Danzando nel fango

Tatsumi Hijikata e la genesi del Butō

di Daniele Bernardi

Rannicchiato in un angolo, il piccolo Tatsumi Hijikata trangugia carbone su un pavimento di terra battuta; il muco gli cola sul mento e, indosso, non ha che un liso kimono: «non portavo mai delle mutande prima di essere mandato alla scuola elementare». Siamo nel 1933. Ha cinque anni ed è figlio di un coltivatore di bachi da seta della periferia di Akita, in Giappone, nella gelida e spettrale regione di Tohoku. È una terra di contadini, questa: mescolata a neve, una pioggia inestinguibile vi si abbatte senza requie; le genti povere e torturate dal lavoro nei campi la sentono sibilare nelle orecchie come un fischio.

Tatsumi è uno dei tanti bimbi lasciati a loro stessi: qui, trascorrendo le giornate in risaia, i genitori costringono i figli dentro a ceste di paglia intrecciata che solitamente usano per tenere in caldo il cibo. Dai bozzoli disseminati sulla piana, il pianto delle creature è sospinto in cielo da un folle vento, il Kazedaruma, che sempre imperversa pari a un demone. Come automi, uomini e donne proseguono nel lavoro; non possono prestare soccorso. Per ore, i piccoli si sfiancano con gli occhi annegati nel ristagno delle lacrime: è così che apprendono di essere soli al mondo.

In questo inferno medievaleggiante, il bimbo rannicchiato comincia a sognare. Soprattutto sono i corpi a parlargli. Mentre la pioggia cade, osserva le attitudini dei più piccoli: si stupisce nel vederli rapportarsi ai propri arti come a oggetti: alcuni giocherellano con le dita di un piede cercando di ingozzarle come pappa; altri vorrebbero strapparsi le cartilagini quasi fossero foglie; altri ancora trattano le rocce e le cose come fossero vive, parlando loro teneramente.

È in questi oscuri gesti che il piccolo presagisce un segreto. «Bambino», scrisse Rimbaud, «alcuni cieli affinarono la mia visione». Lo stesso avrebbe potuto dire Hijikata, per il quale proprio la letteratura francese maledetta avrà un peso enorme.

A contatto con la natura e la miseria della sua condizione, fa esperienze che saranno alla base del suo lavoro. Inciampa in un pantano e vi resta a lungo immobile mentre macabre visioni prendono il sopravvento: nel fango primaverile, vede la testa di un bambino rotolargli incontro. Nella poltiglia percepisce il suo corpo diversamente: «la testa e i piedi si sono improvvisamente scambiati di posto e nelle suole si è aperta una bocca che ingurgita fango». Quando i torrenti si ingrossano, va a tuffarsi dentro ai mulinelli aggrappandosi alle radici dei salici che costeggiano le rive; gli adulti intervengono, ma lui ripete l'operazione perché, con questo atto, cerca di rivivere la sua nascita.

Crescendo, diviso fra l'amore per la letteratura e l'impulso che lo spinge a danzare, si decide per quest'ultimo. I suoi fratelli, nel frattempo, sono morti in guerra. Le sorelle, forse, sono state vendute come prostitute. Diciottenne, Tatsumi entra nella sola scuola di danza della città, dove si pratica un metodo di matrice espressionista proveniente dalla Germania. Poi, non pago, decide di recarsi a Tokyo. È il 1949 e la capitale è ancora segnata dalle ferite del conflitto. Ma è in questa sua prima visita che ha modo di assistere a uno spettacolo di danza di Kazuo Ōno, suo futuro e impareggiabile collaboratore.

Ōno ha vent'anni più di lui, ha l'esperienza del fronte e della prigionia alle spalle e, come Tatsumi, si dedica anima e corpo alla danza. La sua personalità, però, è quasi opposta: profondamente cristiano, si è formato dapprima come maestro di ginnastica per insegnare, poi, in una scuola femminile; padre di famiglia, Ōno pare mosso da una luminosità che, in parte, lo distanzia dall'ateo e ribelle Hijikata. Incantato dalla maestria di quel meraviglioso interprete, quest'ultimo torna, per un paio d'anni, ai luoghi natali finché, nel 1952, si stabilisce definitivamente a Tokyo.

Sbarcando il lunario nei modi più disparati – in lavanderie, magazzini, facendo lo scaricatore di porto e partecipando a qualche furtarello – Hijikata si mescola alla fauna dei bassi fondi e prende lezioni di danza jazz, flamenco e balletto. Al contempo ha modo di incontrare artisti e intellettuali dell'epoca: pittori, scultori, scenografi. Legge Sade, Lautréamont e, soprattutto, Genet, che per lui rappresenterà un modello.

Partecipa poi ad alcuni spettacoli in cui ha modo di conoscere personalmente Kazuo Ōno e il figlio Yoshito, coi quali instaura subito un legame. Dopo aver collaborato coi due artisti all'allestimento di una versione coreografata di Il vecchio e il mare propone al più giovane di aderire a un suo progetto: uno spettacolo attorno a Colori proibiti, romanzo di Yukio Mishima in cui è trattato il tema dell'omosessualità. Yoshito accetta, senza immaginare che quel breve, scandaloso pezzo è destinato a inaugurare la nascita del Butō – una pratica che non è uno stile né un genere, ma, piuttosto, un modo di vivere e pensare la danza. Quando il 24 maggio 1959, dopo un mese di prove notturne, Colori proibiti viene presentato nella rassegna Nuovi talenti organizzata dall'Associazione Giapponese Danza Moderna, il pubblico è letteralmente scioccato.

Su una scena perennemente semibuia ha luogo un rituale, fatto di rincorse e cadute, che evoca decisamente un rapporto sodomitico. Inoltre, durante l'azione Hijikata porta con sé un pollo vivo, il quale, posto fra le gambe del ragazzo, muore strangolato fra battiti d'ali e piume svolazzanti. L'audio della performance prevede la registrazione di una coppia che raggiunge l'orgasmo e un mesto jazz eseguito alla fisarmonica. Gli astanti sono ammutoliti e Hijikata, in men che non si dica, è espulso dall'Associazione.

Ma, in realtà, questo non è che il principio di un percorso artistico assolutamente rivoluzionario, che mette al centro del suo interesse il corpo come forza eversiva, non addomesticata, opposta sia agli stilemi della tradizione nipponica che ai principi della danza occidentale: «il mio Butō», dirà Hijikata nel 1985, «ha avuto origine nella melma primaverile e non è nato in relazione all'arte tradizionale dei templi o dei santuari. Vi posso assicurare che la mia danza è nata dal fango».

Dopo di ciò, nel 1960 nasce il gruppo dell'Ankoku Butō (spesso tradotto come "la danza delle tenebre") col quale Hijikata lavorerà nella prima fase del suo progetto artistico; accanto a lui, oltre ai già citati Ōno padre e figlio, ci saranno interpreti quali Akira Kasai, Mitsutaka Ishii e Koichi Tamano. Ma dopo anni di intensa attività, dal 1966 Hijikata si isola e torna, ancora, nei luoghi dell'infanzia. Quando riprende il lavoro collettivo nel 1970, i risultati paiono evocare un mondo arcaico: i danzatori si muovono con le gambe piegate, arcuate, i fisici tendono al basso, come quelli dei contadini sfigurati dalla durezza delle condizioni di vita: il Butō, da grido di rivolta, si muta in riappropriazione di un corpo originario.

Ma la storia di Hijikata e, più in generale, del Butō sono articolate ed è ostico riassumerle – a chi volesse approfondirle si raccomandano i libri a cura e di Maria Pia D'Orazi, o il lavoro di Giorgio Salerno. Oggi si può dire che la sua influenza sulle arti performative è stata enorme; dagli anni Ottanta, molti danzatori giapponesi hanno fatto conoscere il proprio percorso in Europa, attraverso spettacoli e laboratori che hanno formato nuovi interpreti. Fra questi vanno qui menzionati due artisti diversi che, proprio in Canton Ticino, tra maggio e giugno del 2019 terranno corsi di formazione: il grande maestro Masaki Iwana e la danzatrice Minako Seki; si consiglia l'iscrizione a chi ancora sente, nel proprio corpo, un indomito desiderio di scoperta.

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