Piet Mondrian, Albero grigio, 1911
Piet Mondrian, Albero grigio, 1911

Cristianesimo e induismo

Il punto d'incontro non sta nella new age, ma...

di Mattia Cavadini

Il dialogo fra cristianesimo e induismo, al di là delle contingenze spesso violente e drammatiche che si registrano in India, è sempre apparso (in termini spirituali) proficuo e fecondo. Del resto, l'Occidente si specchia nell'India sin dai tempi d’Alessandro Magno, sin da allora un'immagine mitica e mitizzata dell'India è serpeggiata fra le strade d'Occidente, immagine che è andata poi consolidandosi in età più recente, fra Sette e Ottocento con l'orientalismo e lo studio filologico dei testi sapienziali induisti e buddisti e poi, fra Otto e Novecento, con l’esoterismo che ha fatto incetta di molti fondamenti induisti, adattandoli al linguaggio occidentale.

L' incontro fra induismo e cristianesimo si sviluppa prevalentemente in ambito mistico dove appaiono evidenti le somiglianze, evidenziate già da Rudolf Otto nel suo Mistica orientale, mistica occidentale. Un incontro sostanziale che fa leva sull' idea dell'unità uomo-Dio o, in termini induisti, fra Brahman e ātman, ovvero la scoperta dentro di sé dalla realtà assoluta.

La mistica, fra Oriente e Occidente
La mistica, fra Oriente e Occidente Marco Vannini, esperto di mistica cristiana
 

La mistica cristiana e quella indù si incontrano dunque nella concezione del divino come dimensione increata che imbeve ed impregna il fondo dell’anima. Recitano le Upanishad (III, 13, 7):

Sì, questa luce da oltre il firmamento
che brilla al di là di tutto
al di là dei mondi più alti
sì, questa luce è la stessa che brilla
nel cuore dell’uomo.

Su questo concetto, insieme occidentale (si pensi ad Eckhart, Silesius, Cusano, la Porete e a altre/i mistiche/i) e orientale, ovvero la scoperta di Dio nell' anima (o nel Sé se si preferisce la terminologia induista), si innestano alcune esperienze novecentesche di uomini di fede cristiana come Jules Monchanin, Henri Le Saux e Raimon Panikkar (che si sono aperti a una mutua fecondazione con l'induismo).

Le Saux, Monchanin, Panikkar in dialogo con l'induismo
Le Saux, Monchanin, Panikkar in dialogo con l'induismo Sonia Calza, autrice di "La contemplazione: via privilegiata al dialogo cristiano-induista" (Paoline)
 

La ricerca di un incontro, di un punto di contatto fra cristianesimo e induismo è stato in particolare il rovello dell'esperienza del monaco benedettino Henry Le Saux, nato in Bretagna nel 1910, e trasferitosi in India nel 1948 con l'intento di portare il messaggio di Cristo.

Le Saux era affascinato dalla tradizione monastica delle origini, quella dei padri del deserto, semplice e radicale. Questa tradizione il monaco benedettino non la trovava più in Occidente e andò a cercarla in Oriente, dove i monaci erano figure erranti (sadhu), persone che si erano spogliate del proprio io e si dedicavano all’abbandono, vivendo spesso di elemosina. In questo vita monastica Le Saux non vedeva qualcosa di esotico, né tantomeno un andare verso un’altra tradizione religiosa, bensì un ritornare alle origini del Cristianesimo. Le Saux si riconobbe profondamente nella vita monastica indù, tanto che abbandonò presto il primo intento, quello di evangelizzare, e si offrì all’esperienza mistica.

Il suo sentirsi profondamente cristiano e, nello stesso tempo profondamente indù, fu vissuto da Le Saux come una sorta di lacerazione interiore. Sino alla folgorante esperienza dello Spirito, che si pone al di là di ogni distinzione e che pervade ogni cosa. L’immersione dentro la vita monastica indù, basata sulla povertà e sull’annullamento di sé, indusse Le Saux a riconoscere l’unità fra Io e Dio, fra ātman e Brahman,

Le Saux trascorse molti anni in India e si prostrò davanti a numerosi divinità induiste, ciononostante non abbandonò mai il Cristianesimo, anzi lo approfondì e ne colse il nucleo profondo, quel nucleo che è custodito nella frase di Paolo: Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me (Gal. 2, 20). In altre parole, nell’abbandono più assoluto, nella rinuncia di sé che gli impose la vita monastica indù, Le Saux fece spazio allo Spirito, che entrò in lui, abitandolo: Brahman e ātman in un unico respiro.

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