(Keystone)

Fai fumetti?

Allora sei figlio di Charles Schulz

Nebraska, anni Cinquanta del Novecento. Alla redazione dell'Omaha World Herald, ogni mese il postino consegnava una grande busta. All'epoca, ogni singolo quotidiano pubblicato sul territorio degli Stati Uniti – erano circa 1.800 in totale – conteneva una pagina dedicata alle strisce a fumetti, che venivano proposte ai giornali (si fa così ancora oggi) da alcune grandi agenzie, i cosiddetti syndicate.

Ma torniamo al postino. La busta consegnata all'Omaha World Herald finiva regolarmente nelle mani del caporedattore della sezione sportiva, il signor Fred Ware, nominato responsabile anche della pagina dei fumetti in virtù della sua passione per l'argomento. Fred, una volta ricevuto il plico, non lo apriva immediatamente, ma aspettava di arrivare a casa dalla moglie, sua consulente non ufficiale in questo lavoro. Così, una sera di primavera, come d'abitudine, si apprestava a sfogliare quelle nuove proposte con lei, al tavolo della cena. Quella sera in particolare, però, sotto gli occhi dei coniugi Ware apparve una striscia diversa dal solito, in cui spiccava la figura di un bambino con la testa rotonda. Una, due, tre, dieci vignette, ed ecco che quei due signori di mezza età presero a ridere come matti. Da quel giorno, Charlie Brown e Snoopy diventarono ospiti fissi della pagina dei fumetti dell'Omaha World Herald.

Una ventina di anni dopo – i Peanuts erano ormai famosi in tutto il mondo – il nipotino del signor Fred, il piccolo Chris, trova quelle stesse strisce, che il nonno aveva conservato ordinatamente dentro una cartellina. Ha appena imparato a leggere, e ci mette qualche minuto a capirle, però istantaneamente se ne innamora. Negli anni successivi quei personaggi si trasformano in qualcosa di più che un passatempo: per lui diventano reali, perfino amici. Tanto che, un giorno, Chris legge una particolare striscia.

È la striscia di San Valentino, in cui Charlie Brown aspetta di ricevere un biglietto con una dichiarazione d'amore che non arriva mai. Il piccolo Chris, commosso, decide di scriverla lui, una valentina per Charlie Brown: la compone, la imbusta, e chiede al nonno di spedirla, grazie ai suoi agganci al giornale.

Oggi Chris Ware è diventato il più celebrato disegnatore americano della nostra epoca: i suoi graphic novel ricevono prestigiose riconoscenze in mezzo mondo (non solo per i fumetti, anche premi letterari tout court), le sue tavole sono vendute a decine di migliaia di dollari. Qualche tempo fa, Chris ha raccontato questa storia in un lungo articolo per il settimanale americano The New Yorker, spiegando come la grande maggioranza di chi fa fumetti in America sia in qualche modo figlio e debitore di Charles Monroe Schulz. E chiedendosi: “Quale artista può riuscire, con tre disegnini su un giornale, a spezzare il cuore di un bambino?”

La strip-tributo ai Peanuts realizzata da Chris Ware
La strip-tributo ai Peanuts realizzata da Chris Ware


L'essenzialità e l'empatia

L'empatia che i Peanuts riescono a far provare al lettore è in effetti ineguagliata tra i capolavori letterari del Novecento. L'efficacia emotiva dell'opera di Schulz è tanto più incredibile se consideriamo che è ottenuta attraverso un minimalismo che riduce all'essenza sia la narrazione che il segno. Già negli anni Settanta, la semiologa tedesca Ursula Oomen aveva analizzato le espressioni di mimica facciale di Charlie Brown e degli altri protagonisti della striscia, scoprendo che erano composte pescando in un inventario limitato, di poche forme base solo leggermente variabili. Eppure la capacità di recitazione dei bambini di Schulz è ampia, profondissima, rende conto di sfumature complesse come sarcasmo, malinconia, imbarazzo. Con un'estrema economia di segni, l'autore sa trasformare una striscia in un lampo universale, comprensibile a Tokyo come a Napoli. Ma questo – si potrebbe obiettare – succede anche con Garfield. Vero. Quello che distingue i Peanuts dalla massa delle strisce di consumo prodotte nella seconda metà del ventesimo secolo negli Stati Uniti è la capacità di accumularsi nella mente del lettore, fino al punto in cui il singolo episodio viene riletto alla luce di un significato più ampio. Già nel 1965, in una celeberrima conversazione condotta da Umberto Eco sul primo numero di Linus (1965), Elio Vittorini diceva:

A furia di quantità è avvenuto quello che ho chiamato “scatto di totalità”, cioè si è formato un significato secondo, che subito si riflette su ogni singola strip, anteriore o successiva, la carica di importanza, la fa essere parte di un sistema, dandoci il senso di aver a che fare con tutto un mondo.

Leggere i Peanuts significa in fondo confrontarsi con un'opera tanto immediata quanto misteriosa, esempio lampante della profondità del linguaggio del fumetto, che per definizione sembra sempre nascondere qualcosa di non completamente spiegabile all'interno del suo incontro tra immagine e parola, fissità e sequenzialità, ordini logici e simbolici di natura diversa. Tutti ragionamenti, peraltro, che a Schulz sarebbero interessati poco. A lui interessava solo mettere in scena la vita nella sua felice tristezza, ed era perfettamente consapevole della direzione che aveva impresso al suo mondo. Rimane celebre una sua intervista del 1985, in cui raccontava: “tutti gli amori nei Peanuts sono non corrisposti. Le partite di baseball, tutte perse. I voti sono sempre 2-. E il Grande Cocomero non arriva mai.”

Quando gli chiedevano quanta autobiografia ci fosse nella sua striscia, Schulz (come in questo frammento del 1997) amava rispondere con una percentuale precisa: il 60%. La vita di Charlie Brown era davvero stata la sua, per poco più della metà? Senza dubbio, quella di Charles Schulz è stata una vita tutto sommato normale, almeno per uno che ha avuto sull'immaginario americano un impatto paragonabile a quello di Elvis Presley. Il che non significa che non possa offrire spunti interessanti di lettura.


Charles Schulz era davvero Charlie Brown?

Esiste ad esempio una lunga ed esaustiva biografia (di David Michaelis, pubblicata in italiano dall'editore Tunuè) che, stringendo all'osso, lo dipinge proprio come ci aspetteremmo: un ragazzo di provincia che supera ogni tipo di ostacolo, diventa ricco e famoso, ma continua a non sentirsi amato, è la sinossi in un tweet. Schulz sempre alla ricerca dell'affetto perduto dei genitori, segnato dal terribile lustro della malattia della madre: un periodo oscuro della sua adolescenza che si concluse con la morte della signora Dena Halverson Schulz, sopraggiunta nel 1943 proprio mentre il giovane Charles stava per partire, soldato, per l'Europa. In quel momento va ricercata, secondo Michaelis (e l'intervista con Charlie Rose qui sopra sembra confermarlo ulteriormente), l'origine della malinconia che mai avrebbe abbandonato l'autore, spingendolo a concentrarsi sui suoi problemi personali.

Dunque Schulz sarebbe stato niente più che un grande poeta confessionale, capace di coltivare i sentimenti più neri, per poi esplorarli – e forse esorcizzarli – tramite il fumetto. Che Charlie Brown riuscisse a consolare tutti tranne il suo autore, è un'idea affascinante, ma probabilmente riduttiva. Altrettanto, però, è facile convincersi del fatto che i Peanuts non fossero una striscia solo blandamente autobiografica, sfogliando le quasi settecento pagine della biografia intitolata “Schulz e i Peanuts”: spesso il testo viene interrotto da strisce che illustrano il precipitato su carta delle esperienze di vita, e così davanti ai nostri occhi il campo estivo di Charlie Brown diventa metafora della vita di caserma; Lucy sogna di essere First Lady e ristrutturare la Casa Bianca proprio come la prima moglie di Schulz, … Gli indizi ci sono tutti.

C'è da credere a questi paralleli tra vita e arte? Sarà vero che un'amica affetta da nanismo ha ispirato le proporzioni dei primi Peanuts, con grandi teste e arti corti? O era semplicemente una questione di leggibilità, visto che la striscia doveva lottare per trovare il proprio spazio all'interno di una pagina dei fumetti già affollatissima? E i tre Charlie Brown incontrati da Schulz nella prima parte della sua vita, sono stati davvero fonte di ispirazione, o hanno fornito solo il nome al protagonista della strip più nota al mondo?

Sia come sia, a vent'anni dalla morte di Charles M. Schulz, rimane il fatto che la sua striscia, concepita in tempi che sembrano ormai straordinariamente lontani dai nostri, è ancora capace di parlare a chi la legge oggi per la prima volta, magari non più sulla carta economica dei giornali, ma su quella spessa di eleganti volumi cartonati, o sullo schermo di uno smartphone (l'essenzialità del tratto sembra fatta apposta per le modalità della fruizione contemporanea, in fondo). Per almeno tre generazioni di lettori, i Peanuts sono stati semplicemente parte dell'esistenza. Per quella più recente, possono essere ancora un godimento, un'illuminazione, una terapia.

Michele Serra
Condividi

Correlati