Eric Rohmer

Quanta nostalgia per il suo "cinema del cuore"

Definito il Marivaux o il Musset del cinema francese, Rohmer in 50 anni  ha firmato 25 lungometraggi, caratterizzati da un'impalcatura strenuamente teatrale.

Nato il 4 aprile 1920 a Tulle, con il nome di Jean-Marie Maurice Scherer, prima di consacrarsi al cinema è stato professore di lettere. E nei suoi film (dall'asprezza iniziale de Il segno del leone, passando attraverso il capolavoro morale de La Marchesa Von, approdando ai racconti sentimentali e al teatro amoroso di Astrée et Céladon) la formazione letteraria costituisce la premessa per la creazione di sceneggiature di una levità sublime.

Nome di spicco della Nouvelle Vague parigina, la corrente che più di ogni altra ha influenzato e rivoluzionato il cinema europeo, Rohmer ne è stato il rappresentante più schivo. Timido e introverso (tanto da nascondersi dietro a uno pseudonimo) Rohmer ha scandito la sua produzione per cicli. I sei racconti morali negli anni Sessanta. Le altrettante commedie e proverbi negli anni Ottanta. Infine i quattro racconti delle stagioni negli anni Novanta. Sparsi lungo mezzo secolo, gli altri dieci film.

 

Sguardo diafano e glaciale, Rohmer ci ha consegnato un cinema caldo, un "cinema del cuore", capace di dissezionare intrecci amorosi, sentimenti ed emozioni. Ed è proprio con i titoli più sentimentali che il suo nome è assurto alla ribalta, in particolare con Pauline alla spiaggia (1982), Le notti della luna piena (1984) e Il raggio verde (Leone d'oro a Venezia nel 1986).

Una ribalta, comunque, minoritaria, da pubblico di film d'essai, da beniamino dei festival, non riscuotendo mai quel consenso e quella diffusione planetaria che ebbero alcuni suoi compagni di strada (come, ad esempio, Truffaut). Una ribalta, comunque, che colloca il suo nome ai vertici del cinema più elegante e rigoroso, più coerente e appartato, alla stregua di un Bresson, di un Bergman, di un De Oliveira, anticipatore di un Kieślowski.

Perfetto esempio di cinema d'autore alla francese, di quell'intreccio indissolubile di cinema praticato e teorizzato, amato e vissuto, Rohmer ha scritto i suoi film in modo solitario e appartato, ricorrendo spesso ad interpreti poco conosciuti, attori alle prime armi come Fabrice Luchini. Sotto l'apparente leggerezza, Rohmer ha messo nei suoi film un rigore e una passione che gli garantiscono un posto fra i più grandi registi della storia del cinema.

Incontro con Eric Rohmer

Incontro con Eric Rohmer

A cura di Fabio Carlini e Augusta Forni (Archivi RSI, 1980)

Mattia Cavadini
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