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Dalla tomba preistorica agli emoji

Ad ogni forma di scrittura il proprio modo di pensare

Siamo a uno di quei punti di svolta, nella parola scritta, che raramente si presentano nella storia. Ewan Clayton

di Valerio Abate

L’origine tombale

Camminando per una radura poteva darsi il caso di imbattersi in una pietra scolpita che emergeva dal terreno, magari ai piedi di un vecchio albero. Nell’osservarla presto ci si sarebbe accorti che quella pietra non era come tutte le altre: essa non stava lì per sé, ma per qualcosa d’altro. La sua presenza apriva a un mondo dell’altrove, e nonostante non fosse visibile, la presenza di quel mondo era inspiegabilmente imponente. Era il mondo degli avi, il mondo dei morti.

Quel segno è – per ora – la più antica testimonianza di scrittura che sia perdurata fino a noi. Là iniziammo a scrivere sul mondo. E ciò avvenne ancora nel mondo di quella che noi chiamiamo oralità, il mondo del mito e del canto; eppure l’oralità, dice Carlo Sini, «è il mondo che non conosce una scrittura della parola, non che non conosce scritture: non esiste un mondo umano senza scrittura, il mondo umano è il mondo della parola e della scrittura». Noi conosciamo la scrittura della parola, la cui nascita risale a circa cinquemila anni fa tra le mura di una città che si chiamava Babilonia. La sua è una nascita alquanto prosaica se pensiamo che quei segnetti incisi su di un sigillo furono un’esigenza economica e contabile: si passò da un’umanità della qualità, del mito e della poesia, a un’umanità della quantità, del deposito, che guarda al futuro registrando il debito su una memoria esterna, oggettiva, vasta e duratura.

Dai pittogrammi alle lettere

Dopo le tavolette mesopotamiche, poco più a occidente, incontriamo la grande arte egizia dei geroglifici. Maestose e solenni sono le pareti dei templi e delle tombe, gremite di scritture figurali che vegliano su dèi e sarcofagi. Ed è per questo facile comprendere la critica degli scribi egizi – alti sacerdoti – mossa alle prime forme di alfabeto che nacquero alla fine del Medio Regno d’Egitto. Come potevano i trenta segni inventati da funzionari stranieri di basso rango competere con le centinaia di pittogrammi sacri che il sacerdote doveva conoscere? È chiaro che risultassero una rozza semplificazione. Ma proprio questa semplicità fu alla base del loro successo: la facile apprendibilità del metodo e l’adattabilità a più lingue ne innescarono una rapida diffusione. Nello stesso periodo forme di alfabeto apparvero anche nell’area siro-palestinese, e poi nei graffiti fenici nella necropoli di Ahiram, re di Biblo (città famosa per il suo commercio di papiro, dal cui nome proviene la parola greca biblios, libro).

Dettaglio della stele di Minnakht
Dettaglio della stele di Minnakht

Dalle lettere agli emoji

In un mondo di antichi pittogrammi emersero nuove lettere e, dopo più di tremilaseicento anni, in un mondo di antiche lettere emergono nuovi pittogrammi. Ogni giorno in tutto il mondo la maggioranza delle parole scritte è accompagnata da un emoji (dal giapponese 絵文字, pittogramma). Introdotti dall’operatore nipponico NTT DoCoMo nel 1999, inizialmente usati solo in Giappone, presto si diffusero su tutto il globo. Così, all’inizio dell’era digitale, i nostri plurimillenari sistemi di scrittura sembrano manifestare insufficienza e lentezza nelle corrispondenze del terzo millenio. Tutto sommato però l’emoji rimane ancora relegato nelle chat o nelle pubblicità – con l’eccezione di qualche libro pubblicato più per gioco che per intenti rivoluzionari. I sistemi di scrittura tradizionali dominano ancora la cultura delle civiltà scritte. E in particolar modo l’alfabeto è più forte che mai proprio grazie alla diffusione di strumenti di scrittura come computer e smartphone, strutturati secondo una logica alfabetica. Per dirla con Sini, e senza nulla togliere a tutti gli altri meravigliosi sistemi di scrittura, l’alfabeto è nato perfetto.

Perfezione e diffusione dell’alfabeto

Quando l’alfabeto approdò in Grecia dalle coste fenice circa nel XV secolo a.C., fu tosto adattato ai parlanti greci. Non solo le consonanti ma ogni suono pronunciato aveva un corrispettivo grafico, tuttavia solo alla fine del Medioevo si comprese che l’alfabeto latino potesse trascrivere tutte le lingue, ed è allora che nacquero le letterature europee. La struttura essenziale era già perfetta alla nascita, perciò è in sostanza rimasta invariata fino a oggi. Così, dopo due secoli dall’approdo in Grecia, le lettere poterono passare al sistema latino, e in questo passaggio le lettere latine non acquisirono solo la morfologia di quelle greche, ma anche l’attenzione alla forma e al concetto di proporzione. Le capitali romane, da cui discendono le nostre maiuscole, ne sono un esempio. Ma i testi non apparivano solo sulla pietra, tavolette d’argilla e di cera erano d’uso comune, e poi c’era il papiro, tramandato dagli Egizi ai Greci e poi ai Romani.

Grande città libraria dell’antichità romana fu Cesarea, in Palestina. Dove, nei primi secoli dopo Cristo, il teologo Origene di Alessandria raccolse le versioni, greche e ebraiche, più affidabili dell’Antico Testamento e le trascrisse organizzandone le pagine. Il lavoro sulle Scritture da allora divenne un gesto di devozione assoluta. Nei secoli successivi è celebre il lungo periodo del monachesimo e dei copisti amanuensi che, nei loro monasteri muniti di biblioteca e scriptorium, passavano le giornate chini a copiare lettera per lettera i libri allora più importanti – scrivere poteva condurre alla santità, perciò anche la lettura di un libro non era la veloce ricerca d’informazioni: la sapienza coincideva con Dio, l’esperienza del libro veniva dunque vissuta in strati di significato via via più profondi. «In principio era il Verbo», così scrive Giovanni in apertura al suo Vangelo. Un’aura potente si formò intorno al testo sacro cristiano, ma questa è una prerogativa di tutte e tre religioni del Libro.

Monaco al lavoro nello
Monaco al lavoro nello "scriptorium"

I codici e l’avvento della stampa

La nostra è una cultura fondata sulla scrittura. E l’esperienza della scrittura e della lettura era – ed è – legata alla forma e alla materia del libro: le dimensioni, la superficie, l’impaginazione, le miniature, gli innumerevoli caratteri. Non a caso il passaggio dal rotolo al codice – la forma del libro a noi nota – è considerato «uno degli eventi più significativi nella storia della scrittura occidentale» (Ewan Clayton, Il filo d’oro. Storia della scrittura, Bollati Boringhieri 2014). Esempio emblematico della sobria bellezza di un testo alfabetico è il Sinaiticus, fra i più antichi codici esistenti dell’Antico e Nuovo Testamento. Tale esperienza cambiò progressivamente a partire da un’altra svolta epocale: la stampa a caratteri mobili. La Bibbia di Gutenberg (1455) fu accolta come un capolavoro, è ancora oggi tra i libri più belli in assoluto; non solo offriva copie precise e senza errori, ma anche identiche tra loro in ogni dettaglio, per non parlare della velocità di produzione. In pochi decenni la stampa si diffuse in tutta Europa, i libri invasero il mercato e le autorità religiose e secolari paventarono l’eccessivo potere che la stampa esercitava sul pubblico; di qui la censura e i libri proibiti. A Venezia vennero introdotte importanti novità tipografiche ed editoriali da tipografi come Nicolas Jenson e Aldo Manuzio. In quasi tutta Europa si diffusero i caratteri italici (discendenti della minuscola carolina), nei paesi tedeschi e scandinavi il gotico invece persistette fino alla fine del XX secolo – in Germania venne bandito dal regime nazista per una presunta origine ebraica, ma la realtà è che la lettura difficoltosa del carattere ostacolava la propaganda estera.

Miniatura medievale
Miniatura medievale (© iStock)

Il computer

Al pari del codice e della stampa a caratteri mobili l’avvento del digitale ci ha catapultati in un’altra svolta epocale. Nato come supercalcolatore durante la seconda guerra mondiale, il computer è diventato uno strumento di comunicazione, nonché l’esclusivo strumento di scrittura delle ultime generazioni (come lo furono la penna e la macchina da scrivere in precedenza). Lo schermo si pone come nuova superficie scrittoria, dove ogni segno – ora labile – deve essere mantenuto vivo dalla luce. Quando Steve Jobs accedette al progetto Alto della Xerox (il primo personal computer collegato in rete), la funzionalità del computer acquisì caratteristiche inedite per l’interfaccia grafica, aprendosi alla scrittura. «Con l’Alto era stato inventato un modo completamente nuovo di leggere e scrivere» (Clayton). Le tecnologie annesse, come la posta elettronica, la condivisione di file, la memoria di massa e il motore di ricerca, trasformarono il computer in una nuova forma di biblioteca e servizio postale. La prima “fonderia digitale”, dopo la digitalizzazione dei caratteri tipografici avviata in Germania nel 1965, fu Adobe, la quale mantiene ancora oggi il podio nella grafica editoriale. Ma sia Apple che Adobe, per arrivare dove sono ora, hanno avuto bisogno di figure che scoprirono e frequentarono il mondo della tipografia e della calligrafia, senza le quali i nostri computer non avrebbero la possibilità di gestire una varietà di caratteri differenti e proporzionali. Senza un legame visivo con i caratteri e le impaginazioni tradizionali ci sarebbe creata confusione, quindi solo la conservazione del passato ha potuto permettere la transizione dall’analogico al digitale.

Parlare della scrittura significa parlare dei segni di cui essa vive, della forma e della materia attraverso cui li percepiamo. È attraverso i sensi che assimiliamo i significati e le forme delle conoscenze: leggere un testo manoscritto su papiro e rileggerlo su un codice di pergamena o stampato su carta o retroilluminato su uno schermo, significa percepire e concepire quel testo sempre nuovamente. «La scrittura ristruttura il pensiero» (Walter J. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino 2014), questo fin dalla sua nascita. La letteratura, la filosofia, la matematica e la scienza non esisterebbero senza scrittura, così come la poesia, il mito e la fiaba esistono grazie all’oralità. Ogni scrittura ristruttura il modo di pensare e incide sulle relazioni tra persone lontane non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Col cambiare di ogni elemento visivo, tattile, olfattivo e sonoro del dispositivo che regge ogni grafema cambia l’esperienza della scrittura e della lettura, cambiano i ritmi, l’attenzione, i sentimenti... La scrittura non è la semplice trascrizione del linguaggio parlato, i sensi che coinvolge creano una sfera entro la quale vi è un mondo che solo nel segno tracciato sulla materia può rendersi visibile.

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