Eugenio Montale

La donna, il gatto e il topo

Montale nasce il 12 ottobre 1896 in Liguria, a Monterosso. Terra di venti e di mare; di agavi abbarbicate alle rocce; di gabbiani e di procellarie dentro il sole che abbaglia; di limoni e girasoli. Una terra insieme scarna e luminosa, che offre la materia su cui Montale innerva i suoi versi. Versi non più disincarnati (come lo erano quelli di Mallarmé e di tutta una corrente, il simbolismo, che l’ha preceduto e nutrito), ma oggettuali, reali. Per la prima volta con Montale la poesia fa i conti con gli oggetti, con le cose. Cose che vivono di vita propria, ma che allo stesso tempo rivelano un'intrinseca volontà di rivelazione. Cose che si scoprono essere segni di una sopra-significazione: lampi, guizzi, ieroglifici. Partire dalle cose per riscoprire in esse una possibilità di salvezza: questo è il mistero della poesia montaliana, che enigmaticamente unisce il dato e il suo superamento. Un truciolo, una scheggia, un frammento di utensile rinviano ad altro. Sono cose, ma sono anche "pegni", "amuleti", latori di un senso profondo. Si pensi al "topo bianco d'avorio" che viene descritto come un "amuleto" provvidenziale in grado di smussare i toni aspri della realtà; o, altro segno teriomorfo, al gatto, che offre al protagonista di A Liuba che parte la possibilità di un "riscatto".

Possibilità di riscatto che Montale individua non solo nei segni della natura (vegetale e animale), ma anche (e soprattutto) nella figura muliebre: «sempre mi sono sacrificato a lei, donna o nube, angelo o procellaria». La poesia di Montale riattualizza il topos della donna-angelo, con funzione salvifica, che già intrise la lirica delle origini: dallo stilnovo a Petrarca, passando per Dante. La donna come "apparizione", "miracolo", "angelo", ma anche come sconvolgimento psicologico. Dalla donna discendono saggezza e stupore; a lei vanno fede e meraviglia. La donna è l'Altro, cui l'uomo contemporaneo s'appiglia traendo la forza per affrontare una realtà in frantumi. Si pensi, in questo senso, agli struggenti Xenia, frammenti poetici scritti in memoria della moglie morta: brevi monologhi rivolti ad un tu irreparabilmente lontano, eppure costantemente presente in quanto traccia profonda, lume intimo da cui trarre ispirazione e salvezza (d'altronde, per Montale, i morti non sono morti, ma costantemente ci guardano e ci ri-guardano, perché nulla scompare, tutto si trasforma).

L’itinerario poetico di Montale si apre con la raccolta Ossi di seppia: schegge scabre ed essenziali, scritte con un linguaggio aspro e petroso: sillabe secche, storte come rami. Il paesaggio è quello della Liguria: greti sassosi, uccelli volteggianti, promontori rocciosi, falesie incavate dal mare: segni che alludono ad una perduta armonia, che a stento sorregge chi, dall'abisso del proprio vuoto, s'affaccia a contemplarla. Una poesia in cerca di rivelazioni, di epifanie, che s'adombrano nei posti più impensati, come nell'osso di seppia ischeletrito, che allude a ciò che è stato e che continuerà ad essere, trasformato e metamorfosato.

Con le Occasioni avviene il primo sovvertimento: al descrittivismo araldico del paesaggio (in cui l'io fa capolino solo raramente e i sentimenti mai affiorano) subentra una poesia più soggettiva, più intimamente coinvolta. Elemento scatenante è la minaccia bellica. L'indignazione nei confronti del nazifascismo non può essere taciuto, ed emerge sia nella raccolta le Occasioni sia nella Bufera. Montale diventa, suo malgrado, un poeta politico, schierato contro un regime turpe e crudele; i suoi libri entrano nel tascapane dei partigiani. Una popolarità che non si spiega leggendo i suoi versi, che restano di difficile interpretazione, nel loro continuo muoversi fra presenza e assenza, fra realtà e allusioni simboliche (anche i riferimenti alla guerra sono perlopiù allusivi ed impliciti).

Con la Bufera le atmosfere cupe s'accrescono. Insofferenza, senso di impotenza di fronte ad una Storia che sovrasta il destino umano; disincanto in cui i segni della realtà non riscattano più un’esistenza confrontata con l’orrore e l’insensatezza: questo è il vento poetico che agita i versi della Bufera. Resta, qua e là, la speranza nella donna salvifica; emblema del sacro che si libra sopra atmosfere sempre più oscure. La donna non è più solo Clizia, l'angelo, la messaggera; ma è anche la "volpe", compagna di giochi amorosi, che s'oppone alla condizione di morte.

 

Dopo la Bufera è "il tonfo: l'incredibile". Montale cambia completamente rotta. D'improvviso imposta la voce sul registro comico. Fa il pungente, l'autoironico. Ogni centro, ogni valore sembra venire meno. Tutto è motivo di sberleffo: "la poesia e la fogna, due problemi mai disgiunti". Anche stilisticamente è contrasto: Montale abbandona ogni solennità ed ogni asprezza; il suo diventa un borbottare, un parlare fra sé, fatto di sincopi. Eppure traffica ancora con i segni e i talismani. Ma adesso li trova nei detriti, negli scarti; in atteggiamenti familiari e domestici. La poesia diventa balbuziente; sarcastica. Ma resta sempre un tentativo di fondere significato e singnficante, di scolpire l'uno sull'altro, nella speranza di trovare un grumo di senso che giustifichi l'esistenza mortale.

Mattia Cavadini
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