Filosofia del Ramadan

Il mese del digiuno rituale come pratica salvifica

di Marco Alloni

Il Ramadan è il più filosofico dei mesi islamici. Non tanto e non solo perché esiste anche una «filosofia del digiuno», ma perché alcuni princìpi filosofici universali trovano, durante quel mese, la propria espressione compiuta. E questa credo sia la ragione principale, al di là delle ovvie ragioni di fede, che ne ha decretato l'importanza e il duraturo «successo» dai tempi della compilazione del Corano.

La valenza spirituale e religiosa del Ramadan
La valenza spirituale e religiosa del Ramadan Incontro con Saraag Mohammad e Friedlander Abdallah (Archivi RSI, 2005)
 

Diverse categorie filosofiche con cui si è misurato il pensiero a ogni latitudine sono in effetti implicate nel digiuno rituale di Ramadan. Innanzitutto la categoria della rinuncia, che in chiave più strettamente religiosa può essere assimilata a quella del sacrificio.

Che cosa significa, filosoficamente, rinunciare? Significa recuperare quel grado di essenzialità dello spirito e del corpo che in qualche misura ci riconsegna alla nostra natura originaria. Significa ritrovare il «grado zero» della nostra umanità riguadagnando, a un tempo, una totale prossimità alla nostra natura animale e alla natura stricto sensu.

Rinunciare significa capire: comprendere nell'intimo che il nostro stato originario è quello della privazione e della necessità di procacciarci la sopravvivenza. E sacrificarsi equivale, in un certo senso, a ricollocarsi nel regno primevo, antropologicamente essenziale, della mortalità e della vita che la scongiura.

In questo quadro il digiuno coincide con la «fame» e la «sete». Non già come semplici determinazioni fideistiche di riconoscimento di quel patrimonio irrinunciabile che è il Creato di Dio, bensì, soprattutto, con la fame e la sete di vivere.

Mangio ergo sum, si potrebbe dire. Ovvero: laddove non ritrovo di tanto in tanto – diciamo, almeno un mese all'anno – il contatto primordiale con l'insidia della morte da denutrizione, non posso capire la mia condizione essenziale di uomo, di essere umano.

La valenza sociale e comunitaria del Ramadan
La valenza sociale e comunitaria del Ramadan Incontro con Jenny Natan (Archivi RSi, 2005)
 

Filosofico è anche il secondo tassello «esistenziale» che connota il digiuno di Ramadan: quello che potremmo far rientrare nel termine di desiderio.

Digiunare è uno stato in absentia in vista di uno stato in presentia. È l'attesa del futuro salvifico, la pulsione antropologica irrinunciabile verso l'avvenire, quello che si potrebbe chiamare il «fondamento biologico» della speranza.

Senza cibo non c'è avvenire. E se il cibo è posto in quel simbolico avvenire che è l'ora della rottura del digiuno (iftar), diventa vettore di senso imprescindibile per comprendere gran parte dei nostri istinti intellettuali più essenziali. In altre parole: nessuna escatologia che non presupponga la sazietà fisica.

Filosofica è poi la «ricerca della felicità» attraverso la sua provvisoria negazione. Chi digiuna patisce, soffre, anela, brama, invoca. Ma, contemporaneamente, presagisce, alla Leopardi, la felicità che questi patimenti promettono.

Jacopone da Todi e molti mistici cristiani e islamici si autoflagellavano in vista di questa felicità celeste che l'automortificazione della carne annunciava. Il Ramadan è un surrogato dell'autoflagellazione e risponde alla medesima logica escatologica.

Se vogliamo poi essere maliziosi, possiamo aggiungere che il Ramadan è anche, in qualche modo paradossalmente, un mese dell'edonismo. Da Epicuro in poi sappiamo bene quanta filosofia si sia consumata a celebrare il gaudio, il piacere, il godimento, lo spasso, la festa e tutti i loro affini. L'Aid – la festa che sigla la fine del Ramadan – è la festa più sentita dell'anno, ma anche il sopraggiungere del tramonto è ragione di festa e giubilo. Si impone allora – ripeto, paradossalmente ma non troppo – il senso di gaudio a quello di rinuncia: ovvero l'antico principio secondo cui tanto più è avvertito il «male» quanto più si gode del «bene» che gli si avvicenda.

Non mangiare, non bere, non fumare, non fornicare. Sembrerebbero tutte negazioni e forme di punizione autoindotte. In realtà sono le più filosofiche delle strategie mentali e morali che da sempre l'animale uomo è costretto ad adottare per riprendersi dalla privazione primigenia che lo attanaglia in quanto essere desiderante.

Quindi, in buona sostanza, inni alla vita, alla sua essenza ed essenzialità.

Condividi

Correlati