considerava il più grande autore di canzoni americano, colui che Cole Porter considerava il più grande autore di canzoni tout court, e colui del quale Jerome Kern ebbe a dire: lui non ha un posto nella musica americana, lui è la musica americana, ovvero Irving Berlin.

Nato Izrail' Moiseevič Bejlin l’11 maggio del 1888 a Tyumen, in Siberia, da genitori ebrei russi, Irving Berlin diventerà, appunto, l’autore più amato, più eseguito e più ascoltato nella storia della canzone americana. La sua carriera fu lunghissima. La prima canzone, Mary from sunny Italy data del 1907 e l’ultima, All I bring to you is love è del 1977. Settant’anni di canzoni. Una longevità artistica che ha dell’incredibile. Se è vero che Irving Berlin ha scritto canzoni leggendarie, come White Christmas, God bless America, Cheek to cheek o Puttin’ on the Ritz, che ha scritto dei musical per Broadway e delle colonne sonore per Hollywood, è altrettanto vero che, nei primi anni di carriera, compose anche una manciata di canzoni che si ispiravano direttamente al repertorio etnico di matrice ebraica.

Fra il 1909 e il 1915 Irving Berlin compose ad esempio delle novelty-song in cui trovano posto espressioni tipiche dell’ebreo-americano del periodo. La canzone ebraica più famosa di Irving Berlin è con ogni probabilità Cohen owes me 97 dollars, e cioè “Cohen mi deve 97 dollari”, ripresa tra l’altro qualche anno fa da un altro ebreo-americano come Uri Caine, canzone che racconta la storia di un vecchio ebreo di nome Rosenthal, un uomo d’affari steso sul letto di morte ma pur sempre preoccupato, nonostante il momento non particolarmente favorevole, del fatto che un certo Cohen, sempre lui, il famigerato Cohen, gli deve 97 dollari. Rosenthal riuscirà miracolosamente a scampare alla morte non appena si riuscirà a convincere Cohen a estinguere il suo debito. Una canzone che diverrà un classico del repertorio dei cantanti ebrei americani di primo Novecento, e un bell’esempio di come queste canzoni che esasperavano il pregiudizio razziale, a differenza delle coon song che parodiavano gli afro-americani ad usufrutto dei bianchi, erano composte da ebrei, pubblicate da editori ebrei, interpretate da ebrei, per un pubblico di ebrei. Ecco qui la versione cantata dalla voce di Rhoda Bernard in una registrazione del 5 aprile 1916.

Le registrazioni di cui stiamo parlando sono antichissime, risalgono ai primi anni del Novecento e sono state trasferite su CD da vecchi cilindri in cera e da vecchi 78 giri. Testimoniano, come si diceva, di un’era, quella che grossomodo va dall’inizio del Novecento alla Prima Guerra Mondiale, dove la caricatura etnica e volgarmente razziale – oggi diremmo più probabilmente razzista – era la forma di intrattenimento più popolare in America. E, fra la gente di spettacolo, pochi erano più popolari degli attori d’origine ebraica che si presentavano sul palco parodiando sé stessi. Sottolineo ancora una volta quanto sia importante rilevare come questo genere di spettacoli fossero scritti, prodotti, e messi in scena da ebrei, a usufrutto di un pubblico che era composto in massima parte da ebrei.

Un’altra autoparodia è la canzone di Alex Gerber, Jean Schwartz e del giovanissimo Eddie Cantor, intitolata My yiddisha mammy, la mia mamma yiddish, parodia dell’ode alla mamma cantata da Sophie Tucker, altra immigrata ebrea doc. La canzone recita: I love my mummy, but she don’t come from Alabammy, e cioè qualcosa come “amo la mia mamma, benché non sia originaria dell’Alabamma”. E dove si continua dicendo “il suo cuore è colmo d’amore e di autentico sentimento, benché la porta della sua capanna sia quella di una casa popolare nel Bronx”. Canta Irving Kaufman, uno dei più popolari tenori di origine ebraica degli anni ’20.

E così siamo giunti nel Bronx, dove molti ebrei cominciarono a trasferirsi nei primi decenni del XX. Secolo. Bronx che, per molti versi, diventerà una sorta di bastione degli ebrei di seconda generazione, i cosiddetti “Bronex”, pensiamo soltanto alla famiglia del paroliere Lorenz Hart, che dal Lower East Side si trasferì, non appena possibile, uptown, per una ragione di prestigio sociale. La stessa migrazione di quartiere occorse ai Gershwin, a Irving Berlin e a molti altri. Nel Lower East Side di New York era segregata l’immigrazione povera, quanto più si risaliva l’isola di Manhattan, tanto più ne beneficiava il proprio prestigio sociale. Non che la situazione cambiasse di molto, in verità, soprattutto dal punto di vista igienico, come testimonia questa No hot water way up in the Bronx, e cioè, “niente acqua calda su nel Bronx”. Canta Monroe Silver. Registrazione del 1924

 

 

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