Eimuntas Nekrošius

Teatro e patate

di Daniele Bernardi

Per un addetto ai lavori – come per un semplice spettatore – esistono opere che rappresentano un incontro. Solitamente nell'arco di una vita si contano sulle dita di una mano o, se si è abbastanza fortunati, su quelle di entrambe. A pochi mesi dalla scomparsa del regista lituano Eimuntas Nekrošius (Pažobris, 1952 – Vilnius, 2018) credo di poter dire che il mio indice sinistro è riservato al suo Ivanov (di Anton Čechov) del 2002. Di quell'imponente spettacolo di quattro ore ancora adesso, a distanza di anni, l'impressione rimane fortissima.

La scena si apriva su una vasta silhouette posta sul fondo, che pareva accennare al profilo di una dacia. Al suo interno, come una fitta cortina, pendevano tante corde. Dapprincipio il palco era sgombro e, allo scorrere del sipario, solo un gomitolo di fumo oscillava a mezz'aria. Poi, subito, Ivanov – qui interpretato da Francesco Biscione – irrompeva attraversando l'assito diagonalmente: trascinava una lunga catena che, di colpo, posata pesantemente a terra, dava un'altra conformazione allo spazio: «Miša! Miša!», gridava a gran voce, mentre una musica profonda e costante accompagnava l'azione.

Quanto seguiva era una continua catena di apparizioni: i tanti attori – sia i protagonisti che quelli cui era affidata una parte minore – facevano capolino sulla scena quasi fossero figure strappate a un mondo magico e povero. Con loro, si palesavano oggetti che erano carichi di un peso drammaturgico per nulla decorativo, o strumentale in senso riduttivo: cappotti, funi, tovaglie, vecchie sedie, frammenti di un grosso vetro; tutto sembrava coesistere come in un'abbandonata stanza dell'infanzia. Altro aspetto insolito era l'uso delle composizioni musicali di Andrius Mamontovas (rockstar lituana che, nel 1997, interpretò la parte del principe danese nell'Amleto dello stesso Nekrošius). Per tutta la durata della pièce – o quasi – non c'era praticamente silenzio; i brani si ripetevano di continuo come un unico bordone. Questo dava al susseguirsi delle situazioni un che di ossessivo, di ipnotico.

Fra le infinite immagini che tempestavano la scena, c'era quella di un gigantesco cavallo che gli attori assemblavano con lenzuoli, ceste e altre carabattole. Arrivava sul palco partendo dall'estrema quinta a destra, e viaggiava percorrendo un ipotetico cerchio per poi sfilare in proscenio, di fronte allo sguardo incredulo degli spettatori. Al suo interno, delle servette checoviane ne sorreggevano la struttura; una di queste seminava a terra mele verdi, gettandole da sotto alla coda come a mimare le feci della bestia.

Dove era la forza segreta di quel regista che, parlando di sé, diceva di essere cresciuto «nei campi di patate»? Esattamenti lì: nella terra grossa di un mondo primitivo. Mentre molto teatro occidentale si perdeva (e si perde) negli astrattismi di algide elucubrazioni, Nekrošius, che proveniva da un mondo e da un percorso assolutamente differente, ancora, unicamente, metteva in scena perlopiù i classici. E nel farlo non si avvaleva di interventi intertestuali, di mutilazioni e assemblaggi in stile Frankenstein. No: il suo segno era caratterizzato da una regia in cui erano in gioco gli elementi, la materia, la polvere e le cose. In fondo, viene da pensare, era come se egli allestisse Il cantico dei cantici o Anna Karenina nella fattoria della sua infanzia.

Intervistato nel 1998 da Valentina Valentini, sosteneva: «Rendere contemporaneo un autore non è solo un problema di costumi o di ambiente, bensì di sentimento, trovare le somiglianze con l'oggi. Ma come farlo affinché sia assordante ma senza gli stridori nostri? Riuscire a riconoscere noi stessi. Mi piace sempre quando una persona riesce a vedersi riconoscendosi». Questo riuscire a riconoscersi, che mi riporta a quell'«assicurarsi di calzare i propri piedi» di cui parla Cristina Castrillo nel suo storico spettacolo Umbral, era il segreto etico di un grande artista.

Di fronte a tante isteriche manifestazioni culturali della contemporaneità, Nekrošius si dimostrava assolutamente scettico: «Ho visto molti spettacoli che sono fatti come videoclip, con oggetti casuali e su temi casuali», diceva. «E chissà perché, si può notare che in giro per il mondo viene molto apprezzata questa maniera di lavorare. Mentre le cose semplici, che sono mille volte più difficili da fare, chissà perché, non sono apprezzate. (...) Io detesto questa tendenza. Non vi è più spazio per i sentimenti, ma solo per lo scambio di informazioni». E ancora, nel 1997, mentre parlava del suo Amleto: «Oggi tutti vanno pazzi per le installazioni. Installazioni, suona bene. Cosa ci vuole per creare un'avanguardia di questo tipo?»

Eimuntas Nekrosius
Eimuntas Nekrosius Il ricordo nel giorno della morte (a cura di Sabrina Faller, Archivi RSI, 2018)

Di Eimuntas Nekrošius, che ci ha lasciati all'età di sessantasei anni, oltre al ricordo dei suoi Macbeth, Otello, Il gabbiano, Le tre sorelle, nonostante la sua proverbiale laconicità ci rimangono le sue parole raccolte nelle interviste (si veda, ad esempio, il volume edito da Rubettino nel 1999) o quelle riportate nel prezioso libro Il gabbiano secondo Nekrošius; volume edito dalla Ubulibri sul progetto dell'École des Maîtres da lui condotto nel luglio-settembre del 2000.

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