Olafur Eliasson, Ice Watch, Place du Panthéon, Paris, 2015
Olafur Eliasson, Ice Watch, Place du Panthéon, Paris, 2015 (Photo Martin Argyroglo)

Creatività contro il climate change

In bilico tra arte e scienza, immaginando un futuro più pulito

di Francesca Cogoni

“We’re playing with an angry beast”. Ad affermarlo nel 1975 era il geofisico e climatologo Wallace Smith Broecker, morto lo scorso 18 febbraio a New York, a 87 anni. La bestia furente cui faceva riferimento era il sistema climatico. Lo scienziato americano, infatti, fu il primo a utilizzare l’espressione “global warming” e a presagire gli effetti devastanti dell’aumento dei livelli di anidride carbonica nell’atmosfera. Oggi, a distanza di anni, la bestia in questione è sempre più furibonda, eppure il mondo pare non aver ancora compreso appieno questa emergenza. Anzi, la sua minaccia è ampiamente sminuita considerando l'atteggiamento di certi leader mondiali, dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump ai suoi omologhi di Russia e Brasile, Vladimir Putin e Jair Bolsonaro.

Ma c’è qualcuno che non ci sta, che non accetta di vedersi consegnare un pianeta malato e in fin di vita. Qualcuno che chiede dei cambiamenti immediati: sono gli studenti e gli adolescenti di tutto il mondo, coloro che abiteranno la Terra negli anni a venire e che per primi patiranno le conseguenze delle scelte sbagliate e delle cattive pratiche odierne. Mossi da una spiccata sensibilità verso le tematiche ambientali e preoccupati per l’impassibilità e l’inazione, soprattutto dei potenti, di fronte a un dramma planetario e di primaria importanza come quello del riscaldamento globale, migliaia di ragazze e ragazzi in tutta Europa, e non solo, manifestano guidati dalla giovane e risoluta studentessa e attivista svedese Greta Thunberg, e il 15 marzo 2019 danno luogo a uno sciopero studentesco mondiale aderendo all’iniziativa #FridaysForFuture, cui si uniscono docenti e scienziati. Bisogna agire prima che sia davvero troppo tardi: «You can’t just sit around waiting for hope to come» esorta la Thunberg.

E gli artisti in tutto ciò che voce hanno? In che modo affrontano questo problema e qual è il loro contributo? Sono anch’essi afflitti da quella “grande cecità”, da quel “fallimento immaginativo” di cui parla lo scrittore e antropologo bengalese Amitav Ghosh? Nel saggio The Great Derangement. Climate Change and the Unthinkable, tradotto in Italia con il titolo La grande cecità (Neri Pozza, 2017), Ghosh osserva come il tema del riscaldamento globale venga trattato in maniera marginale dagli scrittori contemporanei, incapaci di proporre delle narrative nuove al riguardo o di stimolare l’esplorazione di nuovi modi di vivere e di pensare. La crisi climatica, invece, secondo lo scrittore, «ci sfida proprio a immaginare altre forme di esistenza umana, perché se c’è una cosa che il surriscaldamento globale ha perfettamente chiarito è che pensare al mondo solo così com’è equivale a un suicidio collettivo».

Per fortuna, nel campo dell’arte sono diversi gli artisti che non si coprono gli occhi davanti a questo stato di cose e che guardano al problema della crisi climatica con responsabilità e consapevolezza, immaginando nuovi possibili scenari futuri. Si tratta in particolare di artisti che operano in bilico tra arti visive e scienza e che collaborano con istituti di ricerca, associazioni e scienziati di tutto il mondo per dar vita a progetti di varia natura capaci di risvegliare le coscienze e attivare un coinvolgimento collettivo. Come l’installazione Ice Watch che l’artista dano-islandese Olafur Eliasson ha ideato insieme al geologo Minik Rosing e che porta da qualche tempo in giro per l’Europa. L’ultimo intervento è avvenuto lo scorso dicembre a Londra: 24 blocchi di ghiaccio staccatisi dalla calotta glaciale della Groenlandia a causa dellʼinnalzamento delle temperature sono stati trasportati e posizionati all’esterno della Tate Modern e davanti al quartier generale europeo di Bloomberg e lì sono rimasti fino al loro completo scioglimento. Un modo efficace di mettere la gente fisicamente a contatto con un problema che pare lontano, ma che in realtà è molto più vicino e concreto di quanto si pensi. «Tocca il ghiaccio con le mani, ascoltalo, annusalo, guardalo – e assisti ai cambiamenti ecologici che il nostro mondo sta vivendo»: questo lʼinvito di Eliasson, che ha portato lʼinstallazione anche a Place du Panthéon a Parigi proprio in occasione della Cop 21.

Un altro rilevante progetto riguardante il clima e la sostenibilità ambientale è Little Sun, nato nel 2012 dalla collaborazione fra Eliasson e lʼingegnere Frederik Ottesen. Dallʼidea iniziale di creare una piccola lampada solare portatile per coloro che vivono senza elettricità in Etiopia, Little Sun si è trasformato a poco a poco in un progetto globale, e in una fondazione, che ha già cambiato lʼesistenza a due milioni di individui. Lʼobiettivo è portare energia pulita e sicura a quel miliardo di persone al mondo che non ha accesso alla corrente elettrica, spronando lʼimpegno della gente da un capo allʼaltro del pianeta.

Nel luglio 2019 Eliasson avrà una grande mostra personale alla Tate Modern di Londra: sarà lʼoccasione giusta per conoscere meglio e apprezzare la sua coinvolgente ricerca multidisciplinare. Si attende lo stesso successo di pubblico del 2003, quando con The Weather Project lʼartista invase lo spazio della Turbine Hall con un grande e suggestivo sole artificiale.

Anche lʼargentino Tomás Saraceno opera al confine tra arte e scienza. Reduce da una recente personale al Palais de Tokyo di Parigi intitolata On Air, Saraceno come Eliasson stimola la riflessione e lʼinterazione attraverso affascinanti installazioni, sculture eteree e progetti visionari che mettono in gioco i flussi energetici e le fonti rinnovabili, ma anche i processi segreti della natura, spesso e volentieri facendo riferimento al ragno e alla sua tela come metafora di un ideale rapporto con lʼambiente. Saraceno, il cui sogno è sempre stato quello di fluttuare sulle nuvole, ci invita attraverso le sue opere a ripensare poeticamente il nostro modo di abitare il mondo, di spostarci, di essere, in sostanza, umani. Aerocene, per esempio, è un progetto in divenire a carattere internazionale e pluridisciplinare che suggerisce nuove maniere di abitare l’aria, senza frontiere e senza energia fossile. In opposizione al cosiddetto Antropocene, termine coniato negli anni Ottanta dal biologo Eugene F. Stoermer e divulgato nel 2000 dal Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen per descrivere lʼattuale era geologica segnata dal forte impatto dellʼuomo sullʼequilibrio dellʼecosistema terrestre, lʼartista immagina una nuova “epoca dellʼaria”, basata su una maggiore coscienza ecologica, in armonia con lʼambiente e lʼatmosfera. Una visione che si concretizza in grandi sculture fluttuanti, leggere, capaci di volare senza alcun impiego di combustibili fossili. Sempre in quest’ottica va visto anche il progetto Museo Aero Solar lanciato nel 2007. Un museo volante, realizzato con sacchetti di plastica usati, nel quale è possibile entrare.

Nella ricerca di Saraceno, insomma, creatività e cooperazione si uniscono per fronteggiare un mondo mosso da tumultuosi rapporti geopolitici, una sfida forse utopistica ma utile a ricordarci oggi più che mai l’importanza di uno stile di vita a basso impatto ambientale.

 

Anche Andreco, street artist di origine romana, si muove sul crinale fra arte e scienza. Con un dottorato in Ingegneria ambientale e collaborazioni con l’Università di Bologna e la Columbia University alle spalle, Andreco porta avanti parallelamente alla ricerca scientifica anche quella artistica, concentrandosi sul rapporto tra uomo e ambiente e sulla gestione sostenibile delle risorse. In particolare, il progetto Climate consiste in una serie di interventi di arte pubblica in spazi urbani e di seminari in diverse città, allo scopo di fare luce sulle cause e le conseguenze dei cambiamenti climatici. L’intervento più recente, Climate 04 - Sea Level Rise, è stato realizzato a Venezia, lungo il Canal Grande, in Fondamenta Santa Lucia. L’artista ha creato un grande wall painting recante i dati e le formule matematiche relative al livello medio di innalzamento del mare provocato dal surriscaldamento globale fino al 2200, secondo le stime fornite dai centri di ricerca coinvolti. Climate, non a caso, è stato presentato per la prima volta a Parigi nel 2015, in occasione della Cop 21, e prosegue tutt’oggi nella convinzione che la scienza abbia bisogno della sensibilità artistica per smuovere le coscienze.

Sono questi tanti modi differenti di generare consapevolezza e partecipazione, di contribuire a rendere il mondo più sano e accogliente per tutti gli esseri viventi, un po’ come fece Joseph Beuys nel 1982 con la memorabile iniziativa di piantare 7.000 querce a Kassel in occasione di documenta 7. Quelle querce sono ancora “giovani” ma la speranza è che possano conoscere un lungo e luminoso futuro e che lo stesso possa accadere a tutti quei giovanissimi manifestanti che oggi sognano e reclamano un pianeta in salute.

 
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