Dora Maar, Self-portrait, 1935
Dora Maar, Self-portrait, 1935 (Galerie Johannes Faber, Vienna)

Dora Maar

Una fotografa da riscoprire

Dora Maar: un nome luminoso, vagamente esotico, scelto come pseudonimo da una donna la cui esistenza, in realtà, fu tutt’altro che luminosa, ma anzi piena di ombre. Henriette Theodora Markovitch, questo il suo vero nome, fu un’artista poliedrica, una fotografa dal linguaggio innovativo e dallo sguardo acuto, un’intellettuale libera e coraggiosa. Ma il ruolo per cui ancora oggi viene ricordata dai più è, purtroppo, quello di musa e amante di un uomo ingombrante e annientante come Pablo Picasso.

Dora Maar, Man looking inside a sidewalk inspection door, London c.1935. Collection of Michael Mattis and Judith Hochberg, New York
Dora Maar, Man looking inside a sidewalk inspection door, London c.1935. Collection of Michael Mattis and Judith Hochberg, New York (Estate of Dora Maar)

Fortunatamente, negli ultimi anni diversi progetti hanno mirato a restituire il giusto valore al suo talento e alla sua straordinaria personalità, come l’esposizione “Dora Maar. Nonostante Picasso” a Palazzo Fortuny, Venezia, nel 2014, o la grande retrospettiva promossa dal Centre Pompidou di Parigi nel 2019, fino alla mostra ora in corso alla Pinacoteca Agnelli di Torino, “Pablo Picasso e Dora Maar. Un dialogo con la Fondation Beyeler”, visitabile fino al prossimo 25 settembre. Inoltre, proprio in questi giorni l’opera fotografica di Dora Maar è protagonista di un’importante vendita organizzata dalla casa d’aste francese Artcurial. Si tratta di un notevole nucleo di immagini che vengono messe in mostra pubblicamente per la prima volta.

Affinché non venga associata solamente alla Femme qui pleure dal volto scomposto ritratta da Picasso, è dunque doveroso approfondire la conoscenza di questa artista dall’estro multiforme.

Dora Maar nasce a Parigi nel 1907, da madre francese e padre croato. Trascorre la sua infanzia e prima giovinezza a Buenos Aires, dove il padre lavora con successo come architetto. Fin da piccola sviluppa un’attitudine cosmopolita, indipendente e propensa alla creatività. Rientrata a Parigi nel 1926, decide di seguire la sua vocazione artistica frequentando l’École et Ateliers d’Arts Décoratifs, dove stringe amicizia con Jacqueline Lamba, futura moglie del fondatore del Surrealismo Andé Breton. Segue quindi i corsi dell’accademia privata del pittore André Lhote, dove incontra il giovane Henri-Cartier Bresson, e inizia a studiare fotografia all’École de Photographie de la Ville de Paris. Alla fine degli anni Venti, Dora Maar lavora come assistente del fotografo Harry Ossip Meerson e realizza i suoi primi lavori su commissione nel campo della moda. È ambiziosa e intraprendente e, nel 1931, condivide uno studio fotografico con il set designer Pierre Kéfer, creatore delle scene per il film La caduta della casa degli Usher di Jean Epstein. Firmando i lavori “Kéfer-Dora Maar”, i due si occupano principalmente di ritratti, nudi, moda e pubblicità, con buon profitto.

Dora Maar, Senza titolo (Mano-conchiglia), 1934. Collection Centre Pompidou, Paris
Dora Maar, Senza titolo (Mano-conchiglia), 1934. Collection Centre Pompidou, Paris (Courtesy Adagp, Paris e Centre Pompidou)

Colta e affascinante, Dora frequenta il mondo di Montparnasse e i suoi principali animatori: Paul Éluard, i fratelli Jacques e Pierre Prévert, Luis Buñuel. Conosce il filosofo e Georges Bataille, di cui sposa le idee rivoluzionarie e con il quale ha una breve relazione. Fin da subito, lo stile fotografico di Dora Maar si distingue per la carica sperimentale, il sapiente uso delle luci e il ricorso a tecniche come il collage e il fotomontaggio, che le permettono di mescolare con libertà ed equilibrio finzione e realtà. Dora Maar, però, non si limita a lavorare nel campo della moda e della pubblicità: la sua sensibilità e la sua vocazione per l’impegno politico la portano a esplorare le strade di Parigi e a viaggiare per documentare la dilagante povertà causata dalla grave crisi economica del ’29. Con la Rolleiflex al collo, fotografa il disagio della Zone, agglomerato di baracche ai margini di Parigi; da sola, si reca a Londra e poi in Costa Brava, dove immortala mendicanti, non vedenti, venditori ambulanti, musicisti di strada, madri con bambini in braccio. Ogni scatto è l’esito di uno sguardo limpido, acuto e spontaneo.

Dora Maar, Senza Titolo, 1935. Collection Centre Pompidou, Paris
Dora Maar, Senza Titolo, 1935. Collection Centre Pompidou, Paris (Courtesy Centre Pompidou)

Intorno alla metà degli anni Trenta, Dora Maar si avvicina al gruppo dei surrealisti. Con loro condivide il forte interesse per il magico, l’onirico e il folle, oltreché il ripudio dell’ideologia fascista. Firma, infatti, il manifesto antifascista Appel à la lutte, pubblicato da Breton nel febbraio 1934, e aderisce, tra gli altri, al gruppo Contre-Attaque, capeggiato dallo stesso Breton e da Georges Bataille.

È questo un periodo proficuo e animato per Dora, che stringe legami con tutti i principali esponenti del Surrealismo: li ritrae e a sua volta viene ritratta da Man Ray (per esempio, Portrait de Dora Maar – Solarisation, del 1936); inoltre, è tra le poche donne a essere accolte nelle loro mostre, come la grande collettiva “Fantastic Art, Dada, Surrealism”, curata da Alfred H. Barr Jr. al Museum of Modern Art di New York. Risalgono proprio a questi anni alcuni degli scatti più originali e accattivanti di Dora Maar, caratterizzati da insolite giustapposizioni e intrisi di mistero, come Le Simulateur, 29 Rue d’Astorg, o l’inquietante Père Ubu, close-up di una mostruosa creatura (forse il feto di un armadillo?) diventata un’icona della fotografia surrealista.

Dora Maar, Ritratto di Ubu, 1936. Collection Centre Pompidou, Paris
Dora Maar, Ritratto di Ubu, 1936. Collection Centre Pompidou, Paris (Courtesy Adagp, Paris e Centre Pompidou)

Dora Maar è ormai un’apprezzata professionista, che sa muoversi con disinvoltura in diversi ambiti e partecipa attivamente alla vita culturale parigina, quando avviene l’incontro che le cambierà la vita. È una fredda mattina di gennaio del 1936, la donna è seduta al caffè Deux Magots ed è alle prese con un insolito gioco: sfilati i guanti, con un coltellino inizia a pugnalare velocemente gli spazi tra le dita della sua mano aperta sul tavolino, ferendosi più volte. Il caso vuole che lì accanto siano seduti il suo amico Paul Éluard e Pablo Picasso. Quest’ultimo, attratto dal gioco perverso di Dora, le si avvicina chiedendole in dono uno dei due guanti insanguinati.

È l’inizio di un turbolento legame sentimentale, che durerà quasi dieci anni, durante i quali Dora Maar dona ispirazione, ma riceve in cambio tanta umiliazione. Picasso la ritrae innumerevoli volte, scandagliando il suo corpo e la sua anima. Tuttavia, come scrive Victoria Combalía, tra le maggiori conoscitrici della vita e dell’opera di Dora Maar e curatrice della suddetta mostra veneziana, «l’amata bella, malinconica, dal corpo sensuale, si trasforma gradualmente in una creatura prigioniera in una fitta ragnatela di linee e segni». Dora Maar finisce a poco a poco per vivere all’ombra del pittore, diradando la sua attività di fotografa per orientarsi verso la pittura. Tra i frutti della loro relazione non vi sono soltanto i ritratti che Picasso fa di Dora, ma anche gli scatti che lei gli dedica (emblematica la foto del pittore in costume sulla spiaggia, mentre si nasconde il volto con il teschio di un bue: l’incarnazione del Minotauro). Non vanno poi dimenticate le numerose fotografie con cui Dora documenta la realizzazione del capolavoro Guernica, che rappresentano tutt’oggi una rara e preziosa testimonianza della genesi e del processo creativo dell’opera.

Quando in Spagna imperversa la guerra civile e l’Europa diventa preda del nazifascismo, le cose precipitano improvvisamente: il padre di Dora Maar è costretto a fuggire in Sudamerica; la madre viene arrestata e muore poco dopo per un’emorragia cerebrale. All’angoscia per l’invasione tedesca, si aggiungono i continui tradimenti di Picasso e la sua relazione con la giovane pittrice Françoise Gilot, per la quale Dora viene abbandonata. Tale concatenazione di disgrazie e la fine del rapporto con Picasso nel 1946 fanno precipitare la donna in una grave depressione, che viene curata con svariati elettroshock. Del suo logorante legame con il pittore dirà: «Io non sono stata l’amante di Picasso. Lui era soltanto il mio padrone».

Pablo Picasso, Buste de femme au chapeau (Dora), 1939
Pablo Picasso, Buste de femme au chapeau (Dora), 1939 (Courtesy Fondation Beyeler, Riehen Basilea Succession Picasso, by SIAE 2022)

Negli anni seguenti Dora Maar si chiude in casa, vivendo ritirata da tutto e tutti. Riesce a poco a poco a uscire dal buco nero che l’ha divorata soltanto grazie alle cure dello psicanalista Jacques Lacan e alla religione. Trascorre diverso tempo a Ménerbes, nel sud della Francia, dove Picasso le ha lasciato una casa, e si dedica alla pittura di paesaggio. Soltanto intorno agli anni Ottanta, Dora tornerà alla fotografia, ma la strada non le offre più ispirazione, nei suoi ultimi lavori la vita reale e le visioni surreali cedono il posto all’astrazione.

A proposito del ritiro dal mondo di Dora Maar, sono eloquenti le parole della critica d’arte Lea Vergine che, alla fine degli anni Settanta, mentre è intenta a preparare la mostra L’altra metà dell’avanguardia (Palazzo Reale, Milano, 1980-81), cerca invano l’artista a Parigi: «Segni e disegni sono spesso la registrazione di un’esperienza estrema: essi vanno a rifugiarsi in quel luogo ultimo del dolore, dove tutti i legami con gli altri sono impossibili, dove l’Io, reliquia di un incidente totale è ridotto solo a patimento. Il patimento è l’unico dato reale e questo dato è, tragicamente, la separatezza».

Cecil Beaton, Dora Maar behind one of her works, in her studio at 6 rue de Savoie, Paris 1944. Musée Picasso, Paris
Cecil Beaton, Dora Maar behind one of her works, in her studio at 6 rue de Savoie, Paris 1944. Musée Picasso, Paris (© The Cecil Beaton Studio Archive at Sotheby’s)

Dora Maar muore a Parigi il 16 luglio 1997 all’età di 89 anni. Al suo funerale partecipano in pochissimi. La stampa annuncia crudelmente: “sacrificata al Minotauro”, “segregata con i suoi fantasmi ammuffiti”.

Al di là dei fantasmi che hanno turbato la sua esistenza, e soprattutto al di là di Picasso, Dora Maar è stata, per usare le parole dell’amico Cartier-Bresson, “una fotografa notevole le cui immagini hanno sempre qualcosa di straordinario e misterioso”. Una donna e un’artista determinata e appassionata, che merita di essere ricordata per le sue sincere e attente “fotografie di strada”, i ritratti, gli enigmatici e suggestivi fotocollage, nonché per il suo impegno politico e sociale. 

Francesca Cogoni
Condividi

Correlati