Colombo

La lunga vita della serie che non poteva funzionare

L’impermeabile sgualcito che ha visto tempi migliori e che si intona con la faccia di uno buttato giù dal letto. L’aspetto sciatto che subdolamente nasconde un’intelligenza fredda come la lama di un bisturi. Quella moglie che non si vede mai. Quel rottame di macchina che stona vistosamente, al pari del proprietario, fra le costose vetture che di solito guidano i suoi sospettati. Quel sigaro puzzolente con cui ti impesta la casa. Quello snervante modo di starti sempre fra i piedi. Una volta che ti ha puntato non te lo stacchi più di dosso. Quando credi di averlo finalmente fregato, di averla fatta franca, che quell’ometto insopportabile sia finalmente uscito dalla porta della tua vita di colpevole felicemente impunito, eccolo che rientra perché “dimenticavo, c’è ancora un’altra piccola cosa”. E quella cosetta inevitabilmente ti inchioda.

Il tenete Colombo: tenace e persistente tanto nella serie di cui è protagonista, quanto nell’affetto che il pubblico ha per lui. Da mezzo secolo è una presenza rassicurante in televisione. Lui sul piccolo schermo c’era già stato, ma la serie che porta il suo nome (che in originale è Columbo, con la “u”) ha debuttato il 15 settembre di cinquant’anni fa con la messa in onda del primo episodio ufficiale. Da allora viene costantemente riproposta in tutto il mondo. Dieci stagioni in tutto, le prime sette in origine trasmesse negli Stati Uniti dalla NBC dal 1971 al 1978, le altre sulla ABC dal 1989 al 2003 per un totale, contando anche due pilot antecedenti, di 69 episodi. Ormai è materia per quiz questa serie, tanti sono i dettagli, i particolari accattivanti e le curiosità che contiene. Qual è il nome di battesimo di Colombo? Che macchina guidava? Da dove nasce la sua frase a effetto? Qualcuno può anche non sopportarlo più dopo tutto questo tempo. Altri, nell’intravvedere solo qualche fotogramma di un episodio che conoscono a memoria, vengono irresistibilmente attratti dal divano, incapaci di staccarsi. E poi è tutto un “È quello della ghigliottina? È quello del torero? È quello del commodoro? Ah bellissimo questo, è quello del chimico e della funivia!”

Ogni episodio di Colombo è uno stuzzicante gioco mentale, a partire dal personaggio principale che è l’esatto opposto dei detective televisivi classici, sempre pronti a menare le mani e tirar fuori la pistola. Colombo no, lui usa la testa e solo quella. È un lavoratore, uno che viene dalla strada, con quel nome che lo colloca dritto dritto fra i figli degli immigrati che hanno fatto grande l’America (e chissà che non fosse proprio un suo lontano antenato quello che l’ha scoperta…). Sotto l’aspetto trasandato, la barba di due giorni, c’è un cervello grande così a cui non sfugge niente. Tanto meno i cattivi, che nella serie sono tutti brillanti personalità, spesso facoltosi e potenti. Lui verso di loro ha modi deferenti che lo fanno inevitabilmente prendere sottogamba e vengono ricambiati con arroganza e supponenza. Ma è sempre un errore fatale sottovalutare questo tenente della omicidi di Los Angeles… Un conflitto di classe? A quanto pare si trattava più che altro di un modo per far risaltare per contrasto il personaggio, che spicca come una macchia nera – anzi beige come il suo leggendario impermeabile – su un costoso tappeto bianco a pelo lungo.

Richard Levinson e William Link: lo hanno creato loro. Amici fin dai tempi della scuola, entrambi toccati dalla passione per il mistero e la scrittura, hanno formato una prolifica e geniale coppia di autori televisivi. Per loro stessa ammissione, nella loro creatura più famosa si ritrovano le influenze letterarie del Padre Brown di Chesterton e del Petrovich di Delitto e Castigo di Dostoevskij. Resta il fatto che in televisione un personaggio così non si era mai visto e questa originalità ha trovato in Peter Falk l’interprete perfetto. Non che l’attore newyorkese fosse uno sconosciuto prima della serie. Si era già fatto un nome in film come Angeli con la pistola di Frank Capra e in una serie chiamata The Trials of O’Brien. La sua carriera non si è limitata a Colombo, passando dall’amico John Cassavetes che lo ha diretto in Mariti e Una moglie oppure a Wim Wenders, per il quale ne Il cielo sopra Berlino interpreta se stesso. Colombo è però in assoluto il personaggio che lo ha reso celebre presso il grande pubblico. Con il suo sguardo strano (dovuto all’occhio di vetro con cui fin da bambino era stato sostituito quello naturale, distrutto da una malattia), con i suoi modi da uomo comune, semplicemente è Colombo. Falk, scomparso nel giugno di dieci anni fa, alla serie oltre al suo carisma, alle sue performance e alla sua generosità di attore portò parecchio. Dettagli diventati iconici, come il famoso impermeabile (pare avesse letto male il copione dove c’era scritto soprabito) e tutti gli altri vestiti del personaggio che erano proprio suoi. Ma anche il perfezionismo, che causò non pochi problemi di budget e di sforamento dei tempi, e un carattere battagliero, perfetto per imporsi anche con network e studio. Oggi è fin troppo facile non poter pensare a nessun altro che a lui per il ruolo. Non fu però Peter Falk il primo a interpretare Colombo e la storia del personaggio poi, è articolata e complessa, degna di una delle migliori trame dei suoi episodi. Tanto per cominciare, Colombo così come lo conosciamo tutti (quindi sempre interpretato da Falk), non fa il suo debutto con la serie ufficiale ma qualche anno prima, con due film televisivi, Prescription: Murder (Prescrizione: assassinio, 1968) e Ransom For a Dead Man (Riscatto per un uomo morto, 1971) che comunque vengono puntualmente riproposti come tutti gli altri episodi e che oggi sono considerati entrambi pilot della serie. Le tracce del personaggio portano però ancora più indietro. Lo troviamo per la prima volta in un racconto scritto da Levinson e Link e pubblicato sull’Alfred Hitchcock Mystery Magazine. I due autori lo adatteranno in seguito per un episodio della serie antologica televisiva The Chevy Mistery Show intitolato Enough Rope nel 1960. Ed è proprio qui che per la prima volta il tenente fa capolino in tv, interpretato da Bert Greed. Da quell’adattamento per il piccolo schermo, Levinson e Link trassero quindi una commedia teatrale, che fu portata in giro con buon successo. Qui, a vestire i panni di Colombo, che però già rubava la scena al protagonista, era invece Thomas Mitchell. Il titolo? Prescription: Murder. Quando la Universal si metterà alla ricerca di soggetti per film tv, Levinson e Link ne proporranno un adattamento con lo stesso titolo, che andrà in onda il 20 febbraio del ’68. Solo che nel frattempo Mitchell era morto. Per il ruolo si pensava a Lee J. Cobb o a Bing Crosby, ma uno non poteva e l’altro non era interessato. A raccomandare Falk agli autori fu Richard Irving, subentrato a Don Siegel come regista dopo che quest’ultimo per impegni cinematografici aveva dovuto abbandonare il progetto. Secondo lui l’attore, nei panni di Colombo, sarebbe stato “passabile”.

Prescription: Murder – ci riferiamo al film – funzionò e la Universal se ne uscì con l’idea di una serie, chiedendo a Falk se fosse interessato. Falk inizialmente rifiutò dato l’impegno totalizzante che avrebbe comportato. L’idea tornò a galla tre anni dopo con una proposta più gestibile: sei episodi da 90 minuti, da mandare in onda durante lo show The NBC Mistery Movie ma a rotazione con altre due serie, McLoud e McMillan & Wife. Se lo studio spingeva per la realizzazione seriale, l’emittente NBC non era però ancora del tutto convinta delle peculiarità di Colombo. Secondo i dettami dell’epoca, quella serie non avrebbe mai funzionato. Il protagonista entra in scena 15, 20 minuti dopo l’inizio e quando arriva non è un tizio attraente dalla mascella squadrata ma un ometto sciupato con un brutto taglio di capelli. Non c’è praticamente azione. Le trame sono complesse. C’è troppo dialogo. Il protagonista poi, secondo i dirigenti, avrebbe dovuto avere qualcuno a fianco, tipo un assistente più giovane. E quella moglie che non si vede mai? Che idea stupida. Meglio che sia libero e abbia delle scappatelle, al pubblico piace. E poi insomma, non andava proprio che i telespettatori sapessero già dall’inizio chi era l’assassino. Già perché Colombo rovesciava la formula della detective story. Qui non occorreva scoprire chi era l’assassino – appunto, lo si sapeva fin da subito – ma la domanda era: come verrà incastrato? Il secondo pilot, Ransom for a Dead Man fu trasmesso per la prima volta il 1. marzo del 1971. E nonostante i dubbi del network anche stavolta piacque al pubblico e alla critica.

Sembrava tutto pronto perché finalmente la serie nascesse. Anche Falk era convinto. Ma aveva un impegno: il 12 settembre doveva debuttare a Broadway in Prigioniero della seconda strada di Neil Simon e quindi la serie doveva essere girata entro quella data. “Non so perché dicemmo sì”, disse William Link, l’impresa di realizzare sei episodi nel breve tempo concesso era titanica. Alla fine ne vennero girati addirittura sette. Tre giorni dopo la prima a Broadway di Falk, la serie Colombo debuttava ufficialmente in televisione con l’episodio Murder by the Book (Un giallo da manuale).

Quel primo episodio – in realtà il secondo ad essere girato dopo Death Lends a Hand (Una trappola di Colombo) – è un classico. Tanto per cominciare, c’è il nome del regista che oggi fa sorridere: un ragazzino allora sconosciuto chiamato Steven Spielberg. Levinson e Link scherzavano sul fatto di andare sul set a prendere latte e biscotti con lui, data la giovane età del futuro realizzatore de Lo squalo, I Predatori dell’arca perduta, E.T. e Salvate il soldato Ryan che dovette imporsi per farsi prendere sul serio da una stagionata troupe. Ma anche se forse nessuno lo notò appieno all’epoca, già quel primo episodio di Colombo annunciava che stava nascendo una stella. In particolare, la cura delle sequenze di apertura e chiusura e la creazione delle atmosfere, l’attenzione ai dettagli. Ma tutta la squadra era in stato di grazia. Levinson e Link ormai si stavano orientando verso il ruolo di produttori: alla serie, che sarà comunque sotto la loro supervisione, contribuiranno direttamente in pochi episodi e Colombo raccoglie così fin da subito talenti di tutti i campi. Steven Bochco, uno degli sceneggiatori è fra questi. Negli anni Ottanta firmerà altre serie di grande successo come Hill Street giorno e notte o Avvocati a Los Angeles. È lui a scrivere Murder by The Book. Al centro di questo episodio, una coppia di giallisti di successo – inevitabili le battute che coinvolgono Levinson e Link che saranno i primi ad esserne divertiti – dove uno è il reale autore dei bestseller e l’altro, in realtà, si occupa solo delle pubbliche relazioni e uccide il socio quando questi vuole mettersi in proprio. A interpretare l’assassino, un uomo affascinante, ricco, intelligente, moralmente bieco e troppo sicuro della sua superiorità è un grandissimo Jack Cassidy. In Colombo infatti, anche i cattivi brillano di luce propria e le fenomenali guest star che li interpretano – alcuni anche più volte – contribuiranno in modo importante al successo della serie. Difficile scegliere un preferito. Leonard Nimoy gelido cardiochirurgo assassino? L’impresario di pompe funebri Patrick McGoohan? John Cassavetes direttore d’orchestra che uccide l’amante? Oppure la bella e spietata Lee Grant, avvocatessa ammazza-mariti? Johnny Cash, cantante country che si libera in maniera rocambolesca della moglie? Leslie Nielsen l’agente segreto deviato? O ancora Cassidy nel ruolo del Grande Santini, illusionista dal passato nazista? William Shatner, Donald Pleasance o ancora Martin Landau, Ricardo Montalban, la lista è davvero lunga. E altrettanto lunga è la lista degli elementi che hanno fatto grande la serie. L’intelligenza delle trame, protagonista, coprotagonisti, autori, quelle atmosfere misteriose enfatizzate dalle musiche firmate persino da Henry Mancini col suo Sunday Mystery Movie Theme e da una pletora di altri validi compositori come Dave Grusin o Billy Goldenberg… C’è un mondo dentro Colombo.

Ah già, dimenticavamo, un’ultima cosetta. Per rispondere alle domande di inizio articolo, per la cronaca nessuno conosce il nome di battesimo del tenente, la macchina è una Peugeot 403 del 1959 e la sua storica frase ad effetto nasce – lo hanno confessato loro stessi – dalla pigrizia di Levinson e Link: c’era una scena troppo corta e invece di lavorarci su per allungarla, hanno semplicemente fatto rientrare il tenente Colombo dopo averlo già fatto uscire, con la scusa di aver dimenticato di chiedere un’ultima, piccola cosa. Per questi e altri particolari, libri come The Columbo Phile - A Casebook di Mark Davidziak, sono delle vere e proprie miniere d’oro, segni tangibili dell’amore che gli appassionati hanno per il mitico tenente, protagonista di una serie che a detta dei pezzi grossi non avrebbe mai potuto avere successo e della quale invece siamo qui a parlare ancora dopo cinquant’anni.

Fabrizio Coli
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