(© Sebastião Salgado, Amazonas Images, Contrasto)

Dall'inferno al paradiso

Le immagini senza tempo di Sebastião Salgado

di Francesca Cogoni

Ci sono immagini che, sebbene appartenenti a un determinato periodo storico o a un preciso avvenimento, acquistano subito un’aura atemporale. Lo si può constatare osservando gran parte delle fotografie di Sebastião Salgado. Come i trentaquattro scatti che compongono la serie Kuwait: un deserto in fiamme.

È trascorso più di un quarto di secolo da quella inaudita catastrofe che vide i soldati iracheni incendiare oltre 600 pozzi di petrolio per ostacolare l’avanzata della coalizione militare guidata dagli statunitensi. Salgado era lì, a immortalare quello scenario infernale, la fatica sui volti dei vigili del fuoco e dei tecnici chiamati a intervenire da tutto il mondo per domare le fiamme. Non ho mai visto, né prima né dopo quel momento, un disastro innaturale così enorme, commenta il fotografo, che a distanza di anni ha deciso di riprendere in mano il portfolio di quel reportage, sentendo che il lavoro non era del tutto completo, arricchendo la selezione di immagini inedite e provando nuovamente il turbamento di allora al cospetto di quell’immane ondata di fuoco, fumo e petrolio. È una testimonianza fotografica, questa, che non ha perso intensità nel tempo, fatta di scatti incredibilmente attuali, che potrebbero benissimo riferirsi a una delle periodiche tragedie del nostro presente, o prossimo futuro, e per questo capace di fungere da monito.

Non è solo quel bianco e nero impeccabile, quell’uso magistrale della luce e dell’inquadratura, eppure scevro da effettismi: la ragione della carica extratemporale e icastica degli scatti di Salgado è da ricercare anche nel suo integerrimo legame con la fotografia, considerata alla stregua di una missione inderogabile, un atto di responsabilità, una necessità costante. La mia fotografia non è una forma di militanza, non è una professione, è la mia vita. È un’esigenza che proviene dal profondo di me stesso. È il desiderio di fotografare che mi spinge di continuo a ripartire, ad andare a vedere altrove, a realizzare sempre e comunque nuove immagini. (Sebastião Salgado, Dalla mia Terra alla Terra, Contrasto 2016).

Dal 1973 in poi, anno in cui decise che la sua strada sarebbe stata quella della fotografia, abbandonando una promettente carriera da economista, Salgado non ha mai smesso di esplorare e documentare il mondo attraverso un obiettivo, spostandosi da un capo all’altro del pianeta, fin negli angoli più remoti e poco battuti, e spesso mettendo a repentaglio la propria salute.

Le migliaia di paesi, volti, situazioni fotografati che costituiscono i suoi progetti espositivi/editoriali nascono da un rigoroso lavoro fatto soprattutto di costanza, pazienza, attesa. Chi non ama aspettare non può diventare fotografo, afferma Salgado, portando come esempio il suo incontro con una diffidente tartaruga gigante delle Galápagos, fotografata soltanto dopo un’intera giornata, una volta riuscito a farle capire che rispettava il suo territorio. Difatti, lo sguardo della tartaruga pare quasi dire: Eccomi qua, ma attento a ciò che fai.

E sono innumerevoli, nell’opera di Salgado, gli sguardi che scuotono e dicono tanto della sua caparbietà e della sua sensibilità, come uomo e come fotografo. Per esempio, quello della rifugiata non vedente maliana, che trova in lui qualcuno di cui fidarsi e a cui donare la propria storia. È proprio grazie a questo ritratto che il cineasta Wim Wenders ha scoperto la fotografia di Salgado, restandone profondamente colpito, tanto da dedicargli un magnifico film-documentario, Il sale della terra (2014), girato assieme al primogenito del fotografo, Juliano. Una cosa l’avevo già capita di questo Sebastião Salgado: gli importava davvero degli esseri umani. Questo significava molto per me… dopo tutto gli esseri umani sono il sale della terra, dichiara Wenders nel film.

Il sale della terra

Il sale della terra

Documentario  di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado

 

Senza egoismo né prepotenza, sempre composto e rispettoso, anche di fronte alle situazioni estreme, innanzi alla carestia o al cospetto della morte, Salgado ha saputo tradurre in fotografia il senso e il valore della dignità umana. Quando fotografi, ciò che accade di fronte a te è parte di te, non sei tu che fai la fotografia, è la realtà che hai davanti che ti si offre come dono, ha affermato il fotografo in più occasioni. Anche quando questa realtà ti fa sentire inerme, ti fa vergognare di appartenere al genere umano, come è capitato nel corso della realizzazione dei reportage di In cammino, composito racconto sulle grandi migrazioni degli anni Novanta, sullo sradicamento di interi popoli.

La visione di un tale coacervo di odio e brutalità, culminata con l’atroce genocidio del Ruanda, ha talmente scosso Salgado da condurlo, sulla soglia degli anni 2000, in uno stato di profonda depressione e di totale sfiducia negli esseri umani, fino a pensare di abbandonare la fotografia. Fiducia che fortunatamente (per lui e per coloro che amano il suo lavoro) è tornata: prima con l’avvio, assieme a sua moglie, socia e spalla Lélia Wanick Salgado, di Instituto Terra – ammirevole progetto ambientale volto alla riforestazione di un’ampia area vicino alla città di Aimorés, nello stato brasiliano di Minas Gerais, dove Salgado è cresciuto – e poi con la serie di reportage raccolti sotto il nome di Genesi, la sua “lettera d’amore” alla natura, che per otto anni l’ha visto impegnato nella ricerca degli spazi incontaminati del pianeta, tra ghiacciai e santuari naturali, vulcani e tribù che vivono ancora come agli albori dell’umanità: Dopo aver visto tanto orrore, ho potuto contemplare tanta bellezza.

Probabilmente il lavoro più conosciuto del fotografo brasiliano, visto anche il successo della relativa mostra che dal 2013 gira il mondo, Genesi è un’autentica testimonianza di quanto maestoso ma al contempo bisognoso di cura e rispetto sia il pianeta Terra, dove tutto vive e tutto è legato. Fra 50, 100 o 200 anni, queste fotografie dalla valenza e dalla bellezza senza tempo saranno prova di ciò che sarà andato perduto, o di ciò che si sarà riusciti a salvare.

Fotografo documentarista, militante, ambientalista, umanista, antropologo: Sebastião Salgado è stato definito in tanti modi, e in tutti questi appellativi c’è un po’ del suo fare fotografia, sebbene nessuno di essi descriva appieno il suo lavoro. Forse, semplicemente, Salgado è un fotografo “umano”, in un’epoca in cui l’umanità è una dote sempre più rara.

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