Duke Ellington
Duke Ellington

Ellington inedito

Il Duca al parco giochi

di Corrado Antonini

Ellingtonianamente parlando, il 1963 è l’anno del tour medio-orientale e asiatico per conto del Dipartimento di Stato. Un jazzista nero in veste di ambasciatore nei mesi in cui lo scontro sociale negli Stati Uniti esplodeva in tutta la sua violenza (la tournée sarà interrotta dall’annuncio dell’assassinio del presidente John Fitzerald Kennedy). Ellington e i suoi uomini avevano il compito di portare un messaggio di pace e fratellanza in luoghi che il Governo americano considerava d’importanza strategica sul fronte medio-orientale: Siria, Giordania, Libano, Afghanistan, India, Sri-Lanka, Pakistan, India, Iran, Iraq, Turchia. Un periplo che fruttò, tre anni dopo, uno dei dischi storici del Duca, la Far East Suite.

L’orchestra viaggiò (è lecito supporre) sotto stretta sorveglianza delle autorità locali e dell’intelligence americana, e lo fece, fatalmente, a bordo di scomodi aeromobili dell’aviazione. Per quanto arricchente sotto molti punti di vista (primo fra tutti l’accoglienza di un pubblico non ancora aduso alle sonorità del blues e del jazz, ma estremamente caloroso – 5000 paganti per il concerto di Kabul), quel tour dovette sicuramente risultare faticoso. Certo, l’orchestra viveva un’esistenza di nomadismo pressoché perenne, raramente baciato dal conforto della business class (in America, per dire, viaggiava pur sempre a bordo di vetusti autobus), in condizione di cronica vigilanza o quasi (musicisti neri a spasso per le campagne e i sobborghi degli Stati Uniti), ma i lunghi spostamenti, i fusi orari, e forse persino la sensazione che dietro quel loro peregrinare vi fossero le ragioni della politica prima ancora che quelle dell’arte, rappresentarono certamente un’anomalia per i membri l’orchestra.

L’estate precedente – parliamo sempre di quel fatidico 1963 – l’orchestra di Ellington l’aveva trascorsa sotto ben altri cieli. Parliamo di comfort, di ritmi blandi, di chilometraggi tutto sommato modesti, di luce diffusa, di nessuna pressione dovuta a motivi razziali. Parliamo, cioè, di un tour svedese. Quattro settimane nelle terre di Odino, proprio nei giorni del solstizio estivo, quando il popolo vichingo corre e si diletta nei parchi, festeggiando gli antichi riti dei popoli nordici. Midsommar. La festa più importante del calendario svedese. L’estate, lassù, è cosa dal prendersi tremendamente sul serio, data anche la sua fuggevolezza. Ellington e soci furono invitati a tenere una serie di concerti nei parchi pubblici del paese, da nord a sud, suonando un genere di musica che buona parte degli svedesi considerava, già allora, Arte (la Svezia, al pari degli altri paesi scandinavi è stata terra di accoglienza per i jazzisti fin dalla primissima ora, e lo Stato sovvenziona e promuove la pratica del jazz come, forse, nessun altro paese al mondo).

Per sei giorni l’orchestra si esibì al Gröna Lund, il parco di divertimenti di Stoccolma, ricavato sull’isola di Djurgården, l’antica riserva di caccia del Re, proprio di fronte al museo all’aperto di Skansen, dove annualmente si festeggia il rito di mezza estate e dove gli svedesi accorrono a frotte da tutto il paese. L’orchestra in Svezia si presentava al meglio, con una formazione di prim’ordine (vale la pena citarli tutti, non fosse che per il gusto di vedersi scorrere sotto i polpastrelli cotanti nomi: Cootie Williams, Eddie Preston, Rolf Ericson – svedese, le régional de l’étape, come direbbero i francesi – e Ray Nance alle trombe; Lawrence Brown, Chuck Connors e Buster Cooper ai tromboni, Jimmy Hamilton, Russell Procope, Johnny Hodges, Paul Gonsalves e Harry Carney alle ance; Ellington al pianoforte, Ernie Shepard al contrabbasso e Sam Woodyard alla batteria).

Il Duca al parco giochi
Il Duca al parco giochi

Il repertorio non era da meno. Andava dai momenti di più ampio respiro (su tutti la Suite Thursday, composta nel 1960 per il festival di Monterey), ai grandi ballabili e gli hit di sempre: Mood indigo, Sophisticated lady, Take the “A” train. Pur essendo arrivato al jazz per altre vie (Miles, Mingus, il catalogo Blue Note anni ’60), l’ascolto dell’orchestra di Duke Ellington rappresenta uno dei piaceri più intensi che il jazz possa regalare al mio grossolano orecchio. Buona e preziosa cosa ha dunque fatto la Storyville nel pubblicare un doppio CD che documenta una di quelle serate al Gröna Lund di Stoccolma nella sua interezza. È musica senza tempo, una delle oasi sonore più incantate e incantevoli del Novecento, colta per di più in un tempo e in una situazione in cui l’orchestra di Ellington stava dando il meglio di sé, senza condizionamenti, senza pressioni, senz’altra preoccupazione che quella di elargire gioia e bellezza con la sobria sofisticatezza che le era propria. Quando l’eleganza va al parco giochi.

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