Federico Fellini

La potenza del sogno

Nato a Rimini il 20 gennaio 1920 e morto a Roma il 31 ottobre 1993, Fellini fa parte dell'olimpo del cinema, quell'olimpo che, per intenderci, contempla Kurosawa, Bergman, Buñuel, Tarkovskij e pochissimi altri. Osannato in patria come un redivivo Michelangelo, Fellini ha prodotto film unici nel loro genere, frutto di una forza creatrice morbida, colorata, senza schemi fissi, pronta a salire sulle ali del sogno, a cavalcare lo scintillio della fantasia e a perdersi fra le nuvole rosa dell’immaginazione.

Intervista a Fellini

Intervista a Fellini

A cura di Valerio Riva (Archivi RSI, 1980)

 

In quaranta anni di attività, ha dato vita ad un universo imaginifico così radicato dentro la realtà da farne un maestro inafferrabile, sempre in bilico fra il giorno e la notte, fra il chiaro e lo scuro, fra la materia e il sogno.

Come Amleto, suo illustre predecessore, Fellini era convinto che tra il cielo e la terra vi fossero infinite cose che la filosofia ignorava. In altre parole era convinto che la realtà fosse percorsa da messaggi, miracoli, visioni, dèmoni, santi, scintille, archetipi e che valeva la pena conoscere tutte queste cose e assecondarle.

Ed è proprio questa realtà amplificata che Fellini ha cercato di accogliere nelle sue pellicole, in contrasto con la realtà misera, svuotata, falsa che la civiltà dei consumi cercava (e cerca ancora oggi) di propinare ai suoi cittadini. Mirabile in questo senso è la pellicola Ginger e Fred, in cui la società della televisione viene descritta come una società produttrice di falsità e nichilismo, nonché colpevole di annientare l’immaginazione.

 

In fondo, tutto il cinema di Fellini, da La dolce vita La voce della luna, passando per 8 e ½ Roma, può essere letto come un controcanto alla società dei consumi, malata di nichilismo e freddezza. A questa società (costruita su desideri fittizi e superficiali) Fellini ha contrapposto un cinema caratterizzato da una fantasia incessante e aurorale, una fantasia che parla un linguaggio universale, simbolico, un linguaggio talmente potente che è in grado di comunicare direttamente con l’inconscio degli spettatori, alimentandone il sogno, i sentimenti, le emozioni. E così, grazie a questo strenuo onirismo, il cinema di Fellini ha restituito senso ad una realtà svuotata, evitando di lasciarsi travolgere dall'alienazione imperversante.

 

Si pensi, a questo proposito, alla scena delle motociclette che attraversano la città eterna nella pellicola Roma: queste motociclette rappresentano la calata degli Unni, colpevoli di imbarbarire la quotidianità, la quale manifesta la propria ferita e invoca un bisogno irrefrenabile di riscatto. E da dove viene il riscatto? La terapia suggerita da Fellini (affinché la realtà alienata possa riacquisire senso e pienezza) sta nell’auscultazione dell’inconscio, nella rielaborazione dei sogni e nella liberazione dell’energia creatrice, grazie alla quale è possibile riconnettere il destino personale a un disegno più ampio, eterno e universale.  

Fellini per rappresentare questa dimensione amplificata si serve spesso dell’immagine della donna, che incarna l’elemento salvifico, l’elemento dell’accoglienza, della pienezza, della dilatazione e dell’interezza. La donna, nel cinema felliniano, è più seno che volto, più madre che donna, più grembo che testa. Perché la realtà che Fellini vuole descrivere, e in cui lui si ritrova, è una realtà totale, piena di amore, senza limiti, imprevedibile, pittoresca, informe. In una parola: la realtà embrionale, antecedente la creazione, dove tutto è possibile e dove le cose sono in pace, sospese nella loro illusione. Una realtà senza la quale Fellini si sente vuoto: Fuori dal teatro di posa, dalle luci, dal set, dalla materializzazione di fantasie e sogni, fuori da quell’atmosfera mi sento un pochino vuoto, mi trovo subito in esilio.

 

Ritorno al grembo, reintegro del sogno e dell’inconscio: grazie a questi mezzi Fellini sconfigge la vuotezza quotidiana. E lo fa non già con l’occhio torvo di chi è ossessionato dai propri deliri, né tantomeno con l'occhio del guru che pretende di sciogliere gli enigmi, ma con l’occhio sorridente, di chi conosce il regno della notte, quel regno dove la realtà si ricompone, ancestrale, innocua, totale.

Mattia Cavadini
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