Dare casa all'arte

Alla Fondazione Boschi-Di Stefano va in scena l'arte come vita

di Daniele Bernardi

Un luogo di cultura dovrebbe somigliare più a una casa che a un'astronave. Da tempo, non amo più i musei. Nonostante, sin dall'infanzia, io sia stato formato attraverso le molte visite che, ancora, restano impresse nella memoria (penso alla prima volta in cui, ragazzino, vidi le tele di Francis Bacon o quelle di Chaim Soutine), oggi mi tengo piuttosto alla larga dai grandi luoghi dell'ufficialità dell'arte. Soprattutto, di questi vasti cimiteri-supermercato laccati e patinati, non sopporto l'angolo del cosiddetto merchandising: niente di più perverso di un Urlo di Munch gonfiabile o di una borsetta su cui figurano i corvi di Van Gogh (a chi vende – e a chi acquista – tali feticci, bisognerebbe ricordare che molte opere sono state pagate a caro prezzo dai propri artefici: spesso con la follia, o con la morte).

Un luogo di cultura si costruisce col tempo, lentamente, attraverso una stratificazione di eventi e, specialmente, a partire da un punto di vista. Chi varca le soglie di una galleria o di un'esposizione vuole sentirsi accolto dal calore di una storia e da una precisa visione. Nel nostro tempo, di posti del genere ce ne è sempre meno e questi, spesso, sono visitati da pochi curiosi. Un buon esempio, in questo senso, è la bellissima Casa-Museo della Fondazione Boschi-Di Stefano a Milano.

(Archivio Monganti Mendini)

Situata in una palazzina nei pressi di Corso Buenos Aires, la collezione apparteneva ai coniugi Antonio Boschi (1896-1988) e Marieda Di Stefano (1901-1968), lui brillante ingegnere, lei ceramista, ed è visitabile – gratuitamente – proprio in quella che fu l'abitazione della coppia. Quindi nessun grande ingresso con porte scorrevoli ma, più semplicemente, un atrio da attraversare e delle scale da salire.

Una volta entrati nel primo degli undici locali adibiti a museo, si è letteralmente travolti dalle trecento opere fittamente esposte (trattandosi di una casa, gli spazi sono angusti e, per questo, le visite prevedono un massimo di diciotto persone alla volta). Boccioni, Carrà, Sironi (a cui è dedicata un'intera stanza), Martini, De Chirico, Fontana sono solo alcuni dei tanti artisti presenti attraverso i lavori che, con l'impegno di una vita, i due avevano raccolto con passione e cura.

L'effetto provocato nel visitatore è quello di una sorta di bombardamento di tinte e forme, tante sono le immagini lì accumulate: i molti quadri sembrano quasi inerpicarsi come piante infestanti su ogni palmo di muro sgombro per divorarlo con la propria presenza. Siamo ben lontani, quindi, dalla freddezza che spesso caratterizza i luoghi espositivi, poiché qui il rapporto tra fruitore e opera è marcato, da un lato, dall'estrema prossimità, e dall'altro dalla continua sollecitazione a cui l'occhio è sottoposto; appena ha finito di posarsi su una tela, lo sguardo già viene attratto da una seconda e poi da una terza nel perimetro di uno spazio estremamente ridotto (c'è qualcosa, in questa condizione, che può ricordare la sensazione che si prova quando si entra nello studio di un artista o di un artigiano, dove il caotico microcosmo di chi crea possiede un personalissimo ordine).

Fra i dipinti e le sculture occhieggiano, poi, alcune ceramiche della stessa Marieda Di Stefano, la cui produzione è principalmente costituita da vasellami, piatti e forme femminili; proprio al primo piano della stessa palazzina, nella prima metà degli anni Sessanta la donna aveva aperto una propria scuola per ceramisti, che continuò ad essere attiva anche dopo la scomparsa della sua fondatrice.

La Casa-Museo Boschi-Di Stefano testimonia, quindi, di un profondo modo di intendere l'arte e di compromettere la propria vita in nome di essa. Questa coppia, che non era interessata a mercanteggiare con le opere ma, al contrario, ad aiutare gli artisti nella propria missione creativa (i due organizzavano ricevimenti per far conoscere nuove leve e sceglievano di investire su determinate personalità), difendeva, innanzitutto, una posizione etica ben definita: quella di chi crede che attraverso il rapporto con la cultura sia possibile, a questo mondo, vivere un'esistenza meno superficiale e più ricca.

Perché alla fine, quello che conta, nel percorso di una vita come nell'arte, dovrebbe essere proprio questo: non trovarsi, alla fine di tutto, interiormente poveri o, peggio ancora, completamente vuoti.

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