Dario Argento

L'estetica della paura

È possibile, anzi probabile, che la prima cosa a colpire sia l’estrema violenza di certe scene, gli effetti da macelleria fra sangue e lame, vetri in frantumi, teste staccate, cuori pulsanti trafitti. Ma è solo uno dei livelli, quello più superficiale. C’è qualcos’altro, tanto altro, che inizialmente non si riesce a mettere fuoco, come un particolare rivelatore apparso per un istante in uno specchio. Qualcosa che turba e affascina e che non appena si dissolve il velo del sangue si rivela per quello che è: un’estetica straordinaria, sia visiva che sonora, nata dalla conoscenza profonda del cinema eppure talmente personale da fare scuola. E, nei momenti migliori, da fare ancora paura. Paura è l’eloquente titolo dell’autobiografia di Dario Argento, uscita qualche anno fa. Oggi che il maestro del brivido italiano di anni ne compie 80, il titolo calza ancora all’immagine che abbiamo della sua opera dove la paura si fa stile e lo stile, come notato da legioni di critici che in Italia e all’estero in saggi e documentari ne hanno analizzato ogni dettaglio, si fa sostanza.

“Il cinema lo si impara vedendo i film”. In questa frase, pronunciata a Bologna nel 2017 ospite de Il cinema ritrovato, non c’è solo una filosofia d’autore ma anche la storia del regista, sceneggiatore e produttore che nasce a Roma il 7 settembre 1940. Il cinema è una presenza costante nella casa in cui cresce. Lo si respira, ci si vive in mezzo. Il padre Salvatore si occupa della promozione del cinema italiano all’estero. La madre Elda Luxardo, brasiliana di origini italiane, è all’epoca una celebre fotografa. Facile incontrare nel suo studio le dive del grande schermo di allora. Dario è affascinato sia da questo mondo di immagini, sia dai libri, che a casa non mancano. Lettore vorace, con gusti e preferenze che si delineano fin da giovanissimo – Poe su tutti – diventa un divoratore di cinema altrettanto famelico. Dai film muti ai western, dall’Espressionismo alla Nouvelle Vague a Hitchcock, vede tutto, assorbe tutto. Anche in Francia, dove trascorre qualche mese, passa il suo tempo alla Cinémathèque Française a nutrirsi di film. È nato un cinefilo e da lì a fare il critico cinematografico il passo è breve. Sulle colonne del quotidiano Paese Sera scrive di cinema. Sono tempi felici. Nel 1966 sposa Marisa Casale. Dal loro matrimonio, che finirà dopo sei anni con il divorzio, nasce la prima figlia Fiore.

Scrivere di cinema però non gli basta: vuole scrivere il cinema. Ha già messo la firma sul copione di diversi film quando Sergio Leone, già famoso, decide di affidare a questo giovane appassionato e competente e a un altro semisconosciuto che risponde al nome di Bernardo Bertolucci, la scrittura di C’era una volta il West (1968). È un colpaccio, ma ad Argento non basta neppure questo. Le storie spaventose lo hanno attratto fin da piccolo, zampillando dalla sua immaginazione quando il corridoio lungo e buio di casa sua gli metteva addosso un sacro terrore. L’ignoto, il mistero, il buio fanno vibrare in lui corde profonde. Le vuole scrivere quelle storie. Il momento della scrittura, dichiarerà in futuro, quello in cui si isola dal mondo a mettere le sue visioni sulla carta, è quello che da sempre preferisce. Ma adesso quelle storie sente l’esigenza di girarle lui stesso.

L’uccello dalle piume di cristallo (1970) è il suo debutto. Ha scritto la sceneggiatura ma stavolta vuole realizzare esattamente quello che ha in mente come lo ha in mente. Deve dirigerlo lui quel film, anche se non ha nessuna esperienza di regia. Il padre lo sostiene. Fondano una società, la SEDA (sta per Salvatore e Dario Argento) e insieme riescono a convincere Goffredo Lombardo della Titanus a produrre il film. Durante la lavorazione ci sono forti attriti, la produzione vuole sostituirlo dietro la macchina da presa, ma Dario non demorde. Nei primi giorni d’uscita il film va male, ma in poco tempo si trasforma in un successo di incassi, persino in America. È nata una stella e il cosiddetto “giallo all’italiana”, già abbondantemente codificato da Mario Bava, ha un nuovo giovane maestro che lo porta ad un livello ulteriore.

Ci sono già tantissimi elementi che connoteranno anche in futuro la personalità artistica di Dario Argento. L’attenzione per l’immagine, centrale in tutto il suo cinema, la presenza di una forte estetica che cattura in maniera inedita e inquietante architetture cittadine e interni. I movimenti di macchina sinuosi, le soggettive. La violenza esplicita che però ha una sua elaboratissima messa in scena. L’importanza della musica, non semplice dettaglio ma elemento centrale (e se il buongiorno di vede dal mattino, il primo a comporre per lui è l’immenso Ennio Morricone).  Sono tutti ingredienti presenti anche nei due film successivi, Il gatto a nove code e 4 mosche di velluto grigio entrambi del 1971, che completano quella che verrà poi conosciuta come la Trilogia degli animali. Il loro successo scatena un fenomeno di imitazione da parte di altri registi e le locandine dei cinema si riempiono di gatti rossi in labirinti di vetro, di farfalle dalle ali insanguinate, di iguana dalle lingue di fuoco…

Certo ci sono anche critiche. La più ricorrente, che lo accompagnerà sempre, è quella di accanirsi sulle donne. Argento ha sempre rifiutato l’etichetta di misogino. Da una parte spesso sono proprio le donne le eroine dei suoi film, dall’altra, come ha avuto modo di dire lui stesso con ecumenico candore, a essere fatti a pezzi sono sia donne che uomini.

Dopo la parentesi storica de Le cinque giornate, che in origine avrebbe dovuto essere diretto da Nanni Loy, arriva il momento più incisivo nella sua carriera, quello che lo vede passare dal “giallo” all’horror. Profondo Rosso (1975) inizia la transizione. Le tinte scarlatte, la costruzione delle inquadrature e delle scene, anche di quelle violentissime, i giochi di specchi, l’estetica barocca, la suggestione notturna e inedita di città come Torino e Roma, le nenie infantili e quella musica, firmata dagli italiani Goblin (con l’apporto del pianista jazz Giorgio Gaslini): è Argento alla massima potenza. Il film, scritto con Bernardino Zapponi, segna anche l’incontro con la sua nuova compagna e musa, l’attrice Daria Nicolodi. Il risultato è un impressionante capolavoro. Ma il regista è pronto a superarsi di nuovo con il successivo Suspiria (1977). Se in Profondo Rosso l’elemento horror serpeggia all’inizio con il personaggio della medium che percepisce la presenza dell’assassino, tutto però si rivela un ennesimo “giallo” sostenuto da un’efferatezza e da una perfezione visiva mai raggiunta prima di allora, Suspiria – scritto insieme alla stessa Nicolodi – segna invece realmente l’ingresso di Argento nel reame del sovrannaturale. È una storia di streghe, il primo tassello di quella che diventerà la Trilogia delle madri. Una favola nera, tra pioggia, sospiri, sangue e colori stordenti e bellissimi. Ancora una volta la musica dei Goblin è parte integrante dell’atmosfera. Ancora una volta la violenza è estrema, ancora una volta le soluzioni visive sono originali, personali, stupefacenti. In anni recenti Luca Guadagnino rivisiterà il film nell’omonimo omaggio/remake.

Argento è ammirato anche Oltreoceano. Nel documentario di Leon Ferguson Dario Argento, An Eye for Horror, riferendosi a Suspiria il collega e amico John Carpenter sintetizza un concetto che in generale vale per tutto il cinema del regista italiano: “è come essere intrappolati in un incubo”.

Gli incubi, appunto. In tutta l’opera di Argento di materia da psicoanalisi ce n’è in abbondanza. I traumi nascosti del passato sono spesso e volentieri quelli che – fin dai primi film – spingono i suoi mostri all’azione. Ma soprattutto è centrale l’importanza del sogno. Non si tratta solo di riferimenti puntuali o del fatto che è proprio un incubo, avuto su una spiaggia tunisina dopo essersi addormentato sotto il sole, a dare il via alla carriera di regista di Argento, facendogli sognare quella che diventerà la sequenza cardine de L’uccello dalle piume di cristallo (quella delle due porte a vetri attraverso le quali il protagonista assiste all’aggressione al centro del film). No, il livello è più profondo e diffuso. L’importanza e la centralità della dimensione onirica si fanno ancora più evidenti in Inferno (1980). La coerenza della dimensione narrativa e le performance degli attori – eppure Argento in carriera ha già lavorato e lavorerà con molti bei nomi, da Enrico Maria Salerno a Gabriele Lavia, da Karl Malden a David Hemmings a una giovanissima Jennifer Connelly – gli interessano in generale meno della potenza delle immagini, della bellezza delle sequenze. Inferno, accompagnato dalla colonna sonora del grande Keith Emerson che a tratti sembra quella di un film muto, continuando il filone sovrannaturale è una delle opere di Argento più visionarie e più esplicite in questo senso.

All’apice del successo, Argento non smette di scrivere per altri. È del 1978 Zombi (Dawn of the Dead), la prima collaborazione di Argento con George Romero per il quale è coautore della sceneggiatura. Per Lamberto Bava, figlio di Mario, scrive e produce Demoni e Demoni 2. Lo stesso farà con La chiesa e La setta di Michele Soavi.

E intanto continua a fare film. I riusciti Tenebre, Phenomena – girato in Svizzera – e Opera, negli anni Ottanta sono ben accolti dal pubblico e confermano l’abilità di Argento anche sul piano dell’inventività tecnica.

Gli anni Novanta si aprono con Due occhi diabolici, film in due episodi ispirato ad altrettanti racconti di Poe, firmato da Argento e dall’amico Romero. Soprattutto però, l’ultimo decennio del secolo scorso è quello in cui, dopo Daria Nicolodi, un’altra musa entra nel mondo filmico di Argento: la figlia Asia. Il debutto è con Trauma, produzione americana del 1993 e la collaborazione continuerà con La sindrome di Stendhal, Il fantasma dell’opera e La terza madre, conclusione del 2007 della trilogia iniziata con Suspiria, che non ottiene il successo sperato. A dir la verità, è già da un po’ che le fortune di pubblico e di critica di Argento sono in ribasso. Titoli come Non ho sonno o Il cartaio, sempre degli anni duemila, sono accolti in maniera discordante. Giallo (2009) esce direttamente in dvd, gravato anche dalla causa intentata e vinta dal protagonista Adrien Brody contro la produzione per inadempienza contrattuale (Argento è completamente estraneo ai fatti). Dracula 3D del 2012, ad oggi l’ultimo lungometraggio di Dario Argento, ancora interpretato dalla figlia Asia, è un flop commerciale accompagnato da critiche negative. Meglio va con il piccolo schermo, soprattutto con la serie antologica nordamericana Masters of Horror della quale Argento realizza due episodi.

Nonostante questo ultimo periodo non troppo fortunato, le cose non cambiano. Dario Argento rimane uno dei registi italiani più conosciuti e apprezzati internazionalmente. Ha influenzato decine di colleghi in tutto il mondo. Tarantino, Carpenter, Romero sono solo alcuni di coloro che tessono le sue lodi, così come schiere di spettatori colpite, affascinate e terrorizzate dal suo cinema. La grande mostra Dario Argento – The Exhibition che si inaugurerà nel febbraio 2021 al Museo del Cinema di Torino, ne è solo l’ultima riprova. Lui, commosso, ringrazia. “Nel corso della mia carriera, iniziata nell’ormai lontano 1970, ho avuto modo di ricevere diversi riconoscimenti in tutto il mondo, specialmente in Francia, in America, in Giappone. In Italia recentemente mi hanno consegnato il David di Donatello alla Carriera. Ma questo riconoscimento del Museo del Cinema di Torino mi entusiasma in particolar modo (…). Mi pare un modo straordinario per far conoscere anche ai più giovani l’intero mio percorso cinematografico, accompagnandoli all’interno del mio ‘cinema idealista’, fatto di incubi, sogni e visioni, ove la grigia realtà non è mai arrivata e mai arriverà”.

Fabrizio Coli
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